Obersalzberg: burocrazia e persecuzione

 

Nel 1943 le cose avevano già cominciato a scricchiolare fortemente.
Sul fronte Orientale Hitler ripeteva ogni giorno che l’argomento gli faceva rivoltare lo stomaco. Gli ufficiali più intuitivi avevano capito da tempo che era ora di fare altri piani per salvare il salvabile.
La Germania, quotidianamente visitata dai bombardieri alleati, che non avevano ancora raggiunto il massimo potere distruttivo del 1944/45, contribuivano però a modificare l’ideologia politica dei civili con il testing quotidiano degli esplosivi incendiari ad alto potenziale sui grandi centri produttivi tedeschi.

Ma per il momento all’Obersalzberg la guerra sembrava ancora lontana.
Quindi, di fronte ad un certo quoziente di rilassatezza presunto, all’Obersalzberg si poteva trovare luogo e spazio per dare fondo alle proprie ossessioni, giudicate legali da chi gli stava accanto.
E forse è proprio questo l’incredibile.

Nel suo studio, immerso in un silenzio quasi innaturale, Hitler firmava le condanne a morte che riguardavano gli ufficiali accusati di disfattismo.
Qui bisogna fare un attimo mente locale, non tanto su Hitler, ma sulle persone che selezionavano le nominations (pardon…) – che fornivano i nomi degli accusati. In base all’ordinanza emessa, Hitler aveva dato ordine di mandare sotto processo gli ufficiali sospettati di atteggiamenti anche solo lievemente disfattisti. Simili accuse colpivano anche ufficiali che in situa­zioni senza via d’uscita erano stati costretti a ritirarsi dai propri incarichi.
Hitler aveva ordinato di passarli per le armi senza alcuna pietà.

A mio modo di giudicare, è sempre la gente che frega la gente. E sarà sempre così. Basta un’antipatia pronunciata e, se esiste una procedura per poter colpire, si colpisce. Basta un sospetto. Una bugia: ” l’ho sentito dire… …”, e come un fulmine la voce correva sui fili del telefono per mano di un anonimo alla Gestapo. Dalla Gestapo direttamente in tribunale. Poi dal tribunale (di guerra) a Keitel, il quale, con annotazioni puramente formali, le passava all’aiutante militare di Hitler, che doveva controfirmarle, in quanto comandante su­premo della Wehrmacht. Le sentenze erano consegnate a Hitler dal contrammiraglio von Puttkamer, suo aiutante di campo per la Mari­na. Hitler le controfirmava senza occuparsi ulteriormente dei singoli casi. Del suo diritto di grazia non fece mai uso. Solo un’unica volta, nel 1944, graziò un condannato a morte. Era il generale Feuchtinger, comandante di una divisione corazzata in Francia, che il tribunale di guerra aveva condannato a morte per malversazione in grande stile. Hitler cassò la sentenza e commutò la condanna in una breve pena detentiva.
Nel caso specifico, il generale Edgar Feuchtinger, che nel 1943-1944 era il comandante della XXI Di­visione corazzata, venne arrestato il 5 gennaio 1945 per corruzione e allontanamento non autorizzato dal suo posto (il 6 giugno 1944, all’inizio dell’invasione alleata in Francia, si trovava a Parigi a divertirsi con la sua amante) e in seguito degradato e condannato a morte. Hitler lo graziò il 2 marzo 1945 e lo fece trasferire come cannoniere alla XX Di­visione corazzata. Ma Feuchtinger, durante il trasferimento al corpo di destinazione, si consegnò agli inglesi come prigioniero di guerra.
Hitler continuava bensì a pensare che soltanto i generali fossero responsabili delle sue sconfitte, ma non ne chiese conto ad alcuno di loro. Brauchitsch, Halder e altri vennero collocati a riposo e come congedo Hitler concesse loro elevate onorificenze. Essi si ritirarono in tutta tranquillità nei loro possedimenti.
Firmava invece le condan­ne a morte dei semplici ufficiali senza pietà.

Ma Hitler, a differenza di Stalin, che sui propri militari aveva un ascendente molto incisivo (per così dire) si dedicava anche a questioni civili.
Nei giorni passati aIl’Obersalzberg Hitler si era auto-incaricato di autorizzare matrimoni di tedeschi con donne straniere. Simili richieste erano avanzate da soldati tedeschi di stanza nei Paesi conquistati Fran­cia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca o Norvegia che volevano spo­sare donne locali. La maggior parte delle richieste proveniva da ma­rinai tedeschi. Ogni due, tre settimane, Puttkamer portava a Hitler le domande. Hitler se ne occupava a fondo. Soprattutto osservava con attenzione le fotografie delle donne allegate alle richieste. Secondo le prescrizioni del comando supremo alle domande dovevano essere allegate tre fotografie, un ritratto di profilo, uno frontale e una foto della persona intera. Hitler faceva volentieri dei paragoni con le persone che conosceva. Una candidata aveva il naso simile a quello di Verena, la figlia di Winifred Wagner, un’altra somigliava alla moglie di Hess.
La maggior parte delle donne delle fotografie non erano particolarmente carine. Hitler commentava ridendo che i suoi soldati che se ne erano innamorati, quando fossero rinsaviti l’avrebbero maledetto per aver autorizzato il loro matrimonio. Hitler studiava anche tutte le carte allegate: i precedenti dei soldati che facevano la richiesta, gli attestati di polizia sulle donne straniere e sui loro genitori, le valuta­zioni del Servizio di sicurezza sulla posizione politica della famiglia. Raramente firmava subito; per lo più chiedeva a Linge di portargli le richieste una seconda volta.
Egli spiegava che era molto importante fare un’estrema attenzione al fatto che attraverso quei matrimoni non giungesse alla Germania un sangue inferiore dal punto di vista raz­ziale. Per questo appunto egli si riservava il diritto di autorizzare per­sonalmente le richieste.
Eh! Hai visto mai…

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