la battaglia di Mosca

La posizione di Hitler.
settembre 1941.

Alla fine di questo mese un fatto appare chiaro al Fuhrer:
l’imprevista e debole resistenza sovietica ha sicuramente ritardato i suoi piani nel piegare il gigante russo in 8 settimane, come aveva previsto e preannunciato all’inizio delle operazioni.
Hitler, oltretutto ora non può accettare i consigli dei suoi generali che vorrebbero rimandare gli attacchi alla prossima primavera; si rende conto che con la rinuncia alla guerra lampo darebbe così alla Russia di Stalin la possibilità di riorganizzarsi e forse riprendersi.

Secondo però a quanto risulta all’HQ tedesco (l’OKW) i sovietici sarebbero in forte crisi. Di norma, in preda alla confusione.
Spesso le armate sarebbero in confusione tra loro e lo stesso Stalin, che ha assunto l’incarico di comandante supremo, non può avere una chiara visione d’insieme soprattutto per l’impossibilità di mettersi in contatto con i vari fronti.
Dal suo punto di vista strategico quindi, Hitler ha ragione nel voler impedire ogni sosta; egli è convinto che fermarsi in un momento simile sarebbe assai più rischioso che andare avanti.
L’esercito tedesco infatti non era stato approntato per l’inverno russo. L’operazione Barbarossa era stata ideata per essere svolta entro una sola campagna estiva.
Hitler infatti non ha mai nascosto la sua fretta.
Mosca – dice – deve cadere entro 2 settimane. Se Mosca cadrà, crollerà anche tutta l’impalcatura dell’esercito russo.

 

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Mosca. La città, la gente.
settembre/ottobre 1941.

Quando l’urlo delle sirene di Mosca ha cominciato a suonare la città ha potuto offrire con la sua gigantesca metropolitana, orgoglio mondiale della capitale, migliaia di rifugiati che non trovavano più spazio nei ricoveri. L’opera più esaltata del regime è stata il luogo di infinite notti dove i moscoviti hanno trovato riparo; all’aperto erano autorizzati a rimanere soltanto i membri delle difesa civile.

 

A Mosca, la prima cosa che venne attuata per contrastare le incursioni, oltre naturalmente all’approntamento delle difese contraeree, fu la distribuzione nelle case e negli stabilimenti lavorativi delle maschere antigas. Fu emanato addiruttura l’obbligo di portarla sempre a tracolla, anche nelle officine, giorno e notte, poi vennero organizzate della squadre di difesa, nelle case e negli edifici pubblici, composte da persone che avevano il compito di raccogliere le bombe incendiarie appena cadute e gettarle nell’acqua o nella sabbia. La raccomandazione era di prenderle con le pinze, ma se non erano disponibili venivano raccolte direttamente con le mani.
A questa attività parteciparono anche i fuoriusciti italiani (comunisti rifugiati in Russia) e gli emigrati politici (ad es. Togliatti, Nenni, ecc).

All’inizio di ottobre la vita a Mosca aveva superato il primo shock delle incursioni e sembrava scorrere relativamente tranquilla; la gente si era abituata a vivere con l’idea di avere il nemico a 300 Km. Fino ad allora la guerra li aveva risparmiati; il conflitto si era spostato a sud e verso Leningrado e, almeno per l’uomo della strada, appariva del tutto improbabile che i nazisti tentassero di occupare la città proprio ora che l’inverno era alle porte.
Mosca dunque, si stava preparando al suo primo inverno di guerra. Fra un bombardamento e l’altro le fabbriche lavoravano per i soldati, mentre i ragazzi stavano scoprendo un nuovo gioco: raccogliere le schegge di granate più strane.

Per risollevare il morale della popolazione si era ricorso ad esporre nelle immense piazze i resti dei bombardieri tedeschi abbattuti, mentre gran parte della popolazione aiutava il trasferimento delle fabbriche verso oriente.
Un’impresa ciclopica senza precedenti nella storia.
In circa 3 mesi, 1500 stabilimenti vennero smantellati e caricati su treni per gli Urali dove, a tempo di record vennero subito resi nuovamente efficienti.

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Ma la completa riuscita dell’evacuazione delle fabbriche, che avrebbe assicurato il rifornimento alle armate russe, non aveva tranquillizzato Stalin che in quei giorni era assillato da un altro gravissimo problema: quello della assoluta impreparazione degli alti comandi dell’esercito.
Stalin stesso si era reso responsabile di questa situazione: la drastica epurazione da lui ordinata alla vigilia della guerra, la fucilazione di brillanti strateghi militari avevano privato l’armata rossa dei suoi migliori comandanti. Questa carenza nel comando era stata avvertita anche dagli avversari tedeschi.
Come raccontava von Mainstein, i generali russi sembravano non avere sufficiente spirito personale di iniziativa; le truppe mancavano di quello che comunemente si chiama il “Comando Unificato“.
Secondo lo storico britannico Ronald Seth, la causa di questa situazione fosse dovuta al fatto che nei comandi sovietici a tutti i livelli a comandare erano sempre in due:il generale ed il commissario politico e quasi mai questi due personaggi andavano d’accordo. Le conseguenze si possono immaginare.
I sovietici non disponevano neppure di un vero quartier generale. Soltanto dopo l’inizio della guerra venne creato qualcosa di simile: la Stavka, un’istituzione che riuniva i capi politici e quelli militari.
Uno dei primi atti di questa organizzazione fu quello di creare tre comandi principali:
– il fronte nord con Voroshilov come comandante e Andrei Zhdanov come comm. politico,
– il fronte occidentale con Timoshenko come generale e Nikolai Bulganin come comm. politico e
– il fronte sud con Budjonny come comandante e Nikita Krusciov come consigliere.

In tal modo i comandi avevano così, sebbene in grave ritardo, una specie di Comando Unico, in grado comunque di avere il quadro completo delle operazioni sui campi di battaglia.

L’operazione Thyphoon, dell’avanzata su Mosca era stata prevista in due fasi: con l’impiego di 46 divisioni di fanteria, 14 divisioni corazzate e 8 divisioni motorizzate.
La prima fase prevedeva a nord la rapida avanzata su Vyazma con 2 gruppi corazzati che dovevano chiudersi attorno alla città per insaccare le armate sovietiche. A sud il gruppo di Guderian doveva puntare su Orel, quindi convergere su Briansk e accerchiare le tre armate sovietiche del gen. Yeremenko.
In definitiva, il piano era quello di partire da Vyazma e Briansk per aggirare Mosca chiudendone tutti i varchi.

fine prima parte

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