il mistero dei palloni giapponesi

image-WWIISecondo un dettame pseudo – giornalistico se l’informazione non arriva il fatto potrebbe non essere avvenuto!
E’ chiaro che non è così. Oggi.
Ma nel 1944 lo è stato.

Se ne è sempre parlato molto poco e male, ma l’orgoglio giapponese era rimasto molto ferito dopo il bombardamento del 1942 e da allora l’imperatore Hirohito aveva sempre ricercato una efficiente arma di rappresaglia da usare contro gli americani, complice principalmente la distanza ragguardevole.

distance

Quindi concepirono una campagna transoceanica per mezzo di aerostati automatici, la prima del genere nella storia. Ci vollero loro due anni per essere pronti, ma nei sei mesi che seguirono il l° novembre 1944 lanciarono 9000 involucri a gas, ingegnosamente costruiti, studiati in modo da lasciar cadere bombe incendiarie, a frattura prestabilita, sulle foreste, sulle fat­torie e sulle città americane. Questi nuovi ordigni, del diametro di 10 metri, erano destinati ad attraversare il Pacifico ad una quota di nove o diecimila metri, dove le correnti aeree dominanti si spostano verso l’America ad una velocità dai 160 ai 320 chilometri l’ora. Sebbene nessuno con­trollasse i palloni dopo il lancio, neppure per radio, una stima pru­dente fa salire a 900 o 1000 quelli che raggiunsero il continente americano.

palloni-japFecero la loro comparsa dall’Alaska al Messico; circa 200 più o meno intatti furono ritrovati nel Pacifico nord-occidentale e nel Canada occidentale, mentre i frammenti di altri 75 furono rin­venuti a terra in altri punti o ripescati dalle acque costiere del Paci­fico; lampi nel cielo indicarono agli osservatori che almeno 100 esplo­sero in aria.
Si è cercato di dar pochissima importanza a questo attacco; ma sta di fatto che esso segnò uno sviluppo significativo nell’arte della guerra. Per la prima volta furono lanciati di là dall’oceano missili senza guida dell’uomo e la minaccia di gravi danni fu reale.
Fortu­natamente le nevi invernali eliminarono il pericolo degli incendi di foreste. Se l’assalto dei palloni fosse continuato durante l’estate asciutta, quando le immense foreste dell’occidente erano come una miccia, se i giapponesi avessero mantenuto il ritmo del marzo 1945, quando lanciarono una media di 100 palloni il giorno e se li aves­sero muniti di centinaia di piccole bombe incendiarie, invece di po­che più grandi, o di agenti batteriologici, avrebbero provocato un disastro senza precedenti. E gli americani avrebbero tribolato *.
Nella primavera del 1944 i giapponesi fecero i loro esperimenti con i palloni in gran quantità, lanciando 200 involucri a gas. Nes­suno di essi raggiunse le coste degli Stati Uniti. I primi palloni che traversarono con successo l’Oceano furono mollati il 10 novembre 1944 e il 4 novembre se ne ricevette il primo rapporto in merito. Quel giorno una nave pattuglia della Marina avvistò qualcosa che appa­riva come un grande frammento di stoffa lacerata galleggiante sul mare. Un marinaio cercò di issare a bordo il tessuto, ma scoprì che c’era attaccata una massa pesante. Incapace di sollevarla la tagliò via con un coltello, lasciando così affondare il complesso di con­gegni e di esplosivi appesi sotto al pallone. Fu recuperato quindi il solo involucro; esso recava tuttavia marchi giapponesi, e rivelò che qualcosa di misterioso era stato introdotto nella lotta. I palloni, come apprendemmo in seguito, avevano un costo di fabbricazione di circa mezzo milione di lire ciascuno. Trasportavano circa 30 sacchetti di zavorra ognuno pieni di 2 chili e 800 di sabbia, che erano mollati in successione da un apparecchio di sgancio co­mandato da un barometro, ogni volta che il pallone calava al di sotto dei 9000 metri. Un altro comando automatico apriva una val­vola che lasciava sfuggire idrogeno se l’involucro saliva al di sopra dei 10.600 metri. by-japaneseQgni pallone portava tre o quattro bombe, di cui almeno una incendiaria. Le altre erano bombe di 15 chili a frattura prestabilita. Tutti e due i tipi erano comandati da un meccanismo di sgancio disposto in modo da funzionare quando tutti i sacchetti di zavorra fossero caduti; secondo il calcolo dei giapponesi il pal­lone sarebbe dovuto allora trovarsi sul continente americano. Inol­tre v’era un dispositivo per far scoppiare il pallone dopo che tutte le bombe fossero state sganciate. Il fatto che questo dispositivo non abbia funzionato in almeno il dieci per cento dei palloni atterrati ci consentì di ricuperarne parecchi praticamente intatti.
Assieme ad ogni gruppo di palloni carichi di bombe, i giappo­nesi ne mandavano uno che emetteva segnali radio e serviva come mezzo per controllare il procedere del gruppo sull’Oceano. Siccome volevano esser certi del loro felice arrivo sul Continente americano, i giapponesi usavano seta gommata invece di carta per questi pal­loni pilota, credendo a quanto pare, che la seta gommata fosse un recipiente migliore per l’idrogeno. Invece risultò vero il contrario:soltanto tre palloni di seta gommata raggiunsero gli Stati Uniti.
Dopo che alcuni palloni furono ricuperati, concludemmo che il pericolo delle bombe esplosive era lieve, ma che le bombe incendiarie sarebbero state una minaccia seria durante la stagione degli incendi nelle foreste, (da luglio a settembre), sulla costa occidentale. L’A­merica aveva bisogno del legname di quelle foreste, e furono quindi istituite unità paracadutiste antincendio per collaborare con le Guar­die Forestali e con gli enti civili contro gli incendi delle foreste. Tuttavia, anche nel migliore dei casi, la copertura protettiva sarebbe stata molto esigua.

Per impedire che i giapponesi sapessero fino a che punto riu­scisse la loro campagna, la stampa e la radio degli Stati Uniti e del Canada accettarono una censura volontaria che si dimostrò uno dei prodigi della guerra.
D’un tratto, alla fine di aprile, l’arrivo dei palloni cessò. Avevano forse i Giapponesi desistito dal tentativo, considerandolo fallito? O si trattava di una tregua ingannatrice, prima di un assalto più forte? Passarono dei mesi senza che accadesse nulla.
Il mistero fu risolto diversi anni più tardi, quando in Giap­pone si parlò col generale Kusaba, che era stato alla testa della campagna dei palloni. Il generale disse che ne erano stati lan­ciati 9000 in tutto, e che, secondo i calcoli dei giapponesi, almeno il dieci per cento avrebbero dovuto raggiungere gli Stati Uniti e il Canada. La notizia del primo atterraggio nel Montana era giunta in Giappone. Dopo, invece, il silenzio della stampa e della radio americana fu completo. Con un solo atterraggio accertato sul conti­nente americano, lo Stato Maggiore giapponese cominciò a pren­dersela con il generale Kusaba; gli fu detto e ripetuto che la sua cam­pagna era un fallimento, che stava sprecando le risorse nazionali in rapida diminuzione.
Finalmente, verso la fine di aprile, il generale Kusaba ricevette l’ordine di cessare ogni operazione. Il verdetto dello Stato Mag­giore fu il seguente: «I vostri palloni non raggiungono l’America. Se vi arrivassero, se ne avrebbe notizia sui giornali. Non è possi­bile che gli Americani riescano a tener la bocca chiusa per tanto tempo.»

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*  Qui faccio una considerazione (magari anti-sociale) ma che sento. Per par condicio affermo che un po’ ci sarebbe stato bene che gli americani ricevessero anche loro un bombardamento per capire come si sta sotto le bombe (e l’Italia lo sa bene…)! Peché un conto è far la guerra a casa d’altri, forti della propria potenza economica ed un conto è essere un piccolo Paese in vendita ilpaeseinvenditapreda di occupatori e presunti liberatori. Si leggano le imprese americane in Italia di Gigi diFiore e poi mi si dirà…

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