Obersalzberg e dettagli

seconda parte

 

Si costruì su pareti di roccia quasi inaccessibili, a grande altez­za; l’esplosione di mine, fatte brillare senza sufficienti misure di sicurezza, diede origine a valanghe e frane.
Durante i lavori di costruzione sull’Obersalzberg persero la vita in incidenti quattordici operai. Ultimato a metà del 1936, il castello del Berghoff era composto da sessanta stanze, arredate con mobili costosi, preziosi gobelin e quadri di artisti olandesi, ita­liani e tedeschi.
Hitler fece acquistare i dipinti dalla signora Almers, antiquaria di Monaco e dall’antiquario di Berlino Haberstock, tramite il suo fotografo Hoffmann e il direttore della Pinacoteca di Dresda.


Al piano terra si trovava la sala da pranzo di Hitler, interamente rivestita di legno di pino chiaro. L’arredo consisteva in argenteria da tavola, sontuose porcellane e cristalli, che costavano milioni. Le stovi­glie provenivano dal patrimonio statale e prima della presa del potere di Hitler erano impiegate a Berlino per i ricevimenti di delegazioni governative. Sulle argenterie erano incise, insieme all’aquila tedesca e alla croce uncinata, le iniziali «A. H.» (Adolf Hitler). La tavola era ornata da candelabri d’oro a forma di angeli, che tenevano in mano i portacandele.
Nello stesso piano si trovavano anche il salone e la grande sala.
Il salone era dominato da una stufa, le cui piastrelle brune erano ador­ne da figure in rilievo rappresentanti fanciulle con bandiere naziste e giovani tamburini. E a proposito della stufa, un episodio.
Hitler trascorse sull’Obersalzberg tutta l’estate del 1939, passando il tempo come sempre, in compagnia di Eva Braun e delle sue amiche. Ma spesso si ritirava a leggere romanzi polizieschi e romanzi di avventure.

Forse a causa di questa letteratura di infimo ordine, nell’estate di qull’anno un fuochista che lavorava nel castello di Hitler fu vittima di uno scatto d’ira del padrone di casa. Egli accendeva nello studio personale di Hitler la stufa di maiolica che un’amica di Eva Braun, un’artista di Monaco che si chiamava Stork, aveva dipinto con scene della vita del partito nazista. Il fuochista raccontò ad altri operai del Berghoff di quella immensa biblioteca posseduta da Hitler.
Il servizio di sicurezza venne a saperlo e, per ordine del Fuhrer, l’uomo sparì in un lampo nel campo di concentramento di Dachau.
Un tipico esempio dell’intolleranza alla non riservatezza, di Hitler.

Nella sala pendeva anche un preziosissimo quadro antico di arte italiana, con la raffigurazione del Colosseo a Roma.
Attigui al salone erano da una parte il giardino d’inverno con la terrazza, dall’altra parte l’immensa sala di rappresentanza, con una su­perficie maggiore di 200 metri quadri, separata dal salone da un ve­stibolo. Dal salone scendevano alcuni gradini. Accanto all’ultimo gra­dino era posta, su un piedistallo, una testa di Zeus, proveniente da sca­vi in Italia. L’attrazione della sala era un’immensa finestra panoramica di 32 metri quadrati, chiusa da vetrate che potevano essere interamente asportate.


Hitler attirava l’attenzione di ogni ospite su quella finestra, attraverso la quale si apriva una magnifica vista sulle Alpi e sulla città di Salisburgo, in Austria. Hitler dichiarava con orgoglio di aver fatto costruire il suo castello proprio per realizzare quella finestra.
Di fronte alla finestra era posto un lungo tavolo di marmo, dove Hitler, quando soggiornava nell’Obersalzberg durante la guerra, teneva le sue riunioni di Stato maggiore.

Alle pareti della sala pendevano gobelin e dipinti, fra i quali la Venere di Tiziano.
Ancora a questo proposito, il direttore della Pinacoteca statale di Dresda, professor Heinz Posse, era stato no­minato nel 1939 direttore del «Progetto speciale Linz» e come tale si occupava di sce­gliere i dipinti per le residenze di Hitler e per il Museo che il dittatore aveva deciso di creare nella città di Linz.
Il gruppo di lavoro creato da Posse saccheggiò a questo sco­po i musei dei Paesi occupati e, attraverso propri intermediari, si procacciò dipinti e scul­ture di proprietà ebraica pagandoli una parte irrisoria (per non dire: commovente) del loro valore e pagandoli con fondi ricavati dalla cassa dell’amministrazione centrale del partito nazista. Ad un certo punto si passò all’esproprio diretto senza neanche “passare dal via“.
Il pavimento era coperto di velluto rosso, sul quale erano distesi rari tappeti per­siani. Su una mensola di marmo era collocato un busto di Richard Wagner. Davanti al grande camino, Hitler usava trascorrere le serate in una cerchia ristretta, bevendo tè e ascoltando musica dal grammofono.
Dall’anticamera del castello un largo scalone di marmo conduce­va al primo piano. Nell’anticamera pendeva un ritratto di Bismarck, che all’imbrunire era illuminato dai raggi del tramonto. Un fatto non casuale.

Al primo piano si trovavano le camere private di Hitler, che comunicavano con quelle della sua amante Eva Braun.
Una delle stan­za dell’appartamento di Hitler era in pratica una galleria di pittura. Vi si tro­vava un armadio di gran valore, che un tempo era appartenuto a Fe­derico II di Prussia. L’armadio era rivestito di diversi legni pregiati.


La stanza da lavoro di Hitler era rivestita di legno chiaro e arredata con mobili di acero levigato.
Sul camino pendeva un ritratto del ge­nerale von Moltke.
Le stanze di Eva Braun erano arredate con un lusso esclusivo.
Sempre conservate impeccabili da una servitù efficientissima.


I domestici al Berghoff sono stati sempre sceltissimi e riservatissimi. Ad ogni fine servizio giornaliero, in caso di libera uscita venivano perquisiti e continuamente controllati. Era severamente vietato rilasciare qualsiasi tipo d’informazione a chiunque, compresi i parenti più stretti. Erano previste pene molto severe. La posta personale non era permessa durante i mesi di servizio.
Il personale veniva rinnovato per questo motivo molto frequentemente. Molti non riuscivano a rispettare alcune regole assolute imposte dal Fuhrer: un cartello posto in diversi punti della casa recitava: SILENZIO ASSOLUTO! il minimo rumore poteva significare l’immediato licenziamento.

fine seconda parte

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