La strage di Rivalta. un perché.

Avevo già scritto su questo argomento in “a morte l’invasore.2” in maniera forse un po’ fugace; ma avendo avuto modo di parlare con il figlio di un giustiziato (allora di dieci anni) ho avuto accesso ad altre informazioni che ho confrontato con quelle di Faenza Anno Zero. In aggiunta, sono ancora in attesa di ritrovare un libro che ci potrebbe garantire forse una maggiore freschezza sui fatti perché stampato nel 1952 ed in pochissime copie. Ma veniamo ai fatti.

Siamo a Venerdì 11 agosto 1944; alcuni partigiani che intendono colpire Natale Raffaeli, responsabile del Fascio di Marzeno, armati di fucili e pugnali si appostano nei pressi del cimitero di Rivalta (sulla strada per Modigliana), in quanto l’anziano fascista è solito percorrere ogni giorno la strada per Faenza. Proprio quel giorno però egli, per le improvvise bizze del proprio cavallo, è costretto a rinunciare alla quotidiana passeggiata. Dopo una lunga ed inutile attesa i partigiani se ne stanno per andare (sono ormai le 9.30) allorché dalla parte di Faenza sopraggiunge in bici (e non in  moto, come avevo scritto precedentemente) il milite Domenico Sartoni. Così, fascista per fascista, gli appostati gli scaricano su di lui le armi, uccidendolo.

La reazione è immediata e prevedibile. Mentre la salma di Sartoni è trasportata all’ospedale di Castel Raniero, Raffaeli, Ras di Faenza e della Brigata Nera, impartisce l’ordine  di rastrellare ed imprigionare una quarantina di persone che saranno catturate nei dintorni; tra di esse lo stesso parroco di Rivalta, Don Drei. Secondo la confessione di Schiumarini (nel 45), al rastrellamento parteciparono i fascisti: Lino Bertoni, Francesco Cattani, Nello Cassani, Raffaele Boschi, Silvano Samorè, Giuseppe Amilcare, Leone Fagnocchi, Tomaso Bertoni, Natale Raffaeli, Riccardo Raffaeli, Achille Tedesco, Carlo Geminiani, Rodolfo Badiali, Mario Bandini, Mimo Tosi, Lorenzo Valtangoli, Guerrino Nati, Valeriano Rota, Adriano Pasi, Arnaldo Casella, Afro Pomi, Luigi Pomi, Mimo Dall’Osso.

La sete di vendetta fascista si ferma sui nomi di Carlo Casalini, Emilio Nanni, Annunziata Verità, Luigi Sangiorgi e Giuseppe Savini, tutti completamente estranei ai fatti. Selezionati per antipatia e/o per antifascismo sospetto. Nonostante l’intercessione del vescovo Battaglia che si reca di persona a supplicare il Raffaeli per ottenere la liberazione dei coinvolti, sono maltrattati e torturati per gran parte della notte. Un mio intervistato, abitante di Celle (800m in linea d’aria), nel 2004 disse che ricordava bene che le urla da Villa San Prospero si sentivano forti e chiare e che erano comunque abituati alla cosa; tanto che s’era creato il detto ” se la voce superava il monte di Persolino allora voleva dire che i fascisti erano molto arrabbiati “!

All’alba del 12 agosto 1944 sono condotti presso il cimitero di Rivalta a poca distanza dalla casa del Savini, vengono legati l’uno all’altro e fucilati. Il plotone sarebbe stato composto da Natale Raffaeli, Rodolfo Badiali, Lino e Tomaso Bertoni, Raffaele Boschi, Francesco Cattani, Silvano Samorè, Francesco Schiumarini e Ugo Steri. Unica a salvarsi è Annunziata Verità, forse risparmiata di proposito per un un poco esplicito accordo fra gli stessi fascisti di aderire alla politica fascista di non rendersi responsabili di omicidi a carico di donne. E’ questo un modo di spiegare il come si sia potuta salvare una persona da un’esecuzione avvenuta alla distanza di soli 4 metri in cui si spararono quasi 400 colpi. Ferita tra gli uccisi ed esanime, viene slegata dai passanti e consegnata ad alcuni uomini della banda di Corbari. La sepoltura delle vittime avverrà il giorno dopo, contro la volontà fascista.

Stranamente la giustizia del dopoguerra non riuscirà ad incriminare i colpevoli e tutto verrà cancellato dalle varie amnistie (1948). Togliatti ha chiuso il libro.

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