Hitler in da house

Il pomeriggio del 23 novembre 1939 si respirava una tangibile ansia in tutti gli alti ufficiali di Stato Maggiore alla Cancelleria del Reich. L’incontro era fissato per le nove di sera. Il colonnello generale von Bock pareva il più agitato, sebbene gli altri non è che sembrassero poi molto più rilassati. Hitler era solito convocare queste riunioni quando doveva sgridare qualcuno e umiliarlo di fronte a tutti i presenti, quando doveva impartire disposizioni che avrebbero coinvolto più settori militari contemporaneamente e comunque quando doveva comunicare qualcosa. E comunque, MAI per chiedere opinioni. Per farlo prediligeva una tecnica quasi infallibile: prima di comunicare l’esito della riunione stordiva i presenti con monologhi sfibranti di 3 ore che, annichiliti da tanto parlare, non aspettavano altro che “la mannaia finale della sentenza”. Ed era questo che preoccupava i convocati di quella sera. Perchè queste 3 ore erano dense di urla, gesti teatrali di ira, tanto che alla fine, rimaneva esausto.
Il dottor Morell doveva fargli la solita punturina rivitalizzante per riportarlo alla quasi realtà.
Hitler, nella sua sede, era un osso duro. Lo sapeva anche il Duce che, come sappiamo, era abituato a deglutire la procedura senza proferire mai parola.
Alle 20.50 sbucò fuori Bormann dicendo che l’incontro sarebbe stato incentrato sulla programmazione della guerra e sulla galvanizzazione dei propri generali in vista degli imminenti nuovi successi.
Gli ufficiali ripresero colore in viso. In fila indiana entrarono nella sala e trovarono il Fuhrer che stava tracciando delle linee su una cartina geografica e, a poco apoco, si tranquillizzarono.
Hitler sembrò non accorgersi che gli ospiti erano arrivati, poi all’improvviso alzò la testa e bofonchiò: «ci siete tutti?». Sempre, con quella voce che ricordava un sax baritono un po’ distorto. Lui seduto a questo enorme tavolo e tutti gli altri in piedi, allineati.
«Ja, mein Fuhrer!» gridò qualcuno.

Con una vigorosa manata sul tavolo cominciò a biasimare a gran voce, i dubbi e le incertezze degli alti ufficiali. Non si capacitava di certe perplessità che aveva avvertito negli ambienti di comando nei giorni precedenti. Affermò che l’attacco ad Ovest avrebbe significato la fine immediata della guerra in corso. La violazione del Belgio e dell’Olanda sarà giustificata dalla vittoria tedesca e questo sarebbe dovuto bastare.

Un aspetto non marginale della cosa era che Hitler aveva l’abitudine di venire ad urlarti a 20 cm dal viso e con un’energia da esagitato. E la cosa non era affatto piacevole.

von-Bock-BrauchitschCome riportò von Bock nel suo diario il giorno dopo, il Fuhrer espresse ancora una volta la sua incoercibile volontà di condurre la guerra ad una completa vittoria. Perchè la Germania lo meritava.
Con una determinazione sopra i toni, egli giustificò la pressante richiesta di un’offensiva da scatenare al più presto, con la necessità di garantire la sicurezza del territorio della Ruhr, nonchè con la indispensabilità di basi migliori per l’aviazione e i sommegibili tedeschi.
Infine – aggiunse – «annientare il nemico ora è imperativo perchè è in gioco la possibilità di garantire alla Germania un lungo periodo di pace!   Con gli indugi non si è mai riusciti a vincere una guerra: finalmente ci troviamo nella situazione di non dover condurre una guerra su due fronti;  sarebbe quindi un grossolano errore non approfittare dell’occasione, dal momento che nessuno oggi può presagire quanto essa sia destinata a durare…».
Così argomentò Hitler e gli ufficiali restarono tutto il tempo in religioso silenzio.  Poi prese posizione decisa contro ogni forma di disfattismo, per quasi 20 minuti.
Qui le sedie cominciarono a muoversi e scricchiolare in segno di nervosismo e preoccupazione e ci fu un momento di tensione.
Gli fu fatto presente che la fanteria, al momento, non era come quella del 1914. Quanto a una rivoluzione, è una eventualità che egli escludeva senz’altro: «Nessuna rivoluzione!» ma, come ogni volta, non fece mistero di un certo malcontento nei confronti dei capi dell’esercito; Marina e Luftwaffe vennero indicate come modelli. Hitler ammise di conoscere il fatto che la grande massa dei generali non credeva alla possibilità di un successo di un’eventuale offensiva in questo momento. Dopo i successi della campagna di Polonia, argomento che gli era sempre caro, gli fu fatto notare che quell’asserzione era fuori luogo; in Polonia il peso della guerra era stato retto quasi esclusivamente dall’esercito, non esistendo né una Marina polacca né un’aviazione polacca che si potesse prendere sul serio.
Si infuriò. Particolarmente con von Brauchitsch che, tuttavia, rimase fermo al suo posto mentre assisteva alla ferma decisione del suo Cancelliere che, adesso, era pronto ad assumersi la responsabilità della programmata operazione e ricordò a tutti i presenti che la dichiarazione di guerra era partita dall’Inghilterra e dalla Francia, non dalla Germania.
Mentre gli ufficiali stavano uscendo dal salone ed erano nel corridoio antistante, Hitler si presentò all’entrata e urlò:
«L’obiettivo militare della Germania si chiama Pace ed è diametralmente opposto all’obiettivo militare degli altri, che si chiamaDistruzione! -».

 

foto Cancelleria del Reich:

. .  Cancelleria4     Cancelleria1     Cancelleria2     Cancelleria3

Si racconta che a distanza di tempo, Bormann amasse ricordare l’effetto provocato  dalla voce urlante del Fuhrer nel corridoio, come avvertimento ai visitatori di non innervosirlo con notizie spiacevoli. E il messaggio era efficace.

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