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10 settembre 1943. cronaca militare

il 10 settembre, venerdi, è la giornata in cui crolla quasi tutto.
E’ la resa militare italiana.

  •  ore 3,30: il colonnello Giaccone riferisce prima a Calvi e poi a Carboni l’esito dei colloqui notturni con il comando tedesco: Roma sarebbe stata dichiarata “città aperta”; i tedeschi sarebbero rimasti fuori dei limiti cittadini; la divisione Piave avrebbe presidiato il centro della capitale; tutti i reparti italiani sarebbero stati sciolti dopo aver ricevuto l’onore delle armi. I tedeschi avrebbero potuto occupare soltanto la loro ambasciata, la centrale telefonica e la stazione radio.
    Una tregua d’armi sarebbe stata dichiarata dalle sei alle dieci del mattino in attesa della risposta ufficiale italiana.
    Carboni, in linea di principio, si dice d’accordo.
  • ore 6,10: Caviglia invia, tramite Supermarina, un radiogramma al re chiedendogli la temporanea concessione dei pieni poteri, onde far funzionare il Governo in assenza di Badoglio.
    La risposta, positiva, del re non arriverà mai a Roma!
    L’ipotesi più accreditata è che Badoglio, non fidandosi di Caviglia, abbia “bloccato” l’invio.
  • ore 7,00: Carboni rientra improvvisamente a Roma, convocato da Sorice, al Ministero della Guerra.
    Giaccone poi torna da Kesselring comunicandogli l’accettazione di Carboni.
    Kesselring cambia il testo dell’accordo: ci sarà un comando militare tedesco dentro Roma.
    Giaccone contesta e Kesselring, ormai imbaldanzito, gli dà un ultimatum: o entro le sedici si firma la resa, oppure i tedeschi faranno saltare gli acquedotti e bombarderanno pesantemente Roma.
  • ore 8,00: riunione al Ministero della Guerra tra Caviglia Sorice e Carboni: si esamina l’ordine lasciato da Roatta e si discute sulla possibile difesa militare della capitale.
    Carboni installa il suo comando a piazzale delle Muse: teme di essere catturato dai tedeschi ma comunque non si fida neanche de­gli… italiani!
    La tregua intanto non viene rispettata da nessuna par­te.
    Si spara dovunque.
  • ore 10,45: Carboni ordina alla divisione Piave di rientrare su Roma entro le ore sedici; alla divisione Ariete di attaccare con due colonne motocorazzate i tedeschi, sul fianco da est, per alleggerire la pressione sulla Granatieri; ordina alla Granatieri di resistere ad oltranza, se possibile, contrattaccando!
  • ore 11,00: Cadorna tergiversa e non esegue l’ordine.
    Lo farà soltanto nel pomeriggio… cinque ore più tardi, quando ormai la si­tuazione sarà definitivamente compromessa.
  • ore 12,00: Carboni ordina di dissequestrare le armi per i civili: il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) romano può utilizzarle a porta San Paolo dove si combatte aspramente.
  • ore 14,00: si diffondono le prime notizie della fuga del re e dei capi militari. L’impatto della notizia è devastante.
    Caviglia suggerisce a Calvi di accettare l’ultimatum di Kesselring:
    il C.L.N. romano è d’accordo.
  • ore 15,30: al Ministero della Guerra si continua a discutere se accettare o meno l’ultimatum tedesco. Calvi e Giaccone sono favorevoli mentre Carboni e, con meno impeto, Sorice sono contrari.
    Caviglia insiste sulla resa. Nessuno vuole comunque assumersi la responsabilità della firma del documento: Giaccone, alla fine, si assume tale compito e riparte per Frascati per comunicare a Kesselring l’adesione alla sua proposta.
  • ore 16,00: nei pressi della piramide Cestia muore, sotto i colpi del nemico. Raffaele Persichetti, divenuto al simbolo dell’eroi­ca difesa di Roma, anche se per la verità una difesa sparuta, da parte dei civili.
    Giaccone firma la resa davanti al maresciallo tedesco: Roma vie­ne dichiarata “città aperta”. Il generale Calvi di Bergolo è nominato comandante della piazza.
    Proprio nello stesso momento la Baionetta entra nel porto di Brindisi:
    il re sbarca a terra con tutto l’Alto comando italiano!
    L’Ariete, finalmente lanciata da Cadorna, e la Piave, sono fer­mate nella loro offensiva dall’annuncio della resa proprio quando hanno iniziato l’ultima battaglia. C’e rabbia e avvilimento tra gli uomini: rimane il rammarico di aver abbassato le armi proprio di fronte ad un’opportunità forte di successo!
  • ore 16,30: i tedeschi non rispettano i patti ed entrano in Roma, saccheggiando alcuni quartieri periferici.
  • ore 20,30: gli ultimi scontri si esauriscono nel centro di Roma, vicino alla stazione Termini.
    Berlino comunica: – L’esercito tedesco, senza incontrare notevole resistenza, ha conquistato Roma! -.
    L’alto comando tedesco annuncia: – l’esercito italiano non esiste più! -.
  • il pensiero di Hitler sul tradimento ignobile italiano.

8 settembre 1943 – mercoledi notte

  • ore 20: Hitler ordina l’esecuzione del piano Acse:
    completo dominio tedesco su tutto il territorio italiano e disarmo dell’esercito.
    Carboni ordina di trasmettere alle truppe del C.A.M il segnale di allarme.
    Sandalli ordina il trasferimento di Superaereo da Palestrina a Roma e la sospensione di tutte le missioni offensive.
    De Courten ordina l’immediata cessazione di tutte le ostilità verso gli alleati e l’inizio delle clausole armistiziali (la consegna totale della flotta).
    De Courten a colloquio telefonico con Bergamini parla della volontà di autoaffondarsi e del rispetto degli ordini impartiti.
  • ore 20,30: i tedeschi compiono il primo e decisivo atto militare di quella notte.
    Occupano il deposito carburanti di Mezzocamino (sulla via Ostiense) con 16mila tonnellate di carburante: la riserva più importante del C.S. italiano.
    Il comando della divisione Acqui a Cefalonia riceveva intanto, come molti altri reparti italiani dislocati fuori dall’Italia, l’ordine di non ingaggiare il combattimento se i tedeschi non tentassero atti di violenza: – si dovrà reagire con la forza soltanto in caso di attacco, da qualunque parte venisse..” – firmato generale Vecchiarelli, comandante dell’undicesima armata.
  • reazione furibonda di Mussolini al Gran Sasso.
  • ore 22: la radio tedesca annuncia l’armistizio.
    Carboni ribadisce ai suoi di rispettare l’ordine Roatta-Ambrosio: – qualora reparti germanici avanzino senza compiere atti ostili, possono essere lasciati passare attraverso posti di blocco -.
    I paracadutisti della 2° divisione tedesca arrivano davanti alla Granatieri di Sardegna, sulla Magliana, a circa dieci chilometri dal centro di Roma.
  • ore 22,30: inizia il coprifuoco a Roma.
  • ore 23: incontro Vittorio Emanuele-Carboni: Carboni riferisce al sovrano che i tedeschi stanno abbandonando l’ambasciata e bruciano tutti i documenti riservati. “Si stanno ritirando senza attaccare…” dice lo speranzoso ed ingenuo generale italiano.
    Evidenziamo il sacrificio del generale Ferrante Gonzaga del Vodice, comandante della 222° divisione costiera tra Battipaglia ed Eboli: viene ucciso su due piedi quando rifiuta di consegnare le armi e di arrendersi.
  • ore 24: inizia lo sbarco a Salerno: i tedeschi sono pronti.
    Non ci sarà nessuna sorpresa!
    Individuata con precisione la zona di sbarco, Kesselring ordina di aumentare la pressione intorno a Roma. Bisogna risolvere in fretta “il problema” della capitale e dedicarsi poi agli alleati a Salerno.

I tedeschi inizieranno, da questo momento, anche a cercare di saccheggiare le banche locali incontrate e tentare di accapparrarsi tutte le risorse materiali disponibili. L’Italia era considerata in totale disfacimento e quindi non c’era ragione di sprecare ogni cosa considerata utile.
L’episodio dell’occupazione del deposito di Mezzocamino, seguito poi da quello del deposito di Verranello, è l’esempio lampante della sprovvedutezza dei nostri comandi.
Direi, epica. La grande scusa, invocata per giustificare per decenni a seguire della mancata difesa di Roma, è sempre stata la mancanza di carburante per poter usare al meglio le nostre divisioni corazzate.
Le poche ignare sentinelle furono immediatamente disarmate e messe fuori combattimento dopo neanche mezz’ora dopo il proclama di Badoglio.
Certo, che se ad un deposito così importante si mettono solo 3 sentinelle, con 3 fucilini a tappi, vuol dire che come Comandante devi andare a fare un altro mestiere.

Mussolini al Gran Sasso: era scattato in piedi gesticolando; aveva scaraventato via il libro che stava leggendo, poi si era messo ad urlare contro Badoglio gridando al tradimento! “Vedrete ora cosa ci faranno i tedeschi!
Non tollereranno mai questo tradimento
!”.
E aveva ragione.


4-5-6-7 settembre 1943. cronaca

Prima di scrivere, voglio far conoscere la mia opinione. Almeno sugli inglesi.
Oggi no, ma forse allora, se fossi nato in quell’epoca l’avrei pensata molto diversa.
Gli alleati, in particolar modo gli inglesi del primo e mezzo novecento hanno sempre dimostrato una incomprensione assoluta verso tutti e, in special modo, verso di noi.
Direi, in tutte le trattative; non dico che ci offenderssero apertamente, ma ci hanno sempre mostrato una specie di … non dico disprezzo, ma di non considerazione.
Dico storicamente, E non so perchè. Che sia la spocchia inglese… a farli così?
Questi qua fanno sempre i fenomeni ma presi uno per uno, eh, cambia molto la giambolica…!! Ho dato una scorsa (dico la verità) al libro “Dio stramaledica gli inglesi” e, in tante cose ci prende! In altre è assolutamente esagerato, fuori dai tempi, ma, mi è stato detto, negli anni ’40 era abbastanza un pensiero comune.
Va bene. L’ho detto.    Cronaca.

Ah, voglio dire sta cosa. Ricordiamolo:
il 3 settembre 1943, alle 17,45 – firma dell’armistizio, sotto una tenda allestita sotto un uliveto, a Cassibile -.

Nel tardo pomeriggio, a Roma, Badoglio riceve l’ambasciatore tedesco Rahn.
Il maresciallo dice: “la diffidenza del Governo del Reich nei riguardi della mia persona mi riesce incomprensibile! Ho dato la mia parola e la manterrò.
Vi prego di avere la mia fiducia
“.
– Cosa sei, matto? Pensi che i tedeschi non siano informati?
(la resa dell’Italia era stata firmata tre ore prima).

Il 4 settembre 1943 Rahn incontra Ambrosio, il quale si dichiara animato dalla volontà ferma e sincera di continuare la guerra in comune.
– ah, allora, è una recita! una commediola dell’asilo!

L’8 settembre 1943 c’è la visita ufficiale di Rahn al Re che gli sottolinea ancora la decisione di continuare la guerra sino alla fine al fianco della Germania, con la quale l’Italia è legata per la vita e la morte!
– Ripeto: la resa incondizionata era stata firmata cinque giorni prima!.
Dai, qui siamo… ai burattini!

 

4 settembre. sabato

  • A Roma, Ambrosio conferma a Rahn «la sincera determinazione di continuare la lotta a fianco della Germania».
  • Castellano, che rimane a Cassibile come ufficiale di collegamento con gli alleati, consegna a Marchesi i documenti concordati con Bedell Smith e specificatamente:
    – una copia dell’armistizio “corto”;
    – le clausole aggiuntive contenute nel “lungo” con il biglietto di Bedell Smith per Badoglio;
    – un promemoria per la Marina con le istruzioni per la consegna della flotta
    (questa cosa mi fa mandare giù un magone tremendo anche dopo 70anni);
    – un analogo documento per l’aeronautica;
    – un promemoria per il S.I.M. sulle attività di sabotaggio da compiere in Italia;
    – l’ordine di operazione della 82° divisione aviotrasportata americana per lo sbarco su Roma.
    – Nient’altro?   No.
  • Si conclude l’invio ai comandi periferici della memoria OP44 con gli ordini operativi per i giorni successivi. Un documento definito all’unanumità ambiguo e troppo cauto e comunque privo dell’ordine di esecuzione, di competenza esclusiva del C.S.
    (nei Comani italiani, quando è arrivato il fonogramma, si sentì un enorme “Evviva, si sono ricordati di noi!!!“). Era da un mese che non si sapeva più nulla.
    Roba da matti.

5 settembre. domenica.

  • All’alba: Marchesi rientra a Roma e atterra a Centocelle.
  • ore 12: Marchesi incontra Ambrosio e gli consegna il dossier il dossier di Castellano. (nota. Ambrosio non dice nulla dell’incontro coi tedeschi.
    Si voleva tenere il segreto.
  • ore 13: Ambrosio incontra Badoglio e gli comunica la data ipotizzata da Castellano: il 12 settembre, poi, il contenuto della documentazione.
    Roatta, De Courten e Sandalli evidenziano le difficoltà operative della tre armi di fronte all’incertezza degli eventi.
    Nel pomeriggio un telegramma da Algeri di Eisenhower preannuncia l’arrivo a Roma di Taylor, nella notte tra il 7 e l’8, per predisporre l’aviosbarco.
  • Ambrosio chiede a De Courten di organizzare l’arrivo dei due ufficiali alleati e gli accenna anche l’ipotesi di un trasferimento segreto del Re e della flotta all’isola della Maddalena.
  • L’Alto Comando tedesco avverte Kesselring di tenersi pronto a qualsiasi evenienza. ( Kesselring è uno… nato pronto;  figuriamoci! non aveva certo bisogno di farsi allertare…).

6 settembre. lunedi.

  • Numerose riunioni operative avvengono tra i vertici militari italiani per l’assegnazione dei rispettivi compiti.
  • ore 10: De Courten emana il piano operativo per il trasferimento del Re alla Maddalena: il “Vivaldi” e il “Da Noli” sono due navi da guerra convocate a Civitavecchia. Sandalli impertisce gli ordini con le modalità di consegna degli aerei agli alleati al momento della comunicazione ufficiale dell’armistizio.
  • ore 12: Carboni organizza l’arrivo di Taylor e Gardiner a Roma.
    Gli alleati diffondono messaggi radio con l’invito al Governo italiano a “rimanere all’erta per una comunicazione della massima importanza che sarà trasmessa il 7 settembre, ovvero il giorno successivo.
    A Roma nessuno presta particolare attenzione a questa cosa.
    Arrivano le notizie di unrilevante concentramento di convogli marittimi alleati al largo di Palermo. Il segnale è che lo sbarco è imminente.
    Ma dove? Gli alleati tacciono. Non si fidano dei loro nuovi compagni di viaggio.
    Roatta trasferisce ad Ambrosio le sue preoccupazioni della data dello sbarco alleato (ricordiamoci che tutti pensavano al 12 settembre) e quindi, della comunicazione dell’armistizio. Ambrosio risponde negativamente e prepara un promemoria per gli alleati con delle proposte di modifica del piano originario.
  • ore 22: Ambrosio parte in vagone letto per Torino adducendo motivi personali, rifiutando l’aereo (in questo modo era tutto più anonimo…).
  • ore 22,30: Carboni manifesta a Roatta l’impossibilità di assolvere il pino concordato per supportare l’esecuzione di Giant2.
    Roatta scrive un promemoria sul pericolo di un annuncio dell’armistizio prima del 12 settembre, proponendo uno sbarco alleato nelle vicinanze di Roma.
    Il Re si prepara a lasciare Roma per la Sardegna.

 

7 settembre. martedi

  • ore 2,00: Taylor e Gardiner si imbarcano ad Ustica sulla corvetta italiana Ibis, con direzione Gaeta.
  • ore 10: Carboni incontra Marchesi al S.I.M. con le due ricetrasmittenti consegnategli dagli alleati e da usare per la proclamazione dell’armitizio.
    Tra i due scoppia una violenta polemica sulle modalità dell’accordo concluso a Cassibile.
  • ore 10: De Courten riceve l’ammiraglio Bergamini che gli conferma che i suoi equipaggi sono pronti a salpare contro la flotta alleata per la battaglia decisiva, nel sud dell’Italia!
    Il sottocapo di S.M., gen. Rossi, presente all’incontro tra Carboni e Marchesi, si reca a Monterotondo, quartier generale dell’esercito, dove Roatta gli conferma l’impossibilità di dare esecuzione agli accordi su Giant2 prima del 12 settembre. In asenza di Ambrosio, Rossi decide di avvertire, via radio, Castellano, a Biserta.
  • ore 16: Castellano chiede a Eiesenhower di rinviare la data dell’armistizio ottenendone in risposta una sonora rista ed una pernacchia!
    Carboni organizza la distribuzione di armi ai civili del C.L.N.
    Rossi, appresa la notizia dell’arrivo di Taylor, telefona ad Ambrosio, chiedendogli di tornare a Roma immediatamente!
    Marchesi organizza un aereo per la trasfert, ma Ambrosio rifiuta.
    Tornerà il giorno dopo, sempre in vagone letto!
  • ore 17: De Courten riunisce tutti gli ammiragli, tra cui Bergamini, e da’ loro istruzioni nel caso di un armistizio con gli alleati (?!?).
  • ore 18: Taylor sbarca in gran segreto a Gaeta e con un’autoambulanza si avvia a Roma con alla guida il contrammiraglio Franco Maugeri, capo dello spionaggio della Marina, la “mente” organizzativa del blitz dei due ufficiali americani in Italia.
  • ore 21: Taylor e gardiner giungono a Palazzo Caprara, di fronte al Ministero della Guerra.
    I sommergibili Topazio e Velella salpano in missione di guerra contro gli alleati. Saranno affondati con circa 150 marinai a bordo, vittime del caos di quelle ore.
    Taylor chiede un incontro immediato con Ambrosio che, ovviamente, gli viene negato e rinviato all’indomani mattina.
  • ore 22: Taylor ha un infuocato colloquio con Marchesi. Chiede di poter verificare la situazione degli aeroporti. Marchesi temporeggia. Taylor esplode dicendo: “il lancio è fissato per domani; la 82° divisione arriverà domani sera su Roma!” Allo stupore di Marchesi, Taylor replica: “lo sbarco è fissato per domani 8 settembre, mercoledi!“.
  • ore 23: Taylor incontra finalmente Carboni che gli conferma l’impossibilità di un’ispezione immediata degli aeroporti interessati dall’aviosbarco: “sono tutti in mano tedesca!“. Inoltre Carboni denuncia carenze di armamento e di carburante dei suoi reparti. Bisogna rinviare la data, oppure l’esercito sarà sopraffatto in sole ventiquattro ore. Di conseguenza l’aviosbarco americano si sarebbe trasformato in un massacro, un “tiro al piccione!“.
  • ore 24: dopo le vibrate insistenze di Taylor, Carboni, a malincuore, accetta di andare da Badoglio, a casa sua.
  • ore 24,15: Carboni, in privato, spiega a Badoglio la situazione e introduce poi nella stanza i due ufficiali alleati di fronte al nostro Primo Ministro in vestaglia (si immagini la scena).
    Badoglio conferma la tesi di Carboni e chiede a Taylor di tornare da Eiserhower a spiegare la nuova situazione e, soprattutto, per ottenere un rinvio della proclamazione dell’armistizio.

15/16/17/18 agosto 1943. cronaca

15 agosto: domenica.

  • Incontro italo-tedesco, solo  alivello militare, a Bologna, tra Roatta, Rossi e Zanussi per l’Italia; Jodl e i comandanti tedeschi in Italia per la Germania.
  • Castellano arriva a Madrid alle 12 ed incontra subito l’ambasciatore inglese Hoare.
  • Alle 20 Castellano, sempre in treno, riparte per Lisbona.

L’atmosfera a Bologna è decisamente pesantissima, permeata di una evidente diffidenza e scostanza. Al tavolo, i giocatori espongono la loro intenzione di rafforzare il loro dispositivo militare in Italia per contrastare i probabili sbarchi alleati.   Balle: in realtà stavano eseguendo il piano di Hitler per l’occupazione del nostro paese.

E’ esattamente a questo punto che inizia la tesi che prima del famoso “tradimento italiano” ci fu il “tradimento tedesco” (condivisibile), cioè l’aggressione armata germanica allo scopo di saccheggiare quanto possibile un paese in completo disfacimento.

Castellano, intanto, interpreta il suo “mandato-non mandato” di Ambrosio e cerca di affrettare le trattative e parte per Lisbona la sera di ferragosto.

 

16 agosto: lunedi.

  • Al Quirinale riunione segreta e ristretta tra la Corona e il Governo: si decide di cercare l’accordo con gli alleati.
  • Castellano arriva a Lisbona intorno alle 22.
  • Dove trasferire il Duce? Il problema si fa serio.

Intanto Eisenhower ha deciso, di concerto con Roosevelt e Churchill, informati a Quebec da Hoare sull’incontro con Castellano, di inviare a Lisbona i massimi esponenti del suo comando: Bedell Smith – generale e capo di S.M. e il brigadiere generale inglese Strong.
Castellano, nonostante tutto, sembra abbia fatto colpo e la cosa va avanti.

In Italia, il paese è letteralmente invaso dalle divisioni naziste e si comincia a temere un colpo di stato a breve.

Ma una curiosità. Dove sono finiti tutti i fascisti di una volta? O quelli che si professavano tali? Si sono messi un cuscino sopra la testa?

 

17 agosto: martedi.

  • Alle 12 Castellano incontra, presso l’ambasciata inglese a Lisbona, Campbell.
  • Berio conclude il suo tentativo a Tangeri: incontra ancora una volta Gascoigne che gli riconferma la posizione alleata.
    E’ necessario che il maresciallo Badoglio comprenda che noi non possiamo negoziare, ma esigiamo una capitolazione senza condizioni. Ciò vuol dire che il Governo italiano si dovrà mettere nelle mani dei due Governi alleati, che in seguito gli faranno conoscere i loro termini. Questi termini forniranno condizioni onorevoli (?!?). Ricordatevi che i due Capi di Stato e i due Governi alleati hanno già manifestato il loro desiderio che l’Italia occupi un posto rispettabile nella nuova Europa, appena finito il conflitto, e che il gen. Eisenhower ha già annunciato che i prigionieri italiani in Tunisia e Sicilia saranno rilasciati, a condizione che lo siano anche tutti i prigionieri alleati”.
  • Alle 6,35 il gen. tedesco Hube comunica a Kesselring che la ritirata dalla Sicilia è completata. La battaglia è finita.
    Dopo 38 giorni di scontri gli alleati hanno conquistato e liberato l’isola. Il piano Husky è stato completato positivamente: però in tempi molto più lunghi rispetto alle previsioni.
  • Alanbrooke, capo di S.M.G. britannico, scrisse nel suo diario:
    Se Badoglio si scopre troppo, prima dell’arrivo degli alleati, rischia di essere sostituito dai tedeschi con un Quisling qualunque. Fortunatamente gli americani hanno accettato la nostra proposta: il comandante supremo è autorizzato ad aprire negoziati purchè la resa e il progettato sbarco a Salerno avvengano lo stesso giorno e in tale sequenza temporale.
    Eisenhower, come abbiamo visto, può procedere all’invio degli emissari militari“.

 

18 agosto: mercoledi.

  • Alle 22,30 Castellano incontra la delegazione alleata.
  • Guariglia invia Grandi a Madrid.

Giornata chiave per la storia dell’Italia. Per la prima volta, nell’abitazione dell’ambasciatore Campbell, alle 22,30, si incomincia a parlare veramente con chi conta.  Si conferma che l’Italia è disposta ad arrendersi e quindi viene letto il documento giuridico che deve essere accettato integralmente, senza modifiche.
Chiariti alcuni passaggi, Castellano affronta il tema centrale della riunione: cioè, come gli alleati intendono gli italiani in previsione della reazione tedesca.
Le armate germaniche, in quel frangente erano ancora forti. Molto forti e determinate. Forti, in senso germanico. E gli alleati sanno cosa voleva dire.
L’armistizio sarebbe poi stato ufficializzato cinque o sei ore prima dello sbarco alleato. Castellano dice che non sono sufficienti e che ci vorrebbero almeno quindici giorni per un “cambio di campo”. Poi fornisce i particolari dello schieramento tedesco dando un quadro di insieme molto più negativo di quanto gli alleati si aspettassero.
Dopo un momento di perplessità, il generale americano informa Castellano che, se entro il 30 agosto l’Italia non avesse dato risposta, la proposta sarebbe decaduta e priva di efficacia.
In caso positivo, invece, Castellano avrebbe dovuto, entro il 31 agosto, recarsi in Sicilia per la stipula finale dell’accordo.
Alle 7 del mattino la riunione si scioglie.


1 agosto 1943. cronaca

1 agosto: domenica

  • Guariglia convoca il consigliere Blasco Lanza D’Aieta, in servizio presso il Vaticano, con le istruzioni relative all’incontro da organizzarsi a Lisbona con l’ambasciatore britannico Campbell e con una lettera di presentazione dell’ambasciatore Osborne.
  • Ambrosio autorizza, dopo numerosi dinieghi, l’entrata in Italia – al passo del Brennero della 44° divisione di fanteria tedesca e delle altre.
  • Una nuova relazione dell’ammiraglio Ruge a Hitler.

La macchina della diplomazia parte, tanto per cambiare, dal Vaticano che ha sempre tenuto “aperti” i microfoni con tutte le parti in conflitto.
Con una certa facilità, direi. Per esempio, Kesselring era in Vaticano ogni due ore per sapere se ci fossero nuovi eventuali sviluppi.

In effetti, il compito di D’Aieta è semplice: informare Campbell che l’Italia  è pronta ad uscire al più presto dal conflitto , ma è attualmente nelle mani dei tedeschi che stanno occupando tutto il territorio.

Intanto, in tre giorni, altre 6 divisioni entrano indisturbate in Italia.
Il nostro paese, in quel momento, è la priorità “numero 1” di Hitler.
Le truppe germaniche si dimostrano da subito poco consoni al ruolo di “fedeli alleati”.
Friedrich Ruge, nella sua relazione a Hitler, scrive:

l’idea di un immediato colpo di mano per azzerare e arrestare il sovrano, il Governo e le alte gerarchie militari va rivalutata.
La destinazione del Duce è stata una misura molto infelice in questo momento. Il suo ritorno viene tuttavia rifiutato da tutti e ciò per il modo in cui egli si è lasciato costringere alle dimissioni dai suoi stessi uomini (vero). In ciò si vede il segno della sua malattia e della diminuzione delle sue energie e la prova della sua incapacità di guidare lo stato in questa difficile situazione.
Se invece ora aspettassimo, potremmo ancora ottenere qualcosa dall’Italia sul piano militare e rafforzare notevolmente la nostra posizione. Perfino se il governo Badoglio dovesse capitolare… la nostra situazione militare sarebbe migliore che se agissimo adesso. In tal caso rimarrebbero al nostro fianco più italiani di quanti ne rimarrebbero se venisse loro offerto un sicuro motivo di defezione, che allo stato attuale non esiste, ma che sarebbe offerto subito da un intervento nei loro Affari Interni -.


26 luglio 1943. cronaca

26 luglio: lunedì.

  • Si insedia il Governo Badoglio con Guariglia agli Esteri e Sorice alla Guerra.
  • Badoglio ed Ambrosio incontrano Kesselring e lo rassicurano sulla fedeltà italiana.
    (questo punto è da subito una menzogna clamorosa. Badoglio aveva già preparato il comunicato che affermava il contrario…)
  • Hitler dirama le direttive del piano Alarico-Axe, cioè occupazione dell’Italia e sostituzione del Governo Badoglio con un Governo fascista.
  • Churchill invia a Roosevelt la prima bozza dell’armistizio “lungo”.
    (versione particolarmente dura e risentita)
  • Scambio di lettere tra Badoglio e Mussolini.
    (Mussolini già prigioniero consapevole del colpo di Stato) *
  • Circolare Roatta sull’ordine pubblico.

* da notare che, appena appresa la notizia dell’arresto, nessuna forza fascista – penso alla Milizia – fece qualcosa al riguardo.
Non si organizzarono posti di blocco, non si cercarono testimoni, non si inquisirono i Carabinieri Reali (strano) per ottenere notizie del fermo.
Veramente folle. In tutti gli altri Paesi ogni governo, anche il meno criminale, ha sempre annoverato un proprio organo di sicurezza omni-presente; nel Fascismo la forza più vicina disponible era a 6 Km o più da dove sarebbe servita. Incredibile.

Con la caduta di Mussolini si aprirono tre scenari:

1) quello con protagonisti il Re, il nuovo governo Badoglio e i comandanti militari.
L’obiettivo era quello di tranquillizzare i tedeschi con una forte repressione interna e contemporaneamente aprire sondaggi segretissimi con gli Alleati per valutare una eventuale pace separata.

2) Quello tedesco, che mirava all’occupazione del territorio italiano e al disarmo del suo esercito, in quanto Hitler non si fidava di Badoglio e temeva un suo “voltafaccia” a breve termine.

3) Quello Alleato, in cui Churchill e Roosevelt sperano di liberarsi del problema Italia per presidiare meglio la penisola.

Però anche gli Alleati temevano un nuovo improvviso contro-rovesciamento di fronte fascista e, allo stesso tempo, la perdita del bottino della Marina italiana spaventava ancora parecchio.
Intanto, Mussolini, trasferito in ambulanza da Villa Savoia a alla caserma Podgora, poi in quella in v. Legnano a Roma, ricevette una lettera, consegnata a mano, da Badoglio.

  • Il sottoscritto, Capo del Governo, tiene a far sapere a V.E. che quanto è stato eseguito nei Vostri riguardi è unicamente dovuto al Vs. personale interesse, essendo giunte da più parti precise segnalazioni di un serio complotto contro la Vostra Persona.
    Spiacente di questo, tiene a farVi sapere che è pronto a dar ordini per il Vostro sicuro accompagnamento, con i dovuti riguardi, nella località che vorrete indicare -.

Curioso è il balletto menzognero che si instaura anche nelle risposta di Mussolini:

  •  Desidero ringraziare il Maresciallo d’Italia Badoglio per le attenzioni che ha voluto osservare alla mia persona.
    Unica residenza di cui posso disporre è la Rocca delle Caminate, dove sono disposto a trasferirmi in qualsiasi momento.
    Desidero assicurare il maresciallo badoglio, anche in ricordo del lavoro comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione.
    Sono contento della decisione presa di continuare la guerra con gli alleati, così come l’onore e gli interessi della Patria in questo momento esigono, e faccio voti che il successo coroni il grave compito al quale il maresciallo Badoglio si accinge per ordine di Sua Maestà il Re, del quale durante ventuno anni sono stato leale servitore e tale rimango.
    Viva l’Italia! -.

A questo punto gli intrecci diventano febbrili. Nei vertici tedeschi si manifesta un trauma inatteso. – L’esito della seduta del Gran Consiglio – scrive Kesselring – e gli eventi che seguirono mostrarono quanto fossero inesatte le nostre supposizioni. Benchè fosse sera tardi, chiesi un’udienza al Re che si prolungò fino a tardi, alla presenza del colonnello Montezemolo. Il Sovrano mi assicurò che per quanto riguardava la continuazione della guerra non vi sarebbe stato nessun cambiamento, al contrario essa sarebbe stata intensificata. Mi dichiarò di aver dovuto sostituire Mussolini perchè il Gran Consiglio aveva richiesto tale provvedimento e il Duce aveva perduto la fiducia dell’opinione pubblica, ma di essermi deciso a malincuore ad un tale passo… Terminò esprimendomi la sua ammirazione per il Fuhrer che invidiava a causa dei suoi vasti poteri che egli non godeva nella stessa misura neppure lontanamente -.

La grande menzogna stava prendendo il largo.

Intanto. il gen. Roatta, su ordine preciso di Badoglio, emanava una durissima circolare sull’ordine pubblico: esisteva il rischio di manifestazioni popolari e una rivolta dei fomentata dai comunisti.
Venne, in pratica, emanato l’ordine di sparare a vista ad ogni occasione sospetta di tumulti.


Rommel incapace di andare d’accordo con gli italiani

A parte il fatto che le versioni delle interviste rilasciate al tempo in via ufficiosa sono decisamente diverse da quelle depositate sul suo libro “soldato fino all’ultimo giorno”, comunque riporto un estratto di quella concessa da Albert Kesselring ad Enzo Biagi, attorno ai primi anni 60.
Con colore diverso evidenzierò le parte estrapolate dal suo libro autobiografico, un nome che, in alcuni italiani, evoca ancora oggi ricordi amari.

Intanto, in quei giorni di fine maggio 1942, il dilemma tedesco era ancora: Malta o l’Egitto?

Un trimotore da bombardamento italia­no in volo sul fronte africano, durante la preparazione dell’offensiva di maggio.
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Il teatro di operazioni del Medi­terraneo cominciò a diventare vera­mente interessante per me allor­quando il generale Jeschonnek, nel mese di settembre 1941, mi chiamò al telefono per chiedermi se avessi assunto volentieri un comando ope­rativo in Africa: era necessario — mi disse — fare al più presto qualcosa, se si voleva evitare un crollo com­pleto delle posizioni italiane nell’A­frica settentrionale.
Giunsi a Roma il 28 novembre 1941, precedendo il mio Stato Mag­giore, e potei subito rendermi conto delle difficoltà di dirigere una guer­ra di coalizione. Il capo di stato maggiore generale italiano, Ma­resciallo Cavallero, aveva rifiutato di porre sotto il mio comando le for­ze militari navali e aeree italiane che mi sarebbero state affidate nella esecuzione del mio compito. Egli di­chiarò che ciò avrebbe significato per l’Italia l’abbandono della propria autonomia (
non a torto); al massimo si dichiarò disposto a cedermi il comando dei reparti d’aviazione.
Con questa mez­za misura non si sarebbe ottenuto nulla di buono, ma volli che mi venisse assicurata in com­penso una collaborazione intera e fiduciosa da parte di tutte le forze armate italiane.
Il Maresciallo Ca­vallero mi promise che il comando supremo non avrebbe emanato nes­sun ordine circa le misure da pren­dere sul teatro di operazioni Italiane in Africa senza la mia partecipazione e la mia adesione. Tale promessa ven­ne poi infatti mantenuta.
Oggi deb­bo riconoscere come questa conces­sione, la quale teneva conto del sen­timento nazionale e del forte orgo­glio degli italiani, abbia reso possi­bile un’efficace azione comune.

In Tripolitania trovai una gerar­chia di comandi chiara e risponden­te agli scopi militari. Dal governato­re generale, maresciallo Bastico, di­pendevano tutte le forze dell’eserci­to, della marina e dell’aviazione che operavano nella regione e quindi anche Rommel.
Era un ordinamen­to ideale, che però non poté recare tutti i suoi frutti a causa dei forti contra­sti fra Rommel e Bastico e della in­capacità da parte di Rommel di com­prendere e rispettare la suscettibili­tà degli italiani. La sua gloria, in quel momento al suo apogeo, impedì che le cose mutassero; servì tuttavia in certo qual modo a rendere meno aspri i rapporti reciproci.
Le operazioni venivano dirette da Roma, ma l’Italia non risentiva trop­po le conseguenze degli eventi belli­ci. Avevo l’impressione che la guer­ra non venisse presa sul serio da molti italiani, i quali non sentivano abbastanza la loro responsabilità verso i soldati combattenti sul fron­te. Ogni provvedimento veniva ap­plicato con esitazione e dove sareb­be stato necessario il maggior impe­gno da parte di tutti, si usavano sol­tanto mezze misure.
A che era dovu­to questo stato di cose? Io ero con­vinto che si trattasse di un’utilizza­zione insufficiente del potenziale bellico.

Rommel era un tipo particolare: a prima vista, di un’antipatia inavvicinabile; questo è un aspetto squisitamente personale, forse acuito dalle notevoli vittorie conseguite sul campo che gli facevano inquadrare dall’alto ogni persona che incontrava; poi c’era sempre questa altezzosità che si manifestava sempre anche con noi ufficiali, ma con Basico c’era qualcosa di più del campo puramente professionale: parlerei di campi magnetici avversi. Ogni cosa, ogni considerazione dell’uno o dell’altro veniva presa per le punte, discussa con toni spesso sopra le righe. Si creavano situazioni imbarazzanti ed insostenibili. Roma ne era informata.
A causa del caposaldo di Bir Hackeim ebbi una disputa col generale Rommel perchè le cose non avevano funzionato subito: il comando del gen. König, comandante dei francesi che occupavano l’oasi, rappresentava per noi una sensibile minaccia.
Per ordine di Rommel erano stati effettuati bombardamenti in picchiata, perfino con bombe al petrolio, che uniti ad attacchi della fanteria non avevano raggiunto l’effetto desiderato, a causa dello sfasamento fra le azioni terrestri ed aeree.
Eravamo riuniti in una tenda del comando, assistiti da alcuni ufficiali di campo e stavamo cercando di valutare il perchè non fossimo stati in grado di conquistare ancora la postazione francese.
Spiegai che, in merito all’accaduto, forse la fanteria aveva travisato
gli orari di intervento concordati e improvvisamente Rommel si infuriò. Diede una pacca sul tavolo di legno delle mappe – così forte – che la lampada ad olio venne scagliata in alto contro la tenda che prese immediatamente fuoco e ci dovemmo allontanare subito in preda allo stupore. Più tardi un ufficiale mi confidò che episodi di collera, nel generale, erano abbastanza frequenti, soprattutto ultimamente.
Ciò però non mi impedì di ammirare in lui la grande vitalità che conservava intatta e le imprese che posero le basi della conquista di Tobruk, certamente fra le più notevoli della storia della guerra; le stesse che segnarono indelebilmente il culmine della carriera vittoriosa di Rommel.

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