una testimonianza di Enrico Emanuelli

una risorsa preziosa. Una testimonianza che ci aiuta a capire alcuni lati oscuri della nostra guerra. Le condizioni, i malumori, gli intrighi. Perchè, dove c’è gente, ci sono purtroppo anche queste cose. Non si può sfuggire al lato oscuro … della verità.

testimonianza di Enrico Emanuelli

enrico-emanuelliDal primo giorno di guerra mi tro­vavo in Africa, tra Bengasi e To­bruk. Ero giovane e avevo la sfortu­na di vedere molte cose stando in contatto con ufficiali superiori, coi comandi, persino col quartier gene­rale.
Una volta, candidamente, e­spressi i miei dubbi per quel che ve­devo a un ufficiale superiore, che sa­pevo intelligente. Ma come? Il ge­nerale Dalmazzo messo da parte per­ché non si piegava (era profetico, in quei primi tempi) ad accettare la mentalità difensiva, ritenendola rovinosa per noi; il generale Bergon­zoli, deriso perché (anche lui era pro­fetico) cercava di far capire che con­quistare un punto nel deserto non significava nulla dal momento che la conquista restava circoscritta a quel punto; e, nelle mie prime delu­sioni, mettevo anche una frase del maresciallo Balbo, il quale aveva det­to al terzo giorno di guerra: «Per un mese sopporterò in silenzio, poi se le cose non cambiano vado a Roma e faccio uno scandalo». (Al dicianno­vesimo giorno scomparve).
Ma come? Poche ore dopo la mor­te di Balbo, sul campo di Apollonia comparve, altissimo, un caccia in­glese e gettò, ravvolto in una ban­diera italiana, un messaggio: “il co­mandante delle forze aeree inglesi in Egitto esprimeva le sue condo­glianze per la morte di Balbo”; e, da parte nostra, volevamo allo stesso modo ringraziare, ma nessuno cono­sceva esattamente il nome di quel comandante inglese.
Queste e molte altre cose mi me­ravigliavano, ma quell’alto ufficia­le, nella sua generosità, forse col de­siderio paterno di mettermi in pace, mi rispose: «Ma che ragazzo sei. La guerra è sempre brutta se la vedi negli alti comandi. La guerra è dignitosa soltanto per quelli che la fanno in prima linea”.
In quei mesi, i primi sei di una guerra che doveva durare anni, ero spesso in contatto anche coi soldati in prima linea; e quel che mi aveva detto il generoso ufficiale di Stato Maggiore era quasi vero. Nei posti avanzati i problemi erano sempre più umani, la solidarietà e una buona do­se di garibaldinismo aiutavano a risolverli. Ma poi venne il 5 dicembre del 1940.
E’ un giorno come molti altri, ma da allora tante cose giraro­no nella mia mente in un modo di­verso. Credo che ogni soldato abbia avuto, presto o tardi, tra il ‘40 e il ‘43, qualche giorno simile al mio 5 dicembre.
Quel giorno — come ricostruisco rileggendo un mio stenografico dia­rio — da Derna ero andato al cam­po di El Adem, dove avevano sede gli aerosiluratori. Era una specialità inventata dalla fantasia degli italia­ni.
aerosiluranti-logoEra una novità entusiasmante, che soltanto pochi coraggiosi aveva­no realizzato; il siluro veniva appeso alla carlinga dell’aereo e lanciato contro la nave nemica. Bisognava abbassarsi a settanta-ottanta metri di quota, cercare un buon angolo di impatto con la nave (l’attimo era, naturalmente, di 90 gradi) e sgancia­re il più vicino possibile, mettiamo 400, 500 metri. E dopo, anche richiamando l’apparec­chio nel modo più sbrigativo e ri­schioso, e voltar via a destra o a si­nistra, non ci sarebbe mai stato mo­do di sottrarsi alla sparatoria infer­nale, quella contraerea di ogni nave. Era inevitabile offrire, per lunghi ed eterni secondi, tutta la pancia, le ali dell’aereo al tiro concentrato di decine e decine di mitragliere, che tiravano a un bersaglio lento, soprat­tutto vicino. Non bastava il coraggio, non bastava la perizia: per tornare indietro era necessario avere anche una grossa dose di fortuna.
carlo-buscagliaLa squadriglia di aerosiluratori, unica in tutto il fronte, e in quei pri­mi mesi la sola arma che poteva dar fastidio al nemico, era comandata dal capitano Erasi e tra i suoi piloti avevo un amico, il tenente Busca­glia.
In quel 5 dicembre il tenente Bu­scaglia appariva giovane, anzi gio­vanissimo, magro, diritto, elegante in modo naturale, gli occhi freschi, tutto il volto gentile (sono stato in­certo prima di mettere sulla carta che il volto era gentile ma non so trovare di meglio: era proprio un volto appena uscito dalla fanciullez­za). Intorno a lui già circolava quel­l’aria indefinibile, ma riconoscibile, del prescelto per coraggio, per bra­vura e, anche, per fortuna. Aveva già alle spalle imprese che soltanto il suo coraggio, la sua bravura e la sua fortuna avevano permesso di realizzare: e in questa realizzazione era compreso il ritorno dell’apparec­chio di Buscaglia al campo di El Adem.  Era un campo nel deserto marmo­rico. Era una specie di anticamera della morte e molti piloti, e con loro il tenente Buscaglia, ci stavano con naturalezza, senza far pesare nullo. Ricordo che Buscaglia portava i san­dali e aveva l’unghia del mignolo destro molto lunga. «Perché la tieni così?». Rispondeva: «Scaramanzia. Me la taglierò a guerra finita”. Scher­zava a questo modo; ma bastava vi­vere con lui e con gli altri piloti po­co tempo per capire che facevano sul serio, senza cercare scappatoie. E avevano certe serietà particolari. Un esempio: si stava con loro alla men­sa e quando alle ore 13 si annuncia­va il bollettino, Buscaglia si alzava e chiudeva la radio. «Quante storie», diceva.
Io stavo su quel campo come un intruso e soltanto l’amico Buscaglia mi apriva gli occhi su qualche miste­ro.
aerosiluranti-italianiI piloti vivevano male; dispone­vano di apparecchi poco veloci, era­no sottoposti a turni d’allarme e a voli faticosi. Di queste cose nessuno diceva niente; o niente oltre il solito e rinfrescante borbottamento.
Ma una volta, il 5 dicembre 1940, trovai Buscaglia eccitato, con i nervi tesi. Si guardava l’unghia lunghissi­ma del mignolo destro e cercava di sfogarsi gridando: « Il Mediterraneo non è un catino pieno d’acqua. E’ un mare, ma forse a Roma non lo sanno».
Capitava questo: dal campo di Apollonia o dal T2 di Tobruk, o da Bengasi partivano i ricognitori. Bat­tevano il Mediterraneo alla ricerca di convogli inglesi diretti ad Ales­sandria d’Egitto, come un cacciatore può battere la brughiera per cercare la lepre. Gli equipaggi aerosiluranti di El Adem stavano in attesa, sem­pre pronti a prendere il volo. Ma capitava che, scoperto un convoglio, il ricognitore doveva comunicarlo al comando di Bengasi, il quale lo co­municava al comando aereo di Ro­ma, il quale trasmetteva l’avvista­mento a quelli di El Adem.
Le tre operazioni, quando venivano svolte velocemente, rubavano cinque o sei ore.
Così, a cinque o sei ore di distanza dall’avvistamento, i piloti di El Adem potevano partire. Ma in cin­que o sei ore un convoglio navigava, cambiava rotta, si spostava e l’avvi­stamento non aveva quasi più valo­re. « Noi » — diceva Buscaglia — «non possiamo perdere tempo nel cercare. Noi dobbiamo andare a colpo sicuro e silurare». Quei piloti, semplicemen­te pronti a fare il loro dovere, con la cocciutaggine di farlo bene, desi­deravano che l’avvistamento venisse segnalato subito a loro, senza il lun­go e ozioso giro da un comando al­l’altro; o che, almeno, venisse con­temporaneamente segnalato a loro e ai comandi.
“E non è possibile? Mi pare una cosa giusta”, avevo detto.
“No, non è possibile» urlava Ru­scaglia, “che cosa ti devo dire? Tu non ci crederai, io non vorrei cre­derci; ma non è possibile. D’altronde, due o tre mesi fa è capitato anche di peggio».
Gli dissi di raccontare: era capi­tato che da Roma venivano le segnalazioni di convogli che passavano, ma loro rimanevano a terra.
“Perché? », domandai dando inizio a un dialogo che oggi mi risuona quasi incredibile.
“Perché avevamo i siluri, ma non l’innesco ».
“Come mai?».
“Gli inneschi li aveva la Marina, però non ce li dava”.
“Quale marina?».
“Ma quella italiana».
“Forse tu scherzi. E perché non ve li consegnava?».
“Perché diceva che noi, sui nostri apparecchi, dovevamo portare anche un ufficiale di marina come osser­vatore ».
“E non potevate portarlo?».
“Sì, ma il nostro ministero non voleva».
“E chi lo voleva?».
“Quello della Marina».
“La solita storia della rivalità. E, intanto, i convogli passavano?”.
“Sì. I convogli passavano e i due ministeri discutevano».
(Poco dopo si raccontò che, a un certo punto, durante questo conflit­to italo-italiano, come lo chiamam­mo, i due ministeri si accorgessero del reciproco inutile puntiglio.
Si raccontò, persino, che tutto il carteg­gio “Oggetto: osservatori della mari­na a bordo degli aerosiluranti” fu dalle due parti restituito vicendevol­mente perché non restasse traccia di quella battaglia cartacea).
Dopo quel 5 dicembre cominciai a pensare che era inutile avere uomini pronti a farsi ammazzare. Questa inutilità, più che nel quadro gene­rale delle varie azioni, la si poteva vedere nei particolari che ogni pic­colo gruppo doveva subire e patire, buttato allo sbaraglio in un deserto di sabbia.
In questo deserto erano arrivati gli autocarri mimetizzati co­me se dovessero girare per le strade della pianura veneta o piemontese: a ‘macchie più o meno verdi, I solda­ti, nel deserto, in quei primi mesi, i soli aperti a qualche nostra possibi­lità d’azione, li ungevano d’olio e poi vi buttavano su palate di sabbia, per dar loro il colore del deserto.
Di fronte a queste cose l’animo si smarriva. Si poteva pensare che noi cercassimo di mimetizzare con siste­mi altrettanto bonari, faciloni e ge­nialmente inutili di quelli usati per gli autocarri verdolini, una guerra terribile: di mimetizzarla per render­la ai nostri occhi una scaramuccia contro una banda di ribelli. Quanta innocenza!
Era una guerra per i car­ri armati Sherman da trenta ton­nellate.

 

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