crepuscolo degli dei.1

Queste sono cose che generalmente, e naturalmente – aggiungerei, sono destinate a perdersi nella memoria e nel tempo. Per fortuna, qualche volta no. In un giornale (Epoca) del 26 aprile 1954, c’ era questo articolo in mezzo ad una mucchia di giornali, non ben definita, che una signora aveva nella sua bancarella nel mezzo di una festa di antiquariato, peraltro, pallosissima. Vabbè. Non tutto può piacere a tutti. Mia moglie mi ha quasi strangolato un braccio quando l’ha visto per prima: ” questo non te lo puoi proprio perdere! “. No. Infatti, no.

L’articolo fu redatto da Jacques Le Bailly e sottotitola:

Parlano due testimoni finora silenziosi: l’uomo che vide per primo il Fuhrer morto e l’unico ufficiale occidentale che assisté all’esumazione dei resti presso il Bunker.

Il 19 gennaio 1946, verso le die­ci del mattino, un portavoce del comando sovietico di Ber­lino telefonò al servizio di colle­gamento interalleato nell’ex-ca­pitale tedesca, chiedendo che ciascuna delle tre potenze occi­dentali occupanti mandasse un proprio rappresentante, alle 12 e 30 di quello stesso giorno, al­l’ingresso ovest della Cancelle­ria, nella Friedrich Ebert Stras­se.

Scopo dell’invito: «Comuni­cazione di un dossier confiden­ziale ».

Gli americani e gli inglesi non diedero alcun seguito a quell’in­vito. Si era già agli inizi della guerra fredda. Unico rappresen­tante delle potenze occidentali fu così un ufficiale francese, au­torizzato ad andare all’appunta­mento coi russi dal capitano Missoffe, addetto al comando. Questo ufficiale aveva un nome tedesco di importanza storica: Rathenau.

Nato il 28 febbraio 1907 a Charlottenburg, era figlio del dottor Fritz Rathenau, già delegato tedesco alla Società delle Nazioni: apparteneva alla famosa famiglia alla quale la Germania deve la maggior par­te della sua elettrificazione, e suo padre era cugino di Wal­ther Rathenau, ministro degli Esteri del Cancelliere Joseph Wirth. Il 24 giugno 1922, quan­do Walter Rathenau fu assassi­nato dai precursori del nazismo, la sua famiglia comprese che un terribile uragano stava adden­sandosi sopra la Germania. Se gli avventurieri dell’imperiali­smo tedesco avessero trionfato, sarebbe stata la fine della demo­crazia, e l’inizio di persecuzioni di ogni specie. Era dunque me­glio espatriare. Ma i Rathenau aspettarono ancora cinque anni prima di la­sciare la Germania. Si decisero a partire quando Ernst von Sa­lomon, uno degli attentatori a Walter Rathenau, uscì di prigio­ne. Andarono allora a Parigi, do­ve il giovane Henri Rathenau terminò gli studi universitari, iniziati brillantemente a Berlino, Monaco e Colonia. Raggiunse una buona posizione economica, sposò una ragazza affascinante e tutto pareva sorridergli, ma nel 1939 scoppiò la guerra.
Henri Rathenau si arruolò allora nella Legione Straniera, e, dopo la disfatta francese del 1940, si ritrovò smobilitato nel Nord Africa, presso Orano. Pas­sò al servizio della «Francia li­bera » e, dopo lo sbarco anglo­americano del 1942, combatté dapprima con il « Corpo fran­co » e poi con la Divisione Le­clerc: come ufficiale di questa unità; nel 1944, fu tra i primi a entrare in Parigi liberata. Henri Rathenau fu decorato con la Le­gion d’onore, la croce di guerra e la medaglia della Resistenza. Per questo suo brillante stato di servizio, il governo di Parigi lo destinò a Berlino, come addetto al comando delle truppe france­si di occupazione. E fu proprio nell’ex-capitale che la sorte, il 19 gennaio 1946, gli riservò un compito di importanza storica.

Le piombature dei denti riscontrate sui resti
corrispondono a quelle del dittatore

Quel giorno, secondo gli ordini ricevuti, Henri Rathenau ­en­trò nella zona sovietica di occu­pazione e fu accolto secondo le intese all’ingresso ovest della Cancelleria o piuttosto dei resti della Cancelleria, da un ufficiale russo che egli conosceva bene col nome di Stragof. I due uomi­ni aspettarono insieme, per una buona mezz’ora, l’arrivo dei rap­presentanti inglese e americano, che non avevano disdetto l’ap­puntamento. Poi Stragof perdet­te la pazienza e disse a. Rathe­nau di seguirlo: erano con loro due sottufficiali sovietici e un interprete chiamato Nikolai.
Il gruppetto attraversò quel­lo che era stato il parco e giun­se davanti al Bunker, che aveva le due porte aperte: quella ester­na, pesantemente blindata, e quella interna, chiamata <la pa­ratoia>. Sulle porte e sui muri di cemento armato, fino a un’al­tezza di circa quattro metri, si vedevano tracce nere, lasciate presumibilmente dalle fiamme di un combustibile grasso. Pres­so l’entrata del Bunker erano in attesa quattro ufficiali sovietici: il tenente colonnello Rykov, il maggiore Svalof, i capitani Abrenski e Lieven. Un altro grup­po era formato da due medici sovietici con tre sottufficiali e due guardie armate di mitra. Un po’ più lontano era radunata una corvée di prigionieri tede­schi, al comando di un tenente sovietico che parlava la loro lin­gua.
Verso le 13.15 furono condotti sul posto altri due prigionieri. Uno di essi indossava l’unifor­me delle SS, ma senza spalline; l’altro aveva la giubba delle SS e i pantaloni da ufficiale di Sta­to Maggiore. Il primo fu indi­cato a Rathenau come Lucke, un’ex-guardia del corpo di Hi­tler, e l’altro come lo Sturm­bahnfuhrer (maggiore) Pflug, delle SS, che si sarebbe trovato al fianco di Hitler al momento del suo presunto suicidio. C’era infine un altro prigioniero, in borghese, che fu presentato co­me il dottor Martin Junge, un dentista che avrebbe curato Hitler.
La corvée dei prigionieri tede­schi fu fatta avvicinare e inco­minciò a scavare seguendo le in­dicazioni delle due SS. Verso le 14.45, le guardie sovietiche tol­sero ai prigionieri le loro pale, ed essi continuarono a frugare nella fossa con le mani.
Lo scavo aveva raggiunto la profondità di un metro e dieci, quando improvvisamente sul fondo della fossa apparve una coperta, probabilmente di tipo militare. Conteneva un primo cadavere. Fu molto difficile e­strarre l’involucro dalla fossa e liberare poi il corpo dalla coper­ta che gli si « incollava» intor­no. Il cadavere era rattrappito e bruciato, probabilmente dalle fiamme di un carburante di cat­tiva qualità, al quale era stato mescolato del benzolo. La parte sinistra era stata meno intaccata dal fuoco. Il tenente Rathenau fu autorizzato ad avvicinarsi so­lo fino a dieci metri dal maca­bro resto. Di lì poté rendersi conto che i resti di quel primo cadavere erano di una donna: bacino largo, ossa fini, torace ampio. La bocca era spalancata, non c’erano più gli occhi. I due medici sovietici esaminarono i resti, fecero alcuni rilievi antro­pometrici e poi ordinarono a un fotografo di ritrarre la spoglia.
Si passò al secondo cadavere, che giaceva più vicino alla porta del Bunker. Non era rattrappi­to, appariva invece come appiat­tito. I resti erano in uno stato di decomposizione avanzata. Si vedevano alcune ossa di color giallo o arancione. La testa era come raschiata, ma conservava qualche ciuffo di capelli. La boc­ca era semiaperta e piena di ter­ra. Il dentista si affaccendava ad estrarre e a ripulire le mascelle di quel cadavere, che visibilmen­te era di un uomo. Mentre egli lavorava, il teschio si separò dal corpo, ma il dottor Junge non si interruppe e continuò a con­frontare la dentatura del morto con i disegni di protesi e con un’impronta completa che aveva estratto da una borsa. Termina­to l’esame, disse in tedesco che le piombature riscontrate sui re­sti corrispondevano esattamente alle indicazioni che aveva porta­to con sé. I medici eseguirono allora nuove misurazioni, i foto­grafi scattarono altre immagini e poi un cineoperatore dell’eser­cito sovietico riprese a sua vol­ta i resti.

Per quale ragione il tenente Rathenau non parlò mai di quella avventura?

Al tenente Rathenau non fu comunicata alcuna delle misure, né fu consegnata alcuna fotogra­fia. impossibile dire se quei dati e quei documenti furono poi comunicati ai servizi alleati ad un altro livello. Dalla nostra inchiesta, peraltro, risulta certo questo fatto. Il tenente colon­nello Rykov, che dirigeva l’ope­razione, dopo aver parlato con i medici e il dentista si rivolse a Rathenau – unico rappresen­tante delle forze alleate occiden­tali – e gli comunicò attraverso un interprete: « Signore, lei può rendersi conto del fatto che, dopo questa esumazione, noi ci troviamo, senza possibilità di dubbio, in presenza del cada­vere di Adolf Hitler. Quanto al corpo della donna, esso è verosi­milmente quello di Eva Braun. Le misurazioni antropometriche coincidono, ma il dentista non conosceva la posizione e il nu­mero delle sue protesi.
Il tenente Rathenau fu accom­pagnato dal maggiore Stragof fino all’uscita della Cancelleria. L’ufficiale sovietico, salutandolo con cordialità, si mostrò peral­tro seccato per l’assenza dei rap­presentanti inglesi e americani, e disse perciò a Rathenau: « Spe­ro che voi non abbiate perduto il vostro tempo ».
E così Henri Rathenau, fug­gito in gioventù dalla Germania dopo l’assassinio di un suo pa­rente per opera dei primi nazi­sti, pose piede ventiquattro an­ni dopo quel delitto nella Can­celleria diroccata, per vedere un cadavere bruciacchiato, che gli fu indicato come quello del ca­po del nazismo. Rientrato al suo comando, quell’unico testimone occidentale dell’esumazione an­dò immediatamente a riferire ai suoi superiori. Da quel giorno sono passati diciotto anni, ma nessuna fonte francese, inglese o americana ha mai accennato a quella sinistra cerimonia, né ha confermato o smentito il ri­conoscimento del cadavere.
Per parte sua, Henri Rathe­nau non parlò mai di quella av­ventura. Tacque fino alla mor­te, che avvenne nell’agosto 1963. Solo nelle scorse settimane, chi riordinava le sue carte ha tro­vato alcune pagine manoscritte, con le annotazioni relative al­l’invito dei sovietici agli anglo­franco-americani nel 1946, all’an­data di Rathenau alla Cancelle­ria e al disseppellimento dei due cadaveri. Prossimamente, il rac­conto di questo unico testimone occidentale sarà pubblicato in un libro dal titolo « Le Disparu du 30 avril ». La narrazione da noi pubblicata qui contiene la parte essenziale dello straordi­nario documento.
Possiamo presentare ora un testimone vivo, che risponde a un’altra domanda: quando è morto Hitler, in che giorno pre­ciso? Recentemente, il mare­sciallo sovietico Ciuikov, coman­dante delle truppe dell’VIII ar­mata della Guardia che giunse­ro per prime alla Cancelleria del Reich, ha detto che i suoi sol­dati videro, il 2 maggio 1945, nel cortile della residenza del Fuhrer, « un tappeto fumante, nel quale si trovava il cadavere calcinato di Hitler ». Il nostro te­stimone afferma invece che i so­vietici non poterono vedere que­sto spettacolo il 2 maggio, per­ché morte, rogo e sepoltura del dittatore avvennero in un altro giorno.

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