storia dell’America nazista 4parte

In un’America, fino ad allora tollerante verso ogni ideologia diversa dalla democrazia, stava per incombere la guerra e la paranoia nei confronti di italiani, tedeschi e giapponesi, aumentò di giorno in giorno anche con momenti di grande tensione.
Se fino agli anni ’40 c’era stata convivenza tra americani, ora l’attenzione si spostava non sull’ideologia personale, sulla natività reale, (molti “tedeschi” erano nati in America), ma sull’origine – vera o presunta – verso le persone che parlavano anche un’altra lingua.
Tra la gente comune, questa discriminazione aumentò a dismisura nel giro di 3 o 4 giorni.
Mentre Hitler stava dilagando in Europa, la presenza di altre etnie era vissuta con grande paura e timore; i nazisti erano ora improvvisamente additati ed evitati.
Nel 1941, poche settimane prima della dichiarazione tedesca di guerra l’FBI cominciò a stilare un elenco di nominativi di persone considerate “pericolose” per la sicurezza nazionale. A quasi 5 milioni di cittadini tedeschi, italiani e giapponesi venne imposto di registrarsi presso il Dipartimento di Stato in virtù dell’Enemy Alien Act del 1940.


E il giorno dell’attacco a Pearl Harbour venne applicata questa legge americana, alquanto discutibile. Poche ore dopo l’attacco aereo nipponico vennero inviati agenti ad arrestare le persone considerate come “stranieri pericolosi” e con metodi molto sbrigativi.
Hedgar Hoover si fece portatore dell’isteria nazionale estremizzando il sentimento verso coloro che non erano – nativi USA -, usando sistemi che erano simili a quelli dei nazisti, in Germania, contro gli ebrei.
Con la firma del Presidente americano Roosevelt del 19 febbraio 1942, sull’Executive Order 9066, si posero le basi per la più grande campagna di trasferimenti forzati dell’America. L’ordinativo permetteva ai locali comandanti militari di stabilire all’interno delle “aree militari” delle “zone di esclusione”, in cui “persone potevano essere in tutto o in parte isolate”.
Le operazioni furono gestite dall’ente governativo “War Relocation Authority“, costituito il 18 marzo 1942 da Roosevelt, con l’Ordine Esecutivo 9102.


Fu così che 110 mila unità di origine giapponese, straniere, ma anche cittadini americani – sgombrarono le loro abitazioni e furono internate in diversi “centri di riallocamento“, sparsi nell’entroterra, in alcuni dei luoghi più isolati del paese, lontani da aree popolose e dai centri dell’industria di guerra.
Con il pretesto di scongiurare qualsiasi sabotaggio, ai giapponesi fu sequestrato quello che sembrava in qualche modo tecnologico.
La difficoltà più grande dell’FBI fu quella di distinguere e riconoscere i nazisti dai tedeschi normali, anche se nati in America, ma abitudinalmente a contatto con altri tedeschi.
Nel dubbio il Governo preferì di peccare di “eccesso di prudenza” facendo di tutto un’erba, un fascio: a causa di una precisa scelta politica intere famiglie vennero fermate, interrogate e malmenate solo perchè, magari, avevano un parente “a rischio” o addirittura una “riconosciuta minaccia per la comunità“.
Conclusione: centinaia di innocenti ed inoffensive persone “non americane” finirono nei campi di concentramento perchè improvvisamente erano circolate voci insistenti su un’imminente sbarco dei giapponesi sulle coste del Pacifico, generando un’ennesima isteria americana che sembrò inarrestabile per un lungo periodo.

Finire nei campi di concentramento, oltre alla privazione della libertà personale, significò anche perdita delle proprietà mobili ed immobili. Gli appartamenti abitati da tedeschi subivano questa procedura: l’abitazione, non appena liberata veniva svuotata sommariamente, dopo di che stava vuota per 40gg, termine oltre il quale diventava espropriata dal governo e resa disponibile all’acquisto di privati.
Con la scusa di cercare materiale ipotetico di propaganda nazista, si mettevano a soqquadro l’appartamento mentre gli occupanti stavano ancora mangiando e per farli uscire sotto arresto si concedevano 5minuti (max.). In caso di reperimento di materiale considerato “pericoloso“, come radio ad onde corte, armi o macchine fotografiche, tutto era interpretato come contrabbando militare e venivano messi sotto indagine anche gli averi e i conti in banca, perchè di possibile “provenienza sospetta“.
Una volta poi arrestati e deportati, i soldi sparivano regolarmente.
Un altro dogma. Quando una famiglia veniva internata in campo di concentramento la Commissione di Controllo, all’80% considerava “pericolosi” anche i parenti più lontani e li metteva immediatamente sotto inchiesta.
Comunque, anche solo per prudenza, si poteva finire in uno dei 40 campi americani portando solo lo stretto indispensabile, di fatto perdendo tutto ciò che si possedeva.
Il campo più grande era a Crystal City, nel Texas.


Furono condotti tutti sotto scorta, seguiti da agenti dell’immigrazione; durante la guerra furono circa 110mila, di cui solo il 4% era stato effettivamente membro dell’American German Bund.
Da un rapporto di un ispettore del campo risultò che le etnie vivevano separate: sotto una superficie di umanità, covava ogni giorno una tensione, spesso incontrollata, per via delle differenze culturali e per la diffidenza reciproca che aveva raggiunto livelli enormi.
I giapponesi si comportavano come se gli italiani e i tedeschi non esistessero, gli italiani e i tedeschi consideravano i giapponesi come “esseri inferiori“.
Per la cronaca, oltre ai giapponesi, anche gli italiani vennero internati dal 1941 al 1944 e a differenza dei primi, non hanno nemmeno mai ricevuto alcun risarcimento. Solo nel 2010 è stata approvata una risoluzione da parte solo della legislatura della California con cui si è chiesto scusa per i maltrattamenti subiti dai residenti di origini italiana.
Ancora per la cronaca, oltre gli USA, molti italiani furono internati anche nei campi di concentramento francesi e inglesi, di fatto, questo crimine politico era una “norma”.
In Francia, uno dei più noti campi di concentramento era quello di Le Vernet d’Ariège.
Più dura fu la situazione per i tedeschi. Negli States, la politica di internamento verso cittadini statunitensi “colpevoli” di essere di origine tedesca, cominciò nel 1939 e finì nel 1948, e venne giustificata in quanto, al pari degli italiani, erano visti come “enemy aliens”.
Ma ancora a guerra finita.
Inoltre, c’è anche da ricordare che, sempre nel 45, statunitensi e inglesi si adoperarono sistematicamente in una feroce repressione contro i cosiddetti “Werwolf“, un’organizzazione di guerriglieri volontari, composta da molte donne e sopratutto da giovani, anche ragazzini al di sotto dei tredici anni. Anche ragazzi di 12 anni subirono processi e condanne all’ergastolo da parte di corti marziali statunitensi. Due membri di 16 e 17 anni furono condannati a morte alla fine del marzo del 1945 e giustiziati il 5 di giugno.
In altra località, l’8 aprile del 1945, uomini della 116° Divisione Corazzata furono fucilati, senza processo, dai soldati dell’esercito americano a seguito della scoperta di volantini del Werwolf che invitavano alla “resistenza”.
Le forze angloamericane avevano stabilito che: – ogni combattente Werwolf catturato doveva essere fucilato sul posto -.
Furono infatti considerati, per il diritto internazionale, non come membri di una milizia partigiana, ma come spie (anche perché non agivano in divisa) e quindi passibili di “fucilazione immediata”.
Ci furono molte esecuzioni tremende dove molte ragazze catturate finivano per essere torturate e stuprate, prima di venire assassinate dagli angloamericani.
Ma di queste cose non bisogna parlare più.

L’American German Bund ebbe modo di crescere e propagarsi in un momento di particolare tensione sociale, negli Stati Uniti. La lezione che si può trarre da quei fatti – dicono gli americani – è che il sistema democratico in America funziona e che c’è spazio per qualsiasi idea: buona, cattiva o irrilevante, traendo vantaggi proprio dalla famosa tolleranza statunistense.
Il nazismo di Kuhn era dunque concluso e per i seguenti ventanni  sarebbe stato in letargo per riapparire poi nei fine anni settanta come neo-nazismo, ma questo è un altro capitolo che poco ha a che fare con l’ideologia reale di Hitler.

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