critica a Gianni Giadresco

E chi sono io per esternare una critica ad un giornalista che tanto ha rappresentato nella Resistenza e nella politica locale? Nessuno. Sono un normale utente che compra un libro, lo legge ed esprime un’impressione. Spero di buonsenso. E di educazione. E’ una critica postuma, lo so, che arriva ora con l’intento di evidenziare solo una mia prospettiva sull’atteggiamento particolarmente fazioso e distorto in alcune descrizioni di eventi e di persone.

guerra in Romagna

Non avrò la cultura, nè l’autorevolezza per discuterne la veridicità, ma finendo il libro “Guerra in Romagna” ho trovato solo di cattivo gusto la reprimenda nei confronti di Giampaolo Pansa nell’Appendice “Pansa: un libro che piace ai fascisti“. Come dice l’autore: da un articolo del 16 gennaio 2004 del settimanale la Rinascita della sinistra.

Cercherò di riprodurre i periodi che ho trovato critici inserendo subito ciò che penso in proposito cercando di essere il più chiaro possibile.

T. (testo orig.) – Non so se Giampaolo Pansa, per scrivere il suo libro, ha davvero viag­giato dal Piemonte, all’Emilia-romagna, al Veneto, come racconta nel dialogo intrecciato con una immaginaria dott.sa Livia Bianchi, della Bi­blioteca nazionale di Firenze. Ciò di cui sono sicuro è che avrebbe potuto scrivere quelle pagine restandosene in pantofole a casa propria. Il risultato non sarebbe cambiato: è un brutto libro, rinfocola odi che erano sopiti; riapre ferite di cui la convivenza civile degli italiani non ha la necessità; falsifica la realtà del dopoguerra italiano, dipingendola come un incubo, mentre, al contrario, cessava il terrore nazi-fascista.

R. pansaIl fatto che l’autore disquisisca il come Pansa abbia scritto è assolutamente irrilevante; il fatto che lo definisca un “brutto libro perché rinfocola odi che si erano sopiti, ecc.” è un’opinione certamente non condivisa dalla gente normale che ha comprato il libro e lo ha apprezzato. E non parlo di fascisti, ma di gente normale di una realtà così multiforme, oggi, che non la si può collocare come si faceva ai suoi tempi. In viso all’oggetto, chiedo a Giadresco se pensa per caso che Pansa si sia inventato tutto o, nel caso specifico, si sia appoggiato a rivelazioni di storie fino ad allora chiuse dall’omertà rossa o chiuse nei famosi armadi della vergogna. Rivelazioni del genere era già apparse da autori, altrettanto romagnoli come lei, come G. Stella, G. Minzoni, A. Tamaro, G.diFiore, A.Fiogli, A.Pasi e tanti altri. Anche questi li giudica “fascisti”, per caso? L’evidenziare precise responsabilità partigiane signifaica necessariamente essere catalogati fascisti? Direi proprio di no. Caro Giadresco. Non funziona così dopo 50, 60 e 70 anni dopo la guerra. Per usare un suo termine, rinfocolare antiche divisioni politiche, odi di partito e di partiti che non esistono più, caro Giadresco-2004, è veramente una cosa “fuori come un balcone“! Non ho avuto il privilegio di poter discuterne da appassionato con Lei quando era possibile e me ne rammarico. Sarebbe stato interessante percepire dal vivo questa sua faziosità e poterla dibattere “live” o in real time, come si dice oggi.

T. vinti_pansa“Il sangue dei vinti — Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile”: questo è il titolo. Può sembrare un libro-inchiesta, invece è una carrellata attraverso le pagine dei libri scritti sull’argomento, da parte di autori ab­bastanza inattendibili, comunque di parte repubblichina. Tra questi, an­che l’autore di ribelli contro la Brigata partigiana di Bulow, di cui Pansa riproduce le parole, lamentandosi delle proteste che gli hanno espresso Bulow e i partigiani. Ma si guarda bene dal riferire che quell’autore cui ha dato un immeritato credito, è stato smentito da una inchiesta che la Pro­cura di Padova ha condotto meno di dieci anni or sono. Una rarissima citazione di fonte non fascista riguarda il libro di Flamigni e Marzocchi “Resistenza in Romagna”, dal quale trae il riferimento a un dispaccio del­l’agenzia inglese Reuter che si era inventata “l’avversione della popolazio­ne di Forlì” nei confronti dei liberatori. Da cui, Pansa, trae la conclusio­ne: “forse i comunisti forlivesi avrebbero preferito essere liberati dall’Ar­mata rossa di papà Stalin”. (pag. 228)

R. Perché questi autori sono giudicati a priori “ab­bastanza inattendibili, comunque di parte repubblichina”, quando invece sono persone che hanno perso dei semplicemente familiari in modi allucinanti? Certo, ci saranno stati anche genitori di repubblichini; se ne è accorto che si chiama “Il sangue dei vinti” e non “Il sangue dei vincitori”? Chi pensava di trovarci, la mamma di Matteotti? A proposito della procura di Padova, è il caso che si vada a rivedere gli atti. La sua è una semplificazione assolutamente farlocca (falsa) del processo a Bulow in cui il Boldrini asseriva che nei giorni della strage di Codevigo lui era assente… Ne ho parlato diffusamente in un altro articolo. La testimonianza è stata prima offuscata dai dibattimenti, poi rivalutata anche nel processo in difesa di Stella accusato per vilipendio della Resistenza e che lo ha visto vincitore.

T. Ma se c’e una verità, è il fatto che la guerra, quella guerra in particolare, è stata feroce. Non furono i partigiani, ma Pavolini, ad ordinare alle brigate nere: “non si fanno prigionieri”. Né con questo si vuole giustificare ciò che è stato, enfaticamente, chiamato “resa dei conti”, dopo il 25 aprile. Giustificare assolutamente no; spiegare certamente sì!

R. Chiedo: lo slogan ““non si fanno prigionieri” non equivale ai comunicati Cln che recitavano di “arrendersi o perire”? … Giustificare, spiegare? Cosa si può spiegare con un’atteggiamento così intransigente?

T. Pansa60%Ma non è questa la risposta che merita un brutto libro, che non a caso piace tanto ai fascisti. La domanda è se sarebbe stato possibile, da un giorno all’altro, cessare di premere il grilletto, dopo venti mesi di lotta partigiana, durante i quali l’occupante nazista, e i repubblichini di Salò, avevano fatto scorrere fiumi di sangue, seminato terrore, distruzioni e morte, con modalità e sadismi che ripugna ricordare.
Viene citato (a pag. 107) un appello scritto da Amendola sull’Unità di Torino, il 29 aprile del 1945, ( “Pietà l’è morta”) come l’esempio del “tritasassi della vendetta”. Ma a Torino, Amendola, era a capo del triumvirato insurrezionale, e il 29 aprile 1945 si combatteva. I partigiani, insorti, erano in gran parte ragazzi delle Sap inesperti e male armati, e gli operai salvavano le fabbriche dai tedeschi rischiando la pelle. Cosa avreb­be dovuto scrivere il comandante partigiano che andava all’assalto della fortezza nemica, quando — come si legge nello stesso libro di Pansa – c’era­no ancora migliaia di tedeschi nei dintorni e, in città, i fascisti avevano lasciato migliaia di cecchini che fecero non poche vittime sparando su chi si avventurava nelle strade?
A parte ogni altra considerazione, perché si sceglie la data del 25 aprile come se fosse quella della fine del conflitto? Quel giorno la guerra entrò in una nuova fase, ma non finì. Anzi!

R. fratricidioAlla luce delle conoscenze che abbiamo oggi, tra repubblichini e comunisti io  riassumerei con gli uni come gli altri” e con modalità e sadismi che ripugna ricordare. Vogliamo parlare degli oltre 30.000 civili caduti per epurazione politica partigiana a guerra finita dei suoi SAP e GAP male armati? Infatti come nuova fase Lei fu uno dei promotori e divulgatore della guerra civile. A Lugo se lo ricordano. E non ci, o non mi stupisce che lei difenda a spada tratta Bulow; da buon stalinista (non è una  definizione ma lei ricorderà chi gliel’ ha detta..) lo deve. Lo capisco. Ma deve comprendere che non si può essere sempre d’accordo.

T. Ricordo che i conti Manzoni- Ansidei, erano fortemente immersi, più che com­promessi, nel fascismo repubblichino in una terra come la bassa Romagna in cui le stragi nazifasciste avevano sparso sangue, odio e terrore, a piene mani. I rampolli della casata erano, uno, fondatore del fascio repubblichino, il secondo, addetto con Filippo Anfuso all’Ambasciata repubblichina di Berlino, il terzo, più giovane, con Almirante e Mezzasoma al Ministero della Cultura Popolare di Salò. Scusate se è poco! Avrebbero dovuto essere processati regolarmente in tribunale, invece furono uccisi, il 7 luglio 1945. Ma non si dica che erano “brava gente”, fatti fuori per solo odio di classe, per la ragione che i comunisti, secondo Pansa, preparavano una seconda guerra civile”.
Qui, proprio, l’autore, passa il limite, con le invenzioni più inverosi­mili, tipo l’assioma “prete = borghese = nemico”, conclusione: farli fuori tutti. Dire che rasentiamo la follia è dir poco.

R. Davvero? Questa è stoltezza pura! I conti Manzoni più che compromessi? Ne parli con il nipote Gian Ruggero Manzoni e vedrà cosa le dice. Lei che si professa lughese come può essere così all’oscuro dalla verità? In qualche modo, Lei è un profilo da studiare… deve essere una strana patologia. Da Barbiano, da ca’ di Lugo fino ad Argenta, la gente sà essere stata una lotta di classe preimpostata che ha imperversato nel Triangolo rosso descritto proprio in questo blog (in geometrie partigiane e 25 aprile si – 25 aprile no). Dire che rasentiamo la follia è dir poco.

partigianeria

Punto finale.

Non desidero dilungarmi oltre in questa sterile discussione estemporanea o in una querelle politica; però dico solo che non è corretto, nè tantomeno elegante, inserire in in resoconto resistenziale un disappunto così fazioso nei confronti di G. Pansa. Si può esprimere il proprio dissenso senza scadere nella classificazione scontata (come lei ha fatto) e senza catalogare di conseguenza anche i lettori. Non è questo il luogo per una replica di partito; era una buona occasione per smentire la propria intransigenza, figlia di un periodo contrassegnato dalla ferocia e dal dolore e che ha saputo originare solo confusione. Aggiungerei anche …delusione. sestoLiveraniDelusione anche per l’ingiustificata filippica e raffronto con Corbari che Lei fa nel libro di Sesto Liverani (Palì). Un individuo che a Brisighella non volevano neanche vedere, a guerra finita, per le efferatezze da lui commesse. Ridicolo. Mia madre, originaria del paese (1922) lo ricordava come un demonio, altro che “indiano”…

Senza contradittorio chiunque ha potuto scrivere ciò che credeva, alla storia però è stato consegnato un altro figlio di un’ideologia il cui giudizio è stato scritto da tempo.

un articolo postumo (me ne rendo conto) nei tempi ma non nel significato.

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