Ettore Muti: la fine

Una cosa è certa: la guerra civile è incominciata il 24 agosto 1943.
Alle due di notte, com’è di rigore per i fattacci più misteriosi, l’ex segretario del Partito Nazionale Fascista Ettore Muti viene arrestato a Fregene da una squadra di carabinieri.
Poco dopo il suo corpo giace nella pineta con un colpo alla nuca (vedi foto) cappelloEM
La versione ufficiale parla di colpi d’arma da fuoco sparati dal bosco contro la scorta, poi di tentativo di fuga, di inseguimento, infine di ferimento ad opera dei moschetti dei carabinieri.
Ma è accettabile questa versione ufficiale?
Quali sono i motivi di dubbio?
Chi aveva interesse a sopprimere Muti?

pinetaEMLeggo il racconto.

«Voi, brigadiere, andate avanti, e fate strada! » Le macchine si erano fermate proprio ai limiti della pineta. Spenti i motori, gli uomini erano stati fatti scendere uno alla volta. Bisognava procedere a piedi. « Via le sigarette, e avanti, in silenzio!». Pare che nelle vicinanze sia acquartierato un reparto di paraca­dutisti tedeschi. La piccola colonna si snoda sotto i pini, si inoltra nel bosco; sparisce, inghiottita dai cespugli. Precede un brigadiere dell’Arma, della locale stazione di Fregene; seguono, in fila indiana, un carabiniere, poi un ufficiale, poi un altro carabiniere; quindi un uomo in tuta kaki (basso, stempiato, sulla quarantina), seguito da un altro in borghese. Chiudono la colonna una decina di militi col fucile col colpo in canna.
Il gruppo percorre uno stretto sentiero, quand’ecco profilarsi a una cinquantina di metri la sagoma di una villetta bassa ad un solo piano. Alt. « Abita qui », dice il brigadiere rivolgendosi all’ufficiale, un tenente. « Bene: fate circondare la casa. Poi andate a bussare alla porta».

Tre colpi risuonano nella notte. Per alcuni istanti, nessuno risponde.
un-affare-di-Stato-o-controFinalmente dall’interno una voce assonnata « Chi è? » « Sono il brigadiere Barolat: aprite! ». Il sottufficiale era conosciuto. Una luce s’accende nell’ingresso, la porta si apre « Che c’è brigadié?» E’ l’attendente Masaniello. La domanda gli resta strozzata in gola. Un pugno di uomini, armi spianate, ufficiale in testa, balza dentro. « Ho un mandato di cattura per Ettore Muti, svegliatelo! », ordina il tenente. Erano le due di notte del 24 agosto 1943.

La comitiva, composta dal tenente Taddei, da una decina di carabinieri dell’Autocentro del Ministero dell’interno, dal maresciallo Ricci (in borghese), da tre autisti e da un uomo in tuta kaki, era partita da via Tommaso Campanella. Era già notte a Roma. La colonna una vettura, un auto­carro e una autoambulanza aveva costeggiato le mura Vaticane fino all’altezza, della Madonna del Riposo. Da qui aveva imboccato la via Aurelia. La strada consolare era insolitamente deserta a quell’ora. Di tanto in tanto, qualche automezzo tedesco sfreccia veloce sulla sinistra, un cane abbaia lontano. Una leggera brezza veniva dal mare, ad accarezzare l’arida campagna della Maremma bruciata sotto il sole di un torrido agosto che sta per finire. La giornata era stata afosa. Gli uomini sono silenziosi, tesi. Alt improvviso in prossimità di Maccarese. L’autoambulanza è abbandonata in una strada  periferica deÌla cittadina. Resterà là ad aspettare. Gli altri due mezzi proseguono soli. Dove si va? A poche centinaia di metri, altra sosta. E’ la caserma dei Carabinieri. Il maresciallo Morittu è svegliato in piena notte. L’ufficiale cbe comanda la colonna è sceso, ha dato alcuni ordini: occorrono due militi dell’Arma, subito, «Abbiamo fretta, dovranno guidarci fino a Fregene! » Sta bene. Sono i carabinieri Contiero e Frau. Prendono posto nella vettura, senza dire una parola. La colonna riparte, striscia per le vie dell’abitato, sguscia nella campagna, si perde nella notte.

Fregene. Ancora stazione – dei Carabinieri. Due colpi al portone. Al brigadiere Barolat viene comandato di unirsi. Presto. Perché? «Dobbiamo procedere al fermo della Medaglia d’oro Ettore Muti. » Meraviglia del brigadiere: perché tutto quello spiegamento di forze? Non bastava un piantone per farlo chiamare in caserma, come già era stato fatto altre volte? -«No — risponde secco l’ufficiale — questa volta la cosa è diversa!». Pare che sia stato scritto di pugno dal Capo del Governo : un biglietto che resterà forse per sem­pre misterioso. Diceva: « Muti è sempre una minac­cia. Il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra Eccellenza mi ha
perfettamente compreso
» Firmato : Badoglio.
Destinatario: il Capo della Polizia.
No. Il Capo della Polizia, l’Eccellenza dottor Carmine Senise, – non ha affatto
« compreso ». Non ha affatto «compreso » per il semplice fatto che il misterioso biglietto non gli sarebbe mai stato recapitato.
Lo dice e lo ripete nelle sue Memorie.
Ma fu veramente scritto quel biglietto?
Una cosa era certa: Ettore Muti doveva essere per lo meno arrestato, per lo meno « fermato », per lo meno messo in condizione di non nuocere.
Perché? E’ una lunga storia. Vedremo.
Messo in condizione di non nuocere, ma come?

E.MutiIn posizione verticale o orizzontale, insomma vivo o morto, questa era una questione di dettagli: che se la vedessero gli esecutori. Non era certo compito della gerarchia di occuparsi dei particolari. La gerarchia, chi?

23 agosto mattina 1943. Il Capo del Governo, Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, convoca nel suo ufficio il generale Carboni del S.l.M. (Servizio Informazioni Militari).
Il Maresciallo è esplicito: l’operazione era una necessità sgradevole, se ne rendeva conto; ma sempre una necessità era. Quando?
Al più presto. Anzi, subito.
« Se ci scappa – aggiunse –  siamo fottuti!».

In effetti esisteva un possibile sospetto a carico di Muti: a detta di Badoglio, gli si attribuiva di capitanare un movimento insurrezionale atto a rovesciare il governo del momento per riportare al potere il Fascismo. C’erano prove? No. Assolutamente no. Però Badoglio insistette. «Si stanno organizzando movomenti molto affini al fascismo (col. Muti) o a tinta nazionalista (mar. Graziani) e c’è da aspettarsi che, presto o tardi e con l’aiuto dei tedeschi, prendano il sopravvento!». Evidentemente, un’idea balzana di Badoglio che lo vedeva all’oscuro della realtà. Muti si era mostrato ostile all’alba del 24 luglio, mostrandosi  addirittura disposto ad eliminare fisicamente Mussolini; lo disse a Grandi durante una visita a poche ore della grande seduta. Ma il complotto bolle per autocombustione. Si pensa a possibili fascisti implicati in una congiura: Cavallero, Buffarini-Guidi, Galbiati, Agostini, Freddi e altri ancora. Il capo? Muti. Certamente. L’ordine viene spiccato già il 20 agosto.

Quindi, tornando alla notte del 24 agosto a Fregene, la pattuglia di carabinieri irrompe in casa Muti. «Ho l’ordine di arrestarla, si vesta e venga con noi!» disse il tenente Taddei, «Va bene, mi vesto e vengo…» sbuffò Muti. I carabinieri allontanarono con forza gli occupanti della casa: la sign. Edith Ficherova che conviveva con Muti, la cameriera, Concettina Verità e un vecchio amico di famiglia, Roberto Rivalta. Questa, di allontanare i non interessati all’operazione, è una procedura consolidata dei carabinieri per non avere fastidi e complicazioni, non tenendo conto che in quel momento però sono in un luogo di proprietà privata e non pubblico e perciò risulta essere un chiaro sopruso. Ma si sa: con le armi in mano si fa questo ed altro. I carabinieri, ripeto, erano stati scelti conosciuti, apposta. I presenti sono improvvisamente fatti uscire dalla casa sotto scorta e con le armi puntate. Metodi nazisti. Fanno salire Muti sulla macchina ed invece di prendere la strada per la caserma di Fregene, il drappello prende la via Palombina, verso la pineta.

pinetaDirezione strana. Insolita. Precede un gruppetto di testa Muti è in mezzo, con le mani incrociate dietro la schiena. Alla sua destra il maresciallo Ricci, alla sua sinistra il cara­biniere Frau. Il famoso uomo in tuta kaki, « dall’accento napoletano », è alle sue calcagna. Dietro, distanziato, un altro gruppo comprendente il grosso della scorta dei carabinieri, il tenente Taddei, il brigadiere Barolat.
E’ possibile che ad un certo punto un dubbio abbia attraversato la mente di Muti. Dopo aver percorso un centinaio di metri, il colonnello ha un momento di esitazione, si ferma di colpo. «Che c’è? », chiede una voce di lontano. Presumi­bilmente è il tenente Taddei, insospettito da quell’arresto. Nei pressi pare che sia accampato un reparto di paracadutisti germanici. Era vero? Non era vero? «Niente », è la risposta.
La marcia riprende. Dopo circa un quarto d’ora… (nella pineta) un fischio, due fischi, un grido « Ma insomma, che fate?» . E’ la voce di Muti. Poi una raffica, (contro chi?) fuoco confuso di fucileria, scoppi di bombe a mano. Poi silenzio. Tutto è fatto.
A questo punto le testimonianze sono discordi. Nessuno ha mai saputo che cosa sia successo durante quei due minuti di fuoco all’impazzata.
Quando il fuoco cessò, il corpo di Muti giaceva disteso al suolo, immobile.
La morte era stata istantanea.
Raggiunto da una raffica. Mentre cercava di fuggire?
Oppure liquidato con fredda premedi­tazione da un colpo alla nuca?

L’esame del berretto dell’uniforme dell’Aero­nautica che Ettore Muti portava la notte del 24 agosto 1943, potrebbe chiarire alcuni interro­gativi. Esso si trova attualmente in possesso dei familiari. In occasione della loro prima visita alla salma del congiunto nella camera mortuaria dell’ospedale militare del Celio, la mattina del 26 agosto 1943, le sorelle notarono il copricapo e lo sottrassero. L’indomani, approfittando di un momento di distrazione del personale di guardia, lo sostituirono con un altro.
Che cosa mostra l’esame del berretto? Sono ben visibili i due fori del proiettile del mitra quello d’entrata è in corrispondenza della nuca; quello d’uscita, sulla visiera il che fa supporre che il colpo sia stato sparato a distanza ravvicinata a meno di venti centimetri (vedi foto sopra), dal basso verso l’alto.

Secondo gli esami effettuati Ettore Muti fu deliberatamente soppresso secondo ordini precisi. Badoglio lo odiava e lo temeva, era risaputo. Gli interrogativi però permangono. I protagonisti della vicenda o sono morti o non parlano. L’unico che vide il famoso uomo in tuta kaki (che secondo l’inchiesta avrebbe sparato a bruciapelo alla nuca di Muti) sarebbe Roberto Rivalta. Secondo un’inchiesta del 19 e 26 dic 1959, trovato una mattina di qualche tempo dopo, a Ravenna, con un colpo alla nuca. Procedura normale.

A detta del gen. Carboni, Badoglio non avrebbe nascosto la propria “esultanza” alla notizia della morte di Muti e con manifestazioni non proprio in armonia con il doloroso incidente. L’inchiesta successiva rivelò che nel corso di questa fantomatica sparatoria l’unico cadavere a terra fu proprio quello di Muti. Una breve raffica a 20 cm sancì l’inizio della guerra civile. Su un ravennate.

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