Stalingrado. e dopo. la disfatta

All’inizio dell’attacco su Stalingrado l’armata tedesca era composta da circa 250mila soldati, ma con una media di 2400/2500 caduti giornalieri registrata in Novembre e Dicembre, all’inizio di Gennaio erano rimasti circa in 100mila.

La situazione rimpiazzi era praticamente azzerata, i rinforzi erano praticamente sospesi, ma nonostante il freddo e le malattie de esso provocate, la malnutrizione, non si riusciva ad avere la meglio sulle truppe russe del settore nord. I carri rimasti non potevano muoversi, nemmeno i semplici cingolati avevano gioco, solo a piedi e se ci si muoveva si correva il rischio di perdersi, di rimanere isolati e senza via di scampo. Il panorama attorno concedeva pochi riferimenti ed il rischio di essere colpiti era altissimo.
Erano stati promessi aiuti, ma ormai nessuno ci credeva più.
Sembrava essere impossibile: Hitler che abbandona il suo esercito, ma sembrava così. Era così.

Dov’era e cosa faceva l’Armata del Gruppo A nel momento dell’accerchiamento in atto? Perchè non corse in aiuto di quella del Gruppo B (6° Armata)?
Probabilmente chi scrive non è sufficientemente preparato sulla gestione delle risorse militari, ma queste sono domande di un profano che si pone dei quesiti irrisolvibili.
Intanto, a fine gennaio, la situazione era tragica. Pochi gruppi di resistenti tedeschi erano abbarbicati nella fabbrica dei trattori (quella che si vede ricostruita nel film “Il Nemico alla Porte“) e riuscivano ad opporre una tenue resistenza con gli aiuti lanciati dai pochi aerei (Junkers52) che riuscivano a sorvolare la zona.
Così, contro ogni speranza, gli ultimi continuarono a combattere cercando di raggiungere la Piazza Rossa dove si stava formando una nuova linea del fronte contro i russi nel settore nord.
Il 2 febbraio anche l’ultima linea tedesca del settore nord si dovette arrendere perchè non avevano più possibilità di resistere.
Senza munizioni, senza aiuti sostanziali, senza più morale, non ci fu altra alternativa che la resa.

Il dopo.

Una volta in prigionia i tedeschi vennero trattati in modo disumano; alcuni rimasero nei gulag per 13 anni.
Sebbene avessero combattuto per un regime disumano ora erano nelle mani di un altro regime altrettanto implacabile, ostile, insensibile e desideroso di vendetta.
Il risultato fu permeato di maggiore crudeltà e disumanità.
Al Maresciallo Paulus, al processo di Norimberga venne chiesto: “come stanno ora i prigionieri tedeschi?” – “Bene, molto bene!” – rispose. Lui, che era passato alla causa russa da diverso tempo e si dichiarava membro di “Germania Libera”, il nuovo movimento anti-nazismo.
Dite alle loro madri e mogli che stanno tutti bene!” – recitò ai pochi giornalisti autorizzati.
Dei 93mila presi prigionieri ne morirono 80mila.
A Paulus venne data in gestione una villa, cibo a non finire, il giornale tutte le mattine e gli lasciarono anche indossare tutte le decorazioni che aveva guadagnato (visibili in un film russo del 1947) e quando morì i russi gli fecero pure un funerale di Stato.
Per i soldati fu un tradimento terribile. A quel punto, ai sopravvissuti si rese solo disponibile una morte per assideramento, malattia o per abbandono.


Pochi resistettero da soli, al freddo per 3 settimane, dietro le macerie dopo la fine della battaglia ed assistettero alla fucilazione di quelli arresisi subito. Altri furono mandati in contro alla morte a piedi, nella steppa, senza cibo, nè riparo alcuno.
Altri, in grado ancora di camminare, furono mandati a Bigidowka (a sud di Stalingrado) e dovettero marciare per 4 giorni, senza cibo e senza soste.


Solo 6mila ritornarono a casa, altri morirono di meningite o distrofia. Il campo di prigionia fu quindi la macabra prospettiva per coloro che scamparono alla carneficina, per altri ancora ci fu l’incubo delle cave di pietra, a -20 o -30°.

Dopo la guerra la questione Stalingrado non era ancora finita.
I campi di prigionia diventarono campi di lavoro forzato dove gli uomini della Wehrmacht furono costretti a lavorare per la ricostruzione per 13 o 14 anni, trattenuti sulla base di accuse, spesso false, dopo processi farsa, o peggio, traditi dai propri compagni.
La verità è che la battaglia di Stalingrado non era sta contemplata da nessuna delle due parti, nessuno si aspettava di doverla combattere. Per Hitler e Stalin fu una battaglia di volontà, una prova di capacità politica e, quindi, un segnale politico per il mondo.
Qualcuno ha detto: “l’apoteosi del compimento del dovere dei soldati tedeschi verso la Madre Patria” e questa, per me è una sonora puttanata: – il dovere dei soldati NON è quello di morire per la Patria, ma far morire i propri nemici!
Secondo alcuni storici, non ci furono vincitori a Stalingrado.
Gli uomini che pagarono il prezzo della vanità di Hitler sono quelli che giacciono nella tombe della steppa russa o quelli che marcirono in un campo di lavoro forzato.
Per i russi il premio furono altri 40 anni di comunismo.
I veri vincitori di questa battaglia furono la morte, la miseria e la distruzione.

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