la battaglia di Mosca 5

seconda parte

A metà novembre l’offensiva tedesca, con il morale rialzato da un’intensa campagna propagandistica, è ormai pronta.
Grande è la convinzione che basti solo una vigorosa spallata per far cadere il “grande orso russo” e perciò il piano tedesco prevede l’avanzata in 3 direzioni.
Le direzioni di Kalinin e di Tula devono riunirsi alle spalle di Mosca, mentre al centro le armate di von Kluge devono tenere impegnati i russi per favorire l’accerchiamento.


La prima fase ha successo: i tedeschi occupano Krasnaya Polyana, la città di Tolstoj, posizionandosi a 27 Km da Mosca il 28 novembre 1941, praticamente “ad un tiro di schioppo”.
Gli ufficiali tedeschi riuscivano a distinguere alcuni dei principali edifici della capitale sovietica attraverso i loro occhiali da campo. Però, sia le forze sovietiche che quelle tedesche erano gravemente depauperate, a volte, con solo 150-200 fucilieri – la sola forza di una piccola compagnia.
Il Maresciallo Rokossovski racconta che era stato chiamato da Stalin per porre rimedio alla situazione; i tedeschi infatti, coi cannoni a lunga gittata potevano già bombardare il centro della città e allora i sovietici, nonostante le batoste ricevute fino a quel momento e quasi sul punto di cedere, erano riusciti ad inviare al fronte alcuni battaglioni di fucilieri e una brigata di carristi liberando temporaneamente la città. All’alba del giorno successivo il contrattacco sovietico era un fatto compiuto. Nel rioccupare la zona i sovietici riuscirono a recuperare anche un certo numero di cannoni di grosso calibro, abbandonati nel ritiro, che i tedeschi intendevano usare direttamente su Mosca.

La cosa alzò considerevolmente il morale dei sovietici.
Dal canto suo Hitler, invece, era così sicuro della vittoria che aveva inviato da Berlino una squadra specializzata di genieri per distruggere il Cremlino.
(questo punto denota, senza dubbio, la difficoltà di percezione della realtà militare presente nel comando del Mauerwald; la frammentazione degli aggiornamenti dai campi di battaglia aveva l’effetto di confondere l’opinione del centro, che per contro faceva pervenire ordini, a loro volta, confusi, se non completamente errati)


[l’unica cosa necessaria all’esercito tedesco, in questo momento, erano copiosi rifornimenti in uomini e mezzi, unitamente ad un sostegno aereo, che invece era stato, proprio in quei giorni depauperato a causa di perdite e trasferimenti per riposo].

 

Verso l’ultima decina di novembre, le battaglie si svolgono sulle linee fortificate di Tula e Kalinin; nonostante la riconquista di Krasnaya Polyana è qui che si decide la sorte della capitale sovietica. Con pochi reinserimenti di truppe, i tedeschi riescono a sfondare la prima e la seconda linea di difesa.
Il 27 novembre cade Polevo, il 28 novembre conquistano alcune piccole località attorno a Mosca, il 2 dicembre cade Lenino.
Nella battaglia, il 1° Reggimento, che aveva iniziato con 2.800 soldati, dopo 2 ore era ridotto a solo 500 uomini.
In quell’istante, Mosca era ormai tutta una trincea. Gli operai lasciavano le fabbriche per andare in trincea.
Nella foto sotto: è il ponte di Khimki oggi.


Dista 10 Km da Mosca. Quando il tempo è bello si possono vedere le guglie del Cremlino.
E’ il punto più vicino raggiunto dai tedeschi, nel 1941.
Qui il 3 dicembre giunsero i primi reparti della 258° Divisione di fanteria, ma furono ricacciati prima di sera da squadre di guardie del popolo, passate al contrattacco.

E mentre al Cremlino studiano come impostare le difese rimaste disponibili, Stalin prende una decisione che rivoluzionerà le sorti della battaglia di Mosca: chiama nella capitale tutte le truppe, ritirandole dall’Estremo Oriente. Secondo i generali sovietici sguarnendo così inevitabilmente il fronte e lasciandolo alla mercè, per esempio, dei giapponesi. Una decisione, da tutti considerata assolutamente folle.
Liberare tutta la frontiera, dalla Mongolia, alla Siberia, da un fronte di oltre 3mila Km è un gesto disperato, dettato solo dall’impellente necessità di difendere la capitale. Un gesto che sarebbe potuto costare una disfatta totale dell’URSS.
Stalin non ne parlerà mai, in seguito. Dispone soltanto che il suo ordine venga eseguito istantaneamente.
In realtà, sta solo affrontando un rischio calcolato.

Dopo aver ricevuto un messaggio dal suo agente segreto comunista, Richard Sorge, che gli aveva comunicato con esattezza il giorno dell’attacco nazista. Sorge, che operava ancoara a Tokio, nell’ambasciata tedesca, gli ha appena comunicato che il Giappone si sta preparando ad attaccare gli Stati Uniti a Pearl Harbor e che, di conseguenza, non intenderà dichiarare guerra all’URSS.
L’importanza di questo messaggio è enorme.

Ma la domanda ora è: si può basare il destino di un Paese sulle parole di un solo uomo?
Stalin lo fa. Lo deve fare. E sarà questa decisione a salvare Mosca.
Stalin, tuttavia, non dimostrerà mai nessuna gratitudine particolare a questo agente, poi fucilato a Tokio nel 1944 e proclamato eroe dell’URSS soltanto dopo la morte di Stalin.
Il radiotelegrafista Max Clausen, del servizio segreto sovietico, è stato il braccio destro di Richard Sorge. Il responsabile diretto dell’invio di quel messaggio a Mosca, relativo all’aggressione nazista e con tre mesi di anticipo. Per anni Sorge aveva seguito la politica giapponese da vicino, era un amico intimo dell’ambasciatore tedesco a Tokio. poi c’era Hotsumi Ozaki, consigliere segreto del primo ministro Konoye.
E fu proprio questi a fornire le informazioni più decisive.
Il messaggio inviato diceva: “il Giappone sta per attaccare gli Stati Uniti, per la Russia il pericolo è passato“.
Così, in pratica, c’era la liberatoria di schierare tutte le armate siberiane in difesa della città. L’arrivo, infatti, di truppe scelte, allenate a combattere e vivere nel freddo si rivelò determinante.
Il 6 dicembre l’Armata Rossa scatenò la sua prima controffensiva su tutto il fronte di Mosca, da Kalinin a Tula, poi seguirono i cosacchi, i cavalieri mongoli e i turkestani. L’avanzata tedesca così si arrestò di colpo e i soldati furono costrettti a combattere sulla difensiva.
Fu la prima grande sconfitta tedesca dopo 2 anni di guerra.

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