la liberazione di Mussolini


A mio modo di vedere, c’è un elemento che emerge con molta chiarezza dai fatti del 12 settembre 1943; il protagonista, cioè Mussolini, lo fu assolutamente controvoglia per l’ostinato zelo soccorritore del Fuhrer, per la pusillanimità ed il pressappochismo di alcuni fedelissimi e, direi, per l’inerzia delle cose che ormai superava le volontà e le ambizioni di un regime già crollato. La liberazione del Duce dal Gran Sasso fu decisamente determinante per le vicende italiane dopo l’8 settembre. In questa località, chiamata Campo Imperatore e a 2000 metri d’altezza, vi si accedeva solo mediante una funicolare che partiva dal sottostante paesino di Assergi; un posto molto isolato, militarmente imprendibile, si disse. Sorvegliatissimo. (Ma dai!)

Agli ordini dell’ispettore capo di pubblica sicurezza Giuseppe Gueli furono disposti nell’albergo 250 carabinieri che avrebbero dovuto impedire ogni imprevedibile sorpresa. Dico ancora, che Badoglio prescrisse che in nessun caso Mussolini avrebbe potuto riguadagnare la libertà; pena anche un esecuzione sommaria! il buon Badoglio!

L’ ANTEFATTO.

Il prigioniero era stato trasferito prima a Ponza, dove trascorse 12 giorni, per ironia della sorte, alloggiato in una casa vicina ad alcuni famosi antifascisti come Zaniboni (il socialista che nel ’25 attentò alla sua vita) e Pietro Nenni; poi alla Maddalena il 27 agosto ove ne aveva trascorsi 20,  infine venne trasferito a Campo Imperatore a bordo di un idrovolante della Croce Rossa che era ammarato nel lago di Bracciano e poi a bordo di un’ autoambulanza, sempre accompagnato da Giuseppe Gueli e dal tenente dei carabinieri Alberto Faiola. L’albergo però ospitava ancora villeggianti e militari in convalescenza:pertanto si decise opportuno di spostarlo in una villetta per cinque giorni, mentre si provvedeva a far sgomberare la zona. Soltanto il 2 settembre Mussolini passò alla suite 201 dell’albergo: ingresso, soggiorno, due camere da letto e bagno. (mica… galera!) Mancava solo la televisione che, purtroppo, non era ancora stata inventata! Però poteva ascoltare la radio, ricevere visitatori e curiosi (!?!), scrivere e ricevere lettere. Cioè funzionava così: se tu sapevi in qualche modo che il Duce era lì, potevi scrivergli e lui ti rispondeva…, se ci andavi di persona, dovevi solo prendere un appuntamento (il minimo…! eh?) Fantastico. Quasi come dal dentista. E tutta questa “sicurezza” era stata approntata per sfuggire alla caccia dei tedeschi.

 Tito Zaniboni         Pietro Nenni


I TEDESCHI.

Dopo un certo numero di anni, finalmente, si sono potute appurare le opportune responsabilità ed i relativi nomi che hanno reso possibile ” l’operazione Quercia “, operazione che per anni ha avuto diversi padri immeritevoli. Il generale Student e Otto Skorzeny (direttore spregiudicato di un campo d’addestramento per SS), dopo aver ricevuto l’incarico diretto da Hitler di liberare l’amico Duce, decisero di contattatare il capo della polizia tedesca a Roma Herbert Kappler ( il boia delle Fosse Ardeatine) che da quel momento prese le fila delle indagini sulla caccia segreta a Mussolini, quasi bypassando l’incarico di intelligence demandato a Skorzeny. Fu un lavoro denso di insuccessi. Kappler era un poliziotto estremamente efficace; aveva i suoi infiltrati tra gli italiani, né più né meno di Carmine Senise (capo richiamato della polizia italiana a Roma, destituito proprio da Mussolini all’inizio d’aprile 43 e Badoglio lo aveva richiamato all’alba del 26) che aveva le sue spie nella polizia tedesca; quindi era un gioco quotidiano di continui inganni e sotterfugi. Ma, almeno nei primi giorni d’inchiesta, brancolavano veramente nel buio più assoluto.

GLI ITALIANI.

Si entusiasmarono soltanto quando venne fatta ritrovare da aiutanti di Kappler, una lettera di un militare italiano che confidava alla probabile fidanzata di essere “custode di una persona molto importante, che non posso nominare…“; Kappler allora sguinzagliò la sua Gestapo per individuare il nascondiglio deciso da Badoglio; la lettera, fabbricata ad arte dai servizi segreti italiani, parla di un posto segreto a La Spezia strettamente sorvegliato e ciò fa scatenare la corsa dei tedeschi, invece Mussolini è ancora a Ponza. Ma siamo già al 6 agosto e i tedeschi preparano l’operazione per liberarlo, ma quando arrivano sul posto….trovano un posto vuoto e si infuriano. Il pomeriggio tardi arriva loro un avvistamento: dall’isola di Ponza si è alzato un idrovolante per una località non precisata; corrono a Ponza ma Mussolini è già stato trasferito alla Maddalena!

Qualche giorno più tardi, Scorzeny riceve una soffiata dal fascista italiano Pomilio: « Mussolini è alla Maddalena! ». Si infervora e raduna allora un mini gruppo di marinai tedeschi per tentare un piccolo assalto, ma contemporaneamente l’Alto Comando di Roma riceve altre due soffiate diverse e la cosa procura indecisione e perdita di tempo prezioso. Comunque si precipitano sull’isola sarda ma è tardi ancora una volta: gli italiani hanno giocato ancora d’anticipo!  Siamo al 27 agosto. Il caos provocato poi dall’8 settembre si rifletté anche sul Gran Sasso. Un enigmatico radiogramma di Carmine Senise, mezz’ora prima del colpo di mano del bugiardo Scorzeny, raccomandava all’ispettore Gueli «massima prudenza», il che poteva significare che delle drastiche istruzioni finali di Badoglio non si dovesse più tener conto. Certo è che Gueli diede ai suoi uomini istruzioni che definirei, almeno, singolari : < armi automatiche accantonate nella cantina (?) chiuse nelle guaine e incappucciate, munizioni riunite e chiuse a chiave in un’altra stanza, cani-poliziotto stranamente legati alla catena negli angoli morti dell’albergo! >. Mah, la cosa non fa pensare ad una strenua volontà di resistenza; e in queste condizioni, come si poteva parlare di “un fortilizio inespugnabile?“. Mistero.

Però, facciamo ancora un piccolo passo indietro perché il punto NON è la liberazione in sé, ma il come hanno fatto i tedeschi a sapere che Mussolini era lì?

Arriva un colpo di fortuna per i tedeschi che a quel tempo controllavano le comunicazioni in Italia; viene intercettato un messaggio radio dell’ispettore Gueli a Carmine Senise che recitava: « i preparativi su… ed intorno al Gran Sasso sono stati portati a termine…attendo istruzioni…». Mussolini dunque, era lassù. Scorzeny ora aveva una traccia sicura ed informa Kappler che gli ordina di mandare subito qualcuno a vedere, a controllare il luogo.


Viene incaricato un giovane tenente medico: Leo Krutoff. Questi si muove immediatamente e si avvicina all’albergo Di Campo Imperatore fingendosi bisognoso di curare alcuni paracadutisti tedeschi feriti e chiede ospitalità che gli viene subito negata molto freddamente. Ritorna al comando dopo aver accuratamente visionato il posto. Student ordina al maggiore Hans Mors, un ufficiale 33enne svizzero che comandava il 1° battaglione del 7° reggimento nella 2° divisione paracadutisti, di preparare 12 alianti con un centinaio di uomini per portarsi su Campo Imperatore, con l’aggiunta, come osservatore, di Otto Scorzeny. Si sarebbe dovuto atterrare su di un fazzoletto di terra nelle vicinanze dell’albergo, mentre il grosso del battaglione avrebbe dovuto raggiungere la stazione inferiore in aiuto. Il tenente von Berlepsch ebbe il comando degli aviotrasportati e portò con sé anche il generale Fernando Soleti affinché i carabinieri, vedendolo, non osassero sparare…

Dei dodici alianti, solo 9 giunsero alla meta; due si fracassarono contro il cratere provocato da una bomba sulla pista, uno precipitò uccidendo tutti gli occupanti.

E qui comincia l’avventura del signor Bonaventura……(l’italianata!) Immaginiamo la scena dettata dai racconti.

I Carabinieri, nonostante le estreme raccomandazioni di sorveglianza e l’estrema lentezza di planata propria degli alianti, furono colti completamente di sorpresa! Erano circa le 14 del 12 settembre. Gueli stava facendo la pennichella e, al trambusto si affacciò nudo dalla sua camera e chiese ad un custode (il maresciallo Antichi): “ sono inglesi? ” –  ” No eccellenza, sono tedeschi! “. Mussolini, che nel frattempo si era affacciato, sbottò dicendo: “questa non ci voleva proprio!“. L’operazione andò avanti senza intoppi. Alla stazione inferiore, nel frattempo era arrivata una colonna tedesca composta da dieci carri armati, una quarantina di camionette cariche di soldati e altrettante motocarrozzette blindate che non incontrarono la minima resistenza. Scorzeny, spingendo come un burattinaio (era un omaccione imponente) il povero (pallidissimo) gen. Soleti, gridò: «non sparate, non sparate, prego!». E tutti alzarono le mani. Fantastico!

Dieci minuti dopo si concludeva la brillante operazione militare di cui Scorzeny si è vantato per 50 anni; in realtà, come si è detto, il merito fu del maggiore Mors e del pilota Gerlach che tentò fino all’ultimo di dissuadere Scorzeny a salire sul piccolo biposto; ma le insegne delle SS convinsero ad accontentare l’omone a rischio di compromettere tutto per il peso eccessivo. Il pilota forzò al massimo il motore e dopo un momento di apparente defaillance riprese assetto normale e la liberazione poté dirsi conclusa. Nei tedeschi si ferì solo un soldato; si ruppe un braccio cadendo da un aliante. Peccato. Potevano fare il percorso netto. Invece hanno finito a 999 punti. E a 1000 si vinceva una bambolina.

not to forget

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