Mussolini. ultima intervista (22apr1945)

22 Aprile 1945: l’ultima intervista a Benito Mussolini.

Il documento ha la forma di una intervista; un’intervista che Mussolini concesse nel suo studio presso la Prefettura di Milano a Gian Gaetano Cabella, direttore del “Popolo di Alessandria”, nel pomeriggio del 20 aprile 1945 e che, come si è detto, rivede attentamente il giorno 22 aprile, cioè sei giorni prima della morte.  Quando il giornalista di sua fiducia gliela riportò il 22 aprile, gli avvenimenti già precipitavano con un ritmo che non consentiva più illusioni. Del resto come si vedrà, definì questa intervista un testamento.
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BMussoliniIntervista o testamento?“, chiese d’improvviso Mussolini, avvicinandosi a me.

A quella domanda inaspettata io rimasi esterrefatto. Non seppi cosa rispondere. Non sfuggì la mia emozione a Mussolini, che cercò di dissipare la mia confusione con un sorriso bonario. “Sedetevi qui. Ecco una penna e della carta. Sono disposto a rispondere alle domande che mi farete”.
In preda ad una grande agitazione , mi sedetti alla sua sinistra. La sua mano era vicina alla mia. Molte idee mi si affollavano nella mente, ma tutte imprecise. Finalmente formulai una domanda assai generica: “Qual è il vostro pensiero, quali sono i vostri ordini, in questa situazione?”. Invece di “ordini” dissi “disposizioni”; ma siccome nel testo dell’intervista, che il giorno dopo Mussolini rivide, corresse e siglò, sta scritto “ordini”, lasciò l’espressione ch’egli stesso approvò. Debbo aggiungere che, quantunque io abbia preso nota con la maggiore attenzione possibile di quanto Mussolini mi andava dicendo, non ho potuto, nelle giornate che seguirono il colloquio, riferirlo con esattezza minuta, rigorosa.
Solo a distanza di tempo, oggi, ricordo bene; con assoluta precisione. Perciò posso completare ciò che non mi fu possibile allora. Ecco il perché di queste note, delle note che seguiranno.
Alla mia domanda, Mussolini, a sua volta domandò:
Voi cosa fareste?”.
Debbo aver accennato un gesto istintivo di sorpresa. Mussolini mi toccò il braccio, e sorrise di nuovo: “Non vi stupite. Faccio questa domanda a tutti. Desidero sentire il vostro parere.
“Duce, non sarebbe bello formare un quadrato attorno a voi e al gagliardetto dei Fasci e aspettare, con le armi in pugno, i nemici? Siamo in tanti, fedeli, armati…”.
Certo, sarebbe la fine più desiderabile… ma non è possibile fare sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale Schuster fa da intermediario. Non sarà versata una goccia di sangue”.
Veramente disse: “Ho l’assicurazione che non sarà versata una goccia di sangue.
Un trapasso di poteri. Per il governo, il passaggio fino in Valtellina, dove Onori sta preparando gli alloggiamenti. Andremo anche noi in montagna per un po’ di tempo” .
Osai interromperlo: “Vi fidate, Duce, del Cardinale?”.
Mussolini alzò gli occhi e fece un gesto vago con le mani.
E’ viscido. Ma non posso dubitare della parola di un Ministro di Dio. E’ la sola strada che debbo prendere. Per me è, comunque, finita. Non ho più il diritto di esigere sacrifici dagli italiani”.
“Ma noi vogliamo seguire la vostra sorte…”.
Dovete ubbidire. La vita dell’Italia non termina in questa settimana o in questo mese.
L’Italia si risolleverà. E questione di anni, di decenni, forse. Ma risorgerà, e sarà di nuovo grande, come l’avevo voluta io”.
Dopo una brevissima pausa, continuò:
Allora sarete ancora utili per il Paese. Trasmetterete ai figli e ai nipoti la verità della nostra idea, quella verità che è stata falsata, svisata, camuffata da troppi cattivi, da troppi malvagi, da troppi venduti e anche da qualche piccola aliquota di illusi”.
Forse Mussolini non disse: “troppi”. Ho l’impressione che dicesse solo: “malvagi e venduti”. Quando rilesse le righe che seguono, le segnò a lato; e fece un gesto con la testa come per farmi comprendere che l’espressione non gli era troppo piaciuta. Tuttavia non la cancellò.
La sua voce aveva i toni metallici che tante volte avevo udito nei suoi discorsi. Poi, con fare più pacato, continuò:
Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini, che ho perduta la testa, che non dovevo dichiarare la guerra alla Francia e all’Inghilterra. Dicono che mi sarei dovuto ritirare nel 1938. Dicono che non dovevo fare questo, e che non dovevo fare quello. Oggi è facile profetizzare il passato”.
Ho una documentazione che la storia dovrà compulsare per decidere. Voglio solo dire che, a fine maggio e ai primi di giugno del 1940 se critiche venivano fatte erano per gridare allo scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica, sorprendente. La Germania aveva vinto. Noi non solo non avremmo avuto alcun compenso; ma saremmo stati certamente, in un periodo di tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati”.
Mussolini mi disse di far risaltare che le frasi da lui sottolineate riguardavano i discorsi della gente. Egli stesso sottolineò con segno più forte l’espressione: “La Germania aveva vinto”, con tutto ciò che segue.
E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione d’oro così, non si sarebbe mai più ripresentata. Così dicevano tutti e specialmente coloro che adesso gridano che si doveva rimanere neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere, e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla guerra.
La verità è una: non ebbi pressioni da Hitler. Hitler aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi. Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto. I patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la massima stima. Bisogna distinguere fra Hitler ed alcuni suoi uomini più in vista…”.
A queste considerazioni Mussolini ne aggiunse varie altre. Questa ad esempio:
Ho parlato sempre col Führer della sistemazione dell’Europa e dell’Africa. Non abbiamo mai avuto divergenze di idee. Già all’epoca delle trattative per lo sgombero dell’Alto Adige, controprova indiscutibile delle sue oneste e solidali intenzioni, il Führer dimostrò buon volere e comprensione”.
La sistemazione dell’Europa avrebbe dovuto attuarsi in questo modo:
L’Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est influenza germanica, sud, sud-est e sud-ovest influenza italiana. Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di questo piano gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere. Non dovevo forse vedere con speranza e con amore una soluzione di questo genere e di questa portata?
“In cento anni di educazione fascista e di benessere materiale il Popolo italiano avrebbe avuto la possibilità di ottenere una forza di numero e di spirito tale da controbilanciare efficacemente quella oggi preponderante della Germania.
Una forza di trecento milioni di europei, di veri europei, perché mi rifiuto di definire gli agglomerati balcanici e quelli di certe zone della Russia anche nelle stesse vicinanze della Vistola; una forza materiale e spirituale da manovrare verso l’eventuale nemico di Asia o di America.
Solo la vittoria dell’Asse ci avrebbe dato diritto di pretendere la nostra parte dei beni del mondo, di quei beni, che sono in mano a pochi ingordi e che sono la causa di tutti i mali, di tutte le sofferenze e di tutte le guerre.
“La vittoria delle Potenze cosiddette alleate non darà al mondo che una pace effimera e illusoria.
Per questo voi, miei fedeli, dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il Mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea ed europea delle idee.
Non ho bluffato quando affermai che l’Idea Fascista sarà l’Idea del secolo XX. Non ha assolutamente importanza una eclissi anche di un lustro, anche di un decennio. Sono gli avvenimenti in parte, in parte gli uomini con le loro debolezze, che oggi provocano questa eclissi. Indietro non si può tornare. La Storia mi darà ragione”.
A questo punto Mussolini tacque. Scosse alcune volte la testa come per scacciare un pensiero molesto. Quando, due giorni dopo, gli portai il dattiloscritto M2di queste dichiarazioni, fece in più punti, specie là ove mi aveva parlato di una forza di trecento milioni di europei, di “veri europei”, alcuni segni di distacco: segni di lapis. Mi disse che avevo dimenticato molte cose importanti. Oggi le ricordo benissimo tutte. Mussolini parlò della sua presa di posizione nel 1933-’34 fino ai colloqui di Stresa (aprile ’35).

Affermò che la sua azione non era stata interamente compresa e tanto meno seguita né dall’Inghilterra né dalla Francia. E soggiunse: “Siamo stati i soli ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania. Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto europeo mi appoggiò. Impedire alla Germania di rompere l’equilibrio continentale ma nello stesso tempo provvedere alla revisione dei trattati; arrivare ad un aggiustamento generale delle frontiere fatto in modo da soddisfare la Germania nei punti giusti delle sue rivendicazioni, e cominciare col restituirle le colonie; ecco quello che avrebbe impedito la guerra. Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude ermeticamente, esplode. Mussolini voleva la pace e questo gli fu impedito”.
Dopo qualche istante di silenzio ardii chiedergli:
“Avete detto che l’eventuale vittoria dei nostri nemici non potrà dare una pace duratura. Essi nella loro propaganda affermano… “
Indubbiamente abilissima propaganda, la loro. Sono riusciti a convincere tutti. Io stesso a volte…”.
Mussolini sottolineò la frase: “Io stesso, a volte…” e sorrise. Posò il lapis sul tavolo e sollevò due o tre volte le mani fino all’altezza delle tempie. Poi, parlando lentamente e staccando le sillabe, aggiunse:
Qualunque cosa detta da loro è la verità. Mi sono chiesto la ragione di questa specie di ubriacatura collettiva. Sapete che cosa ho concluso?”.
Alzò il capo e mi fissò. E proseguì: “ Ho concluso che ho sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida che seguivano le mie domande fossero segno di coscienza, di comprensione, di evoluzione. Invece, era isterismo collettivo...”.
Ma il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande capitalismo”.
Mussolini ha segnato fortemente queste righe. Sono convinto di non aver saputo riferire bene tutto il suo pensiero. Mi disse:
Non avete detto tutto. Avete rimpicciolito la mia idea. Ne riparleremo…”.
Invece, non ci fu più né tempo e né modo di riparlarne. Pochi giorni dopo, fu Dongo, fu l’esecuzione, fu Piazzale Loreto.

La vittoria degli alleati – proseguì – riporterà indietro la linea del fronte delle rivendicazioni sociali. La Russia? Dovrà cozzare fatalmente con il capitalismo anglo-americano. Sarà allora che il popolo italiano avrà la possibilità di risollevarsi e di imporsi. L’uomo che dovrà giocare la grande carta…”.
“Sarete sempre voi, Duce…”.
Sarà un giovane. Io non sarò più. Lasciate passare questi anni di bufera. Un giovane sorgerà. Un puro. Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del fascismo: collaborazione e non lotta di classe, carta del Lavoro e socialismo, la proprietà sacra fino a che non diventi un insulto alla miseria, cura e protezione dei lavoratori, dei vecchi, degli invalidi; assistenza e tutela della madre e dell’infanzia...”.
Mussolini si passò una mano sulla fronte. Poi, dopo un attimo di silenzio, continuò: “ Moralità in tutti i campi, lotta contro l’ignoranza e contro il servilismo verso i potenti, potenziamento, se si sarà ancora in tempo, dell’autarchia, unica nostra speranza economica, esaltazione dell’orgoglio di essere italiano, educazione in profondità e non in superficie, come purtroppo avvenuto per colpa degli avvenimenti e non per deficienza ideologica… Verrà il giovane puro che troverà i nostri postulati freschi, audaci e degni di essere seguiti…”.
Anche qui Mussolini fece attenzione a quanto stavo scrivendo. In una riga, corresse un errore madornale. Arrossii. Egli se ne accorse e rise. Poi disse: “Quando vi si incolpa di avere sbagliato, dite pure che Mussolini sbaglia dieci volte al giorno!”.
Quindi proseguì: “Abbiamo avuto 18 secoli di invasioni e di miserie, di denatalità e di servaggio, di lotte intestine e di ignoranza. Ma, più di tutto, di miseria e di denutrizione. Venti anni di fascismo non sono bastati per dare all’anima di ogni italiano quella forza occorrente per superare la crisi e per comprendere il vero. Le eccezioni, magnifiche e numerosissime non contano. Io oggi sono come il grande clinico che non ha più la fiducia dei familiari dell’importante degente. Molti medici si affollano per la successione. Molti di questi sono già conosciuti per inetti; altri non hanno che improntitudine o gola di guadagno. Il nuovo dottore deve ancora apparire. E quando sorgerà, dovrà riprendere le ricette mie. Dovrà solo saperle applicare meglio. Un accusatore dell’ammiraglio Persano, al quale fu chiesto che colpa, secondo lui, aveva l’ammiraglio: “quella di aver perduto” rispose. Così io. Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia”.

M3wNel dire “ho qui tali prove”, indicò una grande borsa di cuoio. Mi sembra, delle tre, fosse quella di pelle gialla.
Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno. Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere…
Mussolini sorrise lievemente quando parlò della sua serenità e tranquillità. Sorrise di nuovo quando fece cenno a Churchill. Il sorriso si mutò in una smorfia di disprezzo allorché parlò degli affaristi e degli speculatori.
Osai interromperlo per chiedergli d’un fiato: “Tra questi affaristi include anche il Vaticano?”
Siamo stati i primi, i soli, a ridare lustro e decoro e libertà e autorità alla Chiesa cattolica. Assistiamo a questo straordinario spettacolo: la stessa Chiesa alleata ai suoi più acerrimi nemici. La Chiesa cattolica non vuole, a Roma, un’altra forza. La Chiesa preferisce degli avversari deboli a degli amici forti. Avere da combattere un avversario, che in fondo non la possa spaventare e che le permetta di avere a disposizione degli argomenti coi quali ravvivare la fede, è indubbiamente un vantaggio. Diplomazia abile, raffinata. Ma, a volte, è un gran danno fare i superfurbi. Con la caduta del fascismo, la Chiesa cattolica si ritroverebbe di fronte a nemici d’ogni genere: vecchi e nuovi nemici. E avrebbe cooperato ad abbattere un suo vero, sincero difensore“.
A questo punto Mussolini tacque. Si alzò e si avvicinò alla finestra. Avevo cercato di fissare gli appunti nel modo il più esatto possibile, tenendo dietro a mala pena alle sue parole. Le cartelle erano oramai più di 30. Finalmente Mussolini si distaccò dalla finestra. Si rivolse di nuovo a me e riprese:
Mi dissero che non avrei dovuto accettare, dopo l’armistizio di Badoglio e la mia liberazione, il posto di capo dello stato e del governo della Repubblica Sociale. Avrei dovuto ritirarmi in Svizzera, o in uno stato del sud America. Avevo avuto la lezione del 25 luglio. Non bastava, forse? Era libidine di potere, la mia? Ora chiedo: avrei dovuto davvero estraniarmi?. Ero fisicamente ammalato. Avrei potuto assistere oramai da spettatore allo svolgersi degli avvenimenti. Ma cosa sarebbe successo? I tedeschi erano nostri alleati. L’alleanza era stata firmata e mille volte si era giurata reciproca fedeltà, nella buona e nella cattiva a sorte. I tedeschi, qualunque errore possano aver commesso erano, l’otto settembre, in pieno diritto di sentirsi e calcolarsi traditi. Avevano il diritto di comportarsi da padroni assoluti. Avrebbero senz’altro nominato un loro governo militare di occupazione. Cosa sarebbe successo? Terra bruciata. Carestia, deportazioni in massa, sequestri, moneta di occupazione, lavori obbligatori. La nostra industria, i nostri valori artistici, industriali, privati, tutto sarebbe stato bottino di guerra. Ho riflettuto molto. Ho deciso ubbidendo all’amore che io ho per questa divina adorabile terra. Ho avuta precisissima la convinzione di firmare la mia sentenza di morte. Non avevo importanza più. Dovevo salvare il più possibile vite ed averi, dovevo cercare ancora una volta di fare del bene al popolo d’Italia E la moneta di occupazione, i marchi di guerra, che già erano stati messi in circolazione, sono stati per mia volontà ritirati. Ho gridato. Oggi saremmo con miliardi di carta buona per bruciare. Invece nel Sud, i governanti hanno accettato le monete di occupazione. La più tremenda delle inflazioni delizia quelle regioni così dette “liberate”. Quando arriveranno nel Nord, in questo Nord che la Repubblica Sociale ha governato malgrado bombardamenti, interruzioni di strade, azioni di partigiani e di ribelli, malgrado la mancanza di generi alimentari e di combustibili, in questo Nord dove il pane costa ancora quanto costava 18 mesi fa e dove si mangia alle “mense del popolo” anche a 8 lire, quando arriveranno a “liberare” il Nord, porteranno, con altri mali, l’inflazione. Mi sono imposto e ho avuto uomini che mi hanno ubbidito. Non si è stampato che il minimo occorrente, di moneta. Ho però autorizzato le banche ad emettere degli assegni circolari, questi tanto criticati assegni. Non sono tesaurizzabili: ecco la loro importanza. La lira-moneta automaticamente viene richiesta, acquista credito, le rendite e i consolidati sono saliti a 120. Ho impedito che i macchinari venissero trasportati in Baviera. Ho cercato di far tornare migliaia di soldati deportati, di lavoratori rastrellati. Dalla Germania sono tornati oltre 400.000 soldati ed ufficiali prigionieri, o perché hanno optato per noi o per mio personale interessamento. Ho impedito molte fucilazioni, anche quando erano giuste. Ho cercato, con tre decreti di amnistia e di perdono di procrastinare il più possibile le azioni repressive che i comandi germanici esigevano per avere le spalle dei combattenti protette e sicure. Ho aiutato tanta povera gente, senza informarmi delle idee dei singoli. Ho cercato di salvare il salvabile. Fino ad oggi l’ordine è stato mantenuto: ordine nel lavoro, ordine nei trasporti, nelle città… Dovevo, di fronte ad una situazione che vedevo tragicamente precisa, disertare il mio posto di responsabilità? Leggete: sono i giornali del Sud: “Mussolini prigioniero dei tedeschi”, “Mussolini impazzito”, “Mussolini ammalato”, “Mussolini con la sua favorita”, “Il Duce fuggito in Brasile?”. Poi strinse il pugno e lo batté con energia sul tavolo: “Invece sono qui, al mio posto di lavoro. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono svolti gli avvenimenti di questi cinque anni”.
Chiesi: “Ma c’è è ancora una speranza? Ci sono davvero le armi segrete?”.
Ci sono. Sarebbe ridicolo e imperdonabile bluffare. Se non fosse avvenuto l’attentato contro Hitler nell’estate scorsa, si avrebbe avuto il tempo necessario per la messa in azione di queste armi. Il tradimento anche in Germania ha provocato la rovina, non di un partito, ma della patria“.
Quando pronunciò la parola “tradimento” esclamai: “Ma noi vi siamo stati e vi saremo sempre fedeli”.
Egli, allora, mi pose la mano sul braccio e mi disse con accento triste: “Quanti giuramenti! Quante parole di fedeltà e di dedizione! Oggi solo vedo chi era veramente fedele, chi era veramente fascista! Siete voialtri, sempre gli stessi fedeli delle ore belle e delle ore gravi. Facile era osannare nel 1938! Ho una tale documentazione di persone che non sapevano più che fare per piacermi! E al primo apparire della tempesta, prima si sono ritirati prudentemente per osservare lo svolgersi degli avvenimenti. Poi si sono messi dalla parte avversaria. Che tristezza. Ma che conforto, finalmente, poter vedere che vi sono i puri, i veri, i sinceri. Tradire l’idea… tradire me… ma tradire la patria…“.
“Duce, pensate che inglesi e americani possano vedere i russi arrivare nel cuore dell’Europa? Non sarà possibile una presa di posizione…?”.
I carri armati che penetrano nella Prussia Orientale sono di marca americana“.
A questo punto Mussolini volle precisare che non riteneva, oramai, più possibile sperare in un capovolgimento del fronte. Disse anche: “Forse Hitler si illude“. Poi alzò le sopracciglia, fece un ampio gesto con le mani, quindi riprese: “Il compito degli alleati è di distruggere l’Asse. Poi…“.
“Poi?”.
Ve l’ho detto. Scoppierà una terza guerra mondiale. Democrazie capitalistiche contro bolscevismo. Solo la nostra vittoria avrebbe dato al mondo la pace con la giustizia. Mi hanno tanto rinfacciata la forma di disciplina che imponevo agli italiani. Come la rimpiangeranno. E dovrà tornare se gli italiani vorranno essere ancora un popolo e non un agglomerato di schiavi… E gli italiani la vorranno, la esigeranno. Cacceranno a furor di popolo i falsi pastori, i piccoli malvagi uomini asserviti agli interessi dello straniero. Porteranno fiori alle tombe dei martiri, alle tombe dei caduti per un’idea. Diranno, allora, senza piaggeria, e senza falsità: Mussolini aveva ragione“.
Il Duce a questo punto prese le cartelle dove avevo messo gli appunti.
Non farete un articolo. Riprendete da questi appunti quello che vi ho detto. Dopodomani mattina mi porterete il dattiloscritto. Se ne avrò tempo riprenderemo fra qualche giorno questo lavoro“.
Dissi che in anticamera era il mio redattore capo, già direttore di un settimanale di Brescia. Mussolini lo fece chiamare. Rimanemmo ancora dieci minuti in udienza.
Terminai la stesura delle cartelle quella stessa notte, al giornale. Per mancanza di carta, dovetti scrivere le ultime quattro cartelle al rovescio delle prime quattro. Lavorai come potei: Tre allarmi aerei, tre volte la luce si spense.
La mattina del 22 aprile, alle 11, tornai in Prefettura. Mussolini era fuori. Fece ritorno alle 12,40. Camminava cupo e con passo rapido. Gli avvenimenti precipitavano con un ritmo che non consentiva più illusioni: gli angloamericani si erano avvicinati vittoriosi alla linea del Po. Ogni speranza in una qualsiasi resistenza svaniva, tanto per l’esercito tedesco, quanto per i fascisti. Già echeggiava il sinistro: “Si salvi chi può”. Perciò Mussolini doveva già avere la visione, forse ancora nebulosa ma non per questo meno drammatica, della prossima fine. Ci vide. Rispose con aria stanca ai nostri saluti. Quando fu sulla soglia della sua stanza da lavoro, si voltò e mi fece cenno di attendere.
Barracu, dopo una decina di minuti, mi introdusse da lui. Stava mangiando. Gli avevano portato una zuppiera. Sorbì alcune cucchiaiate di minestra. Mangiò un po’ di verdura, un pezzettino di lesso, due patate e una carota bollita. Poi una mela. Bevve due dita di acqua minerale. Quindi si volse verso di me, e mi disse: “Fatemi vedere il vostro lavoro“. Scostò delle carte. Lesse con attenzione, lentamente. Il suo volto aveva visibili tracce di stanchezza. Alla distanza di sole 48 ore, sembrava molto invecchiato. Corresse e tracciò molti segni, come risulta dal dattiloscritto. Quindi volle siglarlo, apponendo in calce all’ultimo foglio la sua ben conosciuta inconfondibile “M”.
Alla fine mi disse: “Va bene. Ci rivedremo, forse, in Valtellina. Altrimenti, qualunque cosa accada, non fate pubblico questo scritto. Se dovesse accadere il crollo, per almeno tre anni tenetelo nascosto. Poi fate voi, secondo il vostro criterio. Ora andate“.
Salutai senza poter dire una parola. Mi fece un gesto di arrivederci. Uscii dalla Prefettura con l’animo in tumulto. Non dovevo più rivederlo.

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