(un) sogno italiano. 1941

Restano solo 11 mesi. La fissazione ideale del termine della lotta in corso: il 1941. Il traguardo della vittoria.

Ciascun italiano ora può guardare, sulla parola del Fuhrer, al dicembre prossimo come al limite estremo della guerra ed all’inizio di quel mondo “migliore” che ci è stato esplicitamente promesso, in sostituzione della disuguaglianza attuale e sulla base della conclamata giustizia sociale.
La formula teorica è già nota ed il vanto di averla creata spetta all’Italia.
Si è trattato di riunire il principio nazionalista a quello socialista, di operare questa fusione che ai più sembrava del tutto inattuabile costruendovi sopra le fondamenta del nuovo Stato.
Hitler ha ricordato con una frase lo scopo che ha animato i due Condottieri nei rispettivi paesi: raggiungere l’unità del popolo nel complesso della nazione.
Ma, su queste promesse, occorreva bene che venissero trovati i mezzi necessari a rendere redditizio il lavoro disciplinato e rigenerato. Cioè a dire, in due parole, materie prime e mercati.
Tutto questo non si ottiene che alla mercè di una spontanea collaborazione internazionale. Quando questa, invece viene negata come hanno ostinatamente voluto fare le democrazie; quando ogni porta verso l’avvenire è sbarrata da una cieca intransigenza, dettata da motivi di egoismo e da preconcetti politici, allora le rivoluzioni si fanno strada con le armi.
E’ questo il carattere nettamente rivoluzionario, quindi, della guerra che combattiamo fianco a fianco con la Germania nazionalsocialista perchè ne condividiamo la critica al sistema dominante e la visione di una diversa organizzazione economica a beneficio delle masse.
Il risveglio dei popoli, secondo Hitler, dà la prova inequivocabile che essi non si lasceranno più andare a quel disordine produttivo ed a quella concorrenza espansiva nella quale starebbe la genesi di tutti i mali dell’anteguerra. Una grande volontà di vivere costituirebbe la preziosa molla conservata dai fronti interni e pronta a scattare, appena il traguardo “vittoria” sarà superato, prima che la pace sancisca obblighi e doveri rispettivi.

 

CRITICA ANTIBRITANNICA

Il denaro non produce la felicità di per se stesso. Questa è la constatazione che Hitler ha compiuto scrutando nel mondo britannico, da un punto di vista di osservatore sociale.
Se la Nazione puù ricca del mondo non è stata capace di tirar fuori dalla eterna miseria i suoi lavoratori, vuol dire che questa ricchezza è male impiegata e non serve ad un fine nazionale ma solo all’egoismo dei particolari. Mentre un pugno di inglesi arricchiva, l’indigenza continuava ad avvolgere le masse proletarie: una miseria di nutrimento, di vesti, di alloggio, di compensi al lavoro.
A che cosa vale, dunque, l’oro accumulato nei forzieri della Banca d’Inghilterra e quello vistosissimo delle fortune private se la base della piramide è affondata nel fango della miseria più nera?
All’orizzonte si intravede già ora il crollo della millenaria plutocrazia inglese. Prima ancora, quindi che finisca la guerra, i governanti dell’Impero saranno ancora una volta battuti in velocità: i popoli non potranno più accontentarsi del timido sguardo fuori dalla finestra quando nella piazza si è già levato alto il sole d’una rivoluzione che dara il suo nome al secolo ventesimo.

 

fine prima parte

 

Chiedo scusa ma lo trovo meraviglioso. Ripercorrere i tempi, le convinzioni, attraverso alcune pubblicazioni, dei nostri padri, dei nostri nonni, che a quel tempo erano pervasi da ideologie che li accompagneranno ancora per diversi anni, rovesciandosi anche completamente, disposti anche a giocarsi il futuro e la propria vita sulla base di una condizione di non-informazione e su una precarietà di preparazione che tuttora fa spavento.

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