Ben: il nuovo socialista

Rocca-delle-CaminateIl 27 settembre 1943 (15gg dopo la sua liberazione dal GranSasso) il Duce si stabilisce alla Rocca delle Caminate per tenere il primo Consiglio dei Ministri del “dopo”.

Le sue mire erano ufficialmente tre:
1) convocazione di un’assemblea costituente che gettasse le basi del nuovo stato repubblicano;
2) ricostituzione dell’esercito, così da cancellare il 25 luglio e l’8 sett. agli occhi degli alleati tedeschi e del mondo intero;
( era l’unica garanzia per non perdere anche la futura pace, dopo aver perduto la guerra… ndr);
3) scelta di Roma come capitale del nuovo stato.

Gazz-RSIDa quello che ho letto in giro, il primo punto non interessava ai tedeschi, quindi non sollevarono obiezioni. Il secondo era ancora nel limbo dei desideri e i crucchi opposero un diplomatico silenzio. Il terzo li toccava da vicino: Kesselring dichiarò che … non lo voleva tra le balle… in accordo anche con Rommel che voleva evitare impedimenti nelle zone di operazione.
Furono i tedeschi, a questo punto, a dichiarare Roma « città aperta ».

Ma il vero punto che premeva al Duce era un altro.
Voleva rivedere tutta l’impostazione sociale del fascismo, tornando così, a suo dire, alle originarie intenzioni del movimento. Sempre a suo dire, quelle intenzioni non si erano potute poi realizzare nel regime a causa dei molti compromessi ai quali il Mussolini era stato costretto dalla monarchia, dalla borghesia industriale, dalle tradizioni liberali degli uomini di cultura, dei funzionari dello stato, degli ufficiali superiori, dal sostanziale qualunquismo politico della pubblica opinione.       Scuse? Attenuanti? o addirittura…balle?

Solo questo aspetto meriterebbe un dibattito infinito!

E così si cominciò a parlare in lungo e in largo della svolta sociale del fascismo, della socializzazione delle fabbriche, della gestione diretta del lavoro da parte di tutte le maestranze, di divisione degli utili nelle aziende fra tutti i lavoratori, della « partecipazione ». Cioè, come nuovo criterio che sarebbe stato messo alla base dei salari, delle nuove corporazioni come organo di accresciuto e, anzi, di decisivo potere nello stato. Mussolini si compiaceva molto di questi discorsi, così come si compiaceva di tutti quei progetti di ampio ed audace orizzonte, espressamente concepiti, per rimanere nel mondo del vago e fantasioso delle pure idee platoniche e per rimanere sempre rivolti al futuro e mai al reale presente. Questo atteggiamento ricalcava la sua tecnica di governo, che sulla scorta di alcuni e pochi reali successi, ammantava per lo più di magniloquenza retorica la più modesta e tentennante delle prassi. Musso_card
Il sogno della socializzazione ricalcava ora le medesime contraddizioni: a parole il progetto assumeva toni di grandezza; il fascismo si sarebbe finalmente rivolto, come sempre aveva sognato, al popolo e alle masse; l’odiata e deprecata borghesia avrebbe finalmente scontato i propri torti e i continui tradi­menti del regime. Il comunismo, battuto sul suo stesso terreno, si sarebbe disciolto per sempre come neve al sole. Tutto questo in teoria. Ma in pratica, esistevano davvero i necessari presupposti e le necessarie intenzioni? Evidentemente no. Innanzi tutto Mussolini non era uomo capace di un’azione tanto complessa e difficile che avrebbe richiesto un’estrema fermezza, oltre ad una chiarezza e una costanza di propositi. Proprio le virtù delle quali era notoriamente meno provvisto!

Poi i gerarchi, i collaboratori sui quali poteva contare di fatto, erano per lo più uomini del regime, uomini che per primi avevano alimentato e si erano alimentati di quel fascismo del compro­messo che ora si voleva di colpo cancellare; tutta questa gente, divisa poi dagli intrighi che sappiamo, non avrebbe mai avuto la volontà politica per portare sino in fondo un progetto che fosse real­mente rivoluzionario. Basti pensare che una cosa del genere non era riuscita neppure Hitler, uomo di ben altra durezza di propositi, il quale si era dovuto liberare, a un certo punto, del suo Roehm così come Mussolini, fatte le debite propor­zioni, aveva dovuto lasciar cantare il suo Farinacci.  29sett RSI
Infine, se si pensa che l’Italia era mezzo invasa e che il governo di Salò era sprovvisto di qualsiasi mezzo economico, finanziario, organizzativo, se ne capisce l’impossibilità.
In aggiunta, la grande industria del nord era già praticamente in mano al tedeschi che la destinavano a scopi bellici e che quindi per nessuna ragione al mondo avrebbero accettato di ridurla a cavia di esperimenti avveniristici. In ultimo, solo l’eventuale  appoggio degli industriali (e in verità assai dubbio) avrebbe potuto concedere un minimo di potere e di iniziativa alla neo-repubblica fascista.
Ma Mussolini non ebbe mai l’appoggio della grande industria nel ventennio.
Restava inoltre, e per di più, il grande interro­gativo circa la reazione della classe operaia all’interno della quale la propaganda comunista era già profondamente penetrata; è infatti difficile credere che gli operai comunisti fossero così ingenui e sprovve­duti da non vedere subito come la tanto decantata socializzazione si sarebbe risolta in pratica, una volta attuata, in una sorta di dirigismo autoritario e paternalistico.

Tutto questo era senza via d’uscita. Solo un espediente politico.
Poteva significare strappare al nemico l’adesione delle masse; ma il cercare di porle sotto la bandiera fascista poteva significare anche l’alienarsi degli industriali del Nord che erano stati i principali sostenitori iniziali del fascismo. La cosa originava dilemmi di non facile soluzione.

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