una storia senza importanza

E’ una storia appresa dal racconto di una signora amica della protagonista, oggi scomparsa, che mi ha fatto pensare.
La riporto così come presentata, cercando di riproporre lo stupore che mi ha pervaso, sentendola per la prima volta.

 

La signora Domiziana Valsprenghi, non era romagnola, ma delle Marche, anzi di un paesino di cui non ricordo il nome, ma aveva sposato un futuro medico, da poco laureato a Bologna, che nel ’32 aveva avuto qualche fastidio allo stomaco che poi gli aveva procurato ritardi anche nell’esercizio della sua professione.
Per farla corta, dirò che all’inizio del 1937 era già morto per un tumore, giudicato incurabile e lei, sarta, si era dovuta arrangiare per tirare avanti, non senza difficoltà.
Aveva anche un figlio che si era unito alla Milizia territoriale, contro il parere di tutti, ed era un po’ di tempo che non si faceva sentire.
Poi era arrivata la guerra, anche se a molti sembrava una cosa così lontana e certe cose erano cambiate.

A dicembre 1940 era arrivata una lettera dal fratello di lei che stava in America, vicino a West New Brighton e faceva il capo-magazziniere in una piccola fabbrica di prodotti elettrici.
Le aveva scritto: “dai che stavolta ci vediamo! prendi una nave e stai da me un mese e ti ricarichi le batterie. Qua si sta bene e poi così non pensi a tuo figlio e ti svaghi un po’! …”
Un po’ aveva tentennato, poi timidamente si era informata sul viaggio, su quanto costava, come si mangiava e quanto durava il tragitto.
Si era fatta viva anche la moglie del fratello, tale Gisele, scrivendole di non prendere su roba pesante, che tanto era caldo e che avrebbero pensato a tutto loro, di non pensarci tanto, insomma.

Beh, in fondo si trattava solo di prendere una nave passeggeri, una delle tante e di andare a vedere come se la cavava in America il fratello Alieto.

Insomma, trova questa nave che parte da Livorno, poi va a Genova ed infine a New York; durata del viaggio (stimata): 4gg.
Partenza da Livorno: 5 giugno 1941 e arrivo previsto il 9.
Anche se effettivamente il pensiero di qualche sbattimento per il viaggio in nave tutto andò come previsto. O quasi.
Il tragitto, nonostante fosse una persona che viaggiava da sola, risultò piacevole. Aveva trovato persone con cui condividere il tempo, le aspettative e il caldo.
Ad un certo punto il comandante fece avvisare che l’indomani la nave avrebbe attraccato al porto. A bordo si creò subito una certa agitazione. A bordo c’era una donna che in passato aveva aiutato in un negozio da parrucchiera che ebbe immediatamente impegni a non finire. Gli uomini si riunivano da una parte sul ponte a giocare a carte, come sempre, abbastanza rumorosamente.
Saranno state circa le 06:20 di mattina. Arrivò correndo un marinaio nelle cabine per avvertire che la Capitaneria di porto richiedeva subito un controllo dei visti di immigrazione e dei passaporti. Annunciò trafelato che sul ponte c’erano già 2 guardie armate ed un ufficiale molto serio che attendevano impettiti.
Il Comandante della nave stava ancora confabulando mostrando loro delle carte, ma questi sembravano volere ignorarle.
Venne trovato un sacco dove poter riporre i documenti da esibire che in 10 minuti fu riempito.
La signora Domiziana notò che le guardie erano però rimaste all’imboccatura della passerella per scendere e non avevavano affatto l’aria di essere amichevoli. Qualcuno azzardò: “ma è successo qualcosa?“, “quand’è che ci diranno qualcosa?“.
Arrivano così le ore 07:00. Il “secondo” aveva cercato di tranquillizzare i passeggeri cercando di far servire subito la colazione; per far in in modo di calmare le acque e avendo visto l’agitazione creatasi aveva raccomandato di servire persino dosi abbondanti di biscotti e quant’altro. “Sul molo sono arrivati altri soldati armati !” gridò. Dopo poco più che un quarto d’ora l’ufficiale ritornò, ma a mani vuote: senza documenti. Parlò brevemente con le persone in comando della nave che immediatamente annunciarono:
abbiamo l’ordine di non scendere dalla nave. La Capitaneria comunica che ci sono irregolarità, ma deve ancora comunicare quali e a carico di chi…“.
La gente sul ponte ammutolì. Due signori dissero: “beh, e per questo mandano i soldati?“; “ho paura che ci sia dell’altro…” – aggiunse un  marinaio, – “…altro, cosa?“, ribattè un altro, – “siamo italiani... e questo è sufficiente !“.
Si accese subito una discussione molto animata. Emersero frasi come: “questo non è un paese in guerra…“, -“nessuno ci ha detto niente prima, all’imbarco…“e vedendo quel clima di preoccupazione alcuni bambini si erano messi a piangere ed a frignare e le mamme faticavano a contenerli.
Solo verso le nove giunse a bordo un alto ufficiale con un protocollo che, in breve, fu letto: “in base alle disposizioni ricevute dalla Presidenza degli Stati Uniti, la Capitaneria di Porto stabilisce l’arresto di questa nave a tempo indeterminato e impone a tutti l’obbligo di restare a bordo fino a nuovo ordine“.
Verso le ore 11 salirono a bordo diversi uomini, forse una decina, per un’ispezione per controllare che i passeggeri non avessero nascosto armi o materiali esplosivi.
Un gruppo di persone, che si scoprì che sapeva parlare inglese, disse che erano solo passeggeri civili e non soldati ed il ragazzo che pronunciò la frase ricevette uno spintone che lo fece rotolare per terra. L’episodio suscitò immediatamente sgomento e paura tra i presenti e quando ricevettero l’ordine di rientrare ognuno nelle proprie cabine, tutti si precipitarono con una gran foga, urtandosi senza alcun ritegno.
Non passò molto tempo che fu il Comandante a cercare di comunicare qualcosa. “Abbiamo l’ordine di non muoverci, ma è strano: se risultiamo indesiderabili come italiani non ci hanno nemmeno dato il permesso di salpare, di andare via, insomma. Questi è davvero strano. Sa tanto di rappresaglia “.

Morale. Il disagio si prolungò per cinque giorni, tra carenze di viveri, acqua, problematiche derivate dal ritardo, durante i quali si seppe che improvvisamente per la prima volta l’Italia era diventato un paese nemico. Così la nave riprese il mare.
Il Grande Censore americano aveva appena decretato che gli italiani erano un nemico delle democratic freedoms e pertanto, come i tedeschi ed i giapponesi,  un enemy alien. Del resto, come i restanti 1.623.580 italiani o, se si vuole, i 2.970.200 (con almeno un genitore nato in Italia) di cittadini americani che costituivano in quel momento almeno il 3% della popolazione americana. Ora, tutti elementi potenzialmente pericolosi; da tenere controllati con libertà ridotta e vigilata.
Un soldato confidò che l’amministrazione Roosevelt aveva cominciato ad occuparsi di loro fin dal 1939. Il 6 settembre di quell’anno, infatti, il presidente incaricò pubblicamente l’FBI di compiti investigativi in materia di azioni di spionaggio,
controspionaggio e sabotaggio effettuate in territorio americano da agenti stranieri, con particolare attenzione su tedeschi, italiani e giapponesi. Si pensi che il Department of Justice (DOJ), allora, ebbe mandato di intensificare le proprie indagini e arrivò a stilare, una lista di 3.700 associazioni sospette, di cui 350 con «pro-Axis tendencies». Con l’Alien Registration Act, il 29 giugno
1940, noto anche come Smith Act, il provvedimento obbligava tutti i residenti di nazionalità sopracitata a recarsi ogni anno agli uffici postali per adempiere alle pratiche di registrazione e schedatura. Come un criminale. Le norme imponevano agli stranieri di fornire i propri dati anagrafici, il domicilio di residenza e di farsi rilevare le impronte digitali, di segnalare tempestivamente alle autorità un loro eventuale cambio di recapito e di tenere sempre con sé la ricevuta rilasciata a
registrazione avvenuta, conosciuta come Alien Registration Receipt Card. Con tutte queste procedure (e non si era ancora in guerra) molti stranieri si trovarono comunque in gravi imbarazzi, perché entrati illegalmente nel paese o, semplicemente, perché incapaci di esprimersi in inglese.
Buona parte di essi risiedeva in America da molti anni ormai con le proprie famiglie; alcuni erano addirittura dei rifugiati politici.
Il protocollo si applicava, nel nostro caso, in quanto italiani. E basta. Anche se ti dichiaravi contro la politica di Mussolini.
Non aveva importanza.
E, a questo proposito, quando i rifugiati politici furono tenuti in stato di prigionia, condividendo le ristrettezze e gli spazi angusti della reclusione con quegli stessi agenti nazisti e fascisti che
in alcuni casi avevano persino contribuito a far individuare.
Ci risulta che, da un rapporto del 2001, le «restrizioni» subite dai residenti di nazionalità italiana durante la guerra come enemy aliens e che queste, non tanto i casi di detenzione, abbiano costituito una violazione delle libertà civili degli immigrati italiani. Fino a oggi, però, non risulta che la comunità italoamericana, nelle sue forme costituite, abbia sollevato la propria voce per chiedere il rispetto, in nome degli stessi principi, delle garanzie costituzionali e delle libertà civili riguardo agli arresti arbitrari e al trattamento dei residenti di origine araba negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001.
Un trattamento personalizzato, quindi. Evidentemente, le libertà civili degli italoamericani non sono le stesse libertà civili degli araboamericani.

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