Archivi del mese: luglio 1943

Grandi: l’atto di accusa contro Mussolini

Nella seduta del Gran Consiglio furono presentati tre ordini del giorno: quello di Grandi, quello di Scorza e quello di Farinacci. Tutti e tre contenevano frasi di cir­costanza sulla situazione bellica e un incitamento a contrastare l‘invasione alleata in Sicilia. La differenza fondamentale fra i tre O.d.g. stava nell’invito di Fari­nacci a un urgente «ripristino integrale di tutte le fun­zioni statali», che preludeva a una dittatura di partito più stretta; nella richiesta di Scorza di «attuare quelle riforme ed innovazioni nel Governo, nel Comando su­premo, nella vita interna del Paese che consentissero un rafforzamento del partito; infine nell’invito di Grandi al capo del governo perché pregasse il re di assu­mere «con l’effettivo comando delle Forze Armate di ter­ra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statu­to del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono».
Il richiamo, nel documento di Grandi, allo Statuto Albertino del 1848 e in particolare all’articolo cinque, era diretto a ripristinare una precisa prerogativa del sovrano (l’articolo cinque dello Statuto recita. «Al re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il Capo Supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare. dichiara la guerra, fa i trattati di pace).
Pubblichiamo qui l‘«atto di accusa» di Dino Gran­di contro Mussolini, che provoca, sostanzialmente, la caduta del regime. La seduta del Gran Consiglio, iniziatasi alle ore diciassette del 24 luglio, si concluse do­po le 2 del 25 luglio.

 

Ho l’onore di sottoporre al Gran Consiglio il seguente ordine del giorno il quale porta oltre la mia firma quella dei camerati Federzoni, De Bono De Vecchi, De Marsi­co, Acerbo, Pareschi, Cianetti, Ciano, Balella, Gottar­di, Bignardi, De Stefani, Rossoni, Bottai, Marinelli, Alfieri, Albini, Bastianini.
L’ordine del giorno dice: «Il Gran Consiglio del Fa­scismo, riunendosi in questi giorni di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti d’ogni arma che, fianco a fianco con la fiera gente di Si­cilia in cui più alta risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovano le nobili tradizioni di valore e di spi­rito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate.

Esa­minata la situazione interna ed internazionale e la con­dotta politica e militare della guerra, proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’u­nità, l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgi­mento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano:
afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest’ora grave e decisiva per i destini della Nazione; dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabi­lità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il capo del governo a pregare la Maestà del Re, verso la quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e per la sal­vezza della Patria assumere con l’effettivo comando del­le forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’ar­ticolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziati­va di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuisco­no e che sono sempre state in tutta la nostra storia
nazio­nale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia».
Illustrerò il più brevemente possibile l’ordine del giorno, le ragioni che lo hanno determinato, non sotta­cendo le impressioni che la relazione del capo del gover­no, testé comunicataci, ha suscitato in me quale presi­dente della Camera, come italiano e come soldato.
Nulla dirò di nuovo che il capo del governo già non sappia: ciò che ho avuto già occasione di dichiarare al Duce a tu per tu con lealtà e franchezza, ripeterò
esatta­mente oggi di fronte al Gran Consiglio che la legge dello Stato definisce l’«organo supremo del Fascismo», alla cui autorità e deliberazione suoi membri, dal Duce che lo presiede a noi tutti, siamo tenuti ad obbedire.
Sicuro di interpretare il pensiero di tutti noi, espri­mo anzitutto il profondo rammarico che il Gran Consi­glio non sia Stato convocato da quasi quattro anni e cioè da sei mesi’ prima dello scoppio della guerra, quando, senza sentire il Gran Consiglio e neppure il Consiglio dei Ministri, venne irrevocabilmente presa la fatale decisio­ne di entrare in guerra a fianco della Germania.
L’ultima volta che il Gran Consiglio si riunì fu infat­ti il 7 dicembre 1939; in quell’occasione il Gran Consiglio espresse la sua convinzione che gli interessi della nazione esigevano una politica di neutralità di fronte al tremendo cataclisma scatenatosi fra i tedeschi che sono i Sassoni della terra e i Sassoni del mare.

O.d.g

 

 

 

inizio dell’autografo che Grandi preparò per il Gran Consiglio del 25 luglio 1943.

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Indro Montanelli. 1963.


Il piano dei militari

Ristabiliamo la verità dei fatti. È vero che da parecchio tempo Acquarone complottava con alcuni generali, i quali poi erano soltànto tre: Ambrosio, Castellano e Carboni, i cosiddetti generali di palazzo Vidoni. A que­sta congiura l’intero esercito italiano colle sue gerarchie rimase estraneo e lontano.
E’ vero anche che questi gene­rali avevano preparato un piano per arrestare Mussolini e che avevano già parlato con alcuni di coloro che dove­vano assumere il potere:
per esempio, con l’ex-capo del­la polizia Senise.
E vero altresì — ce lo conferma nel suo diario lo stesso generale Puntoni, aiutante di campo del Re — che due di questi congiurati, i generali Castellano e Carboni, si erano addirittura autonominati nel futuro governo militare, il primo ministro degli esteri, il secon­do ministro per la stampa e propaganda, e dovette essere proprio il Re, il 26 luglio, a cancellare i loro nomi dalla lista dei nuovi ministri che Badoglio si recò al Quirinale a sottoporgli.
Però, al complotto, mancava ancora la co­sa più importante: il «via» del Re, in nome del quale lo si era ordito. Il Re sapeva di quella congiura e non aveva fatto nulla per impedirla. Ma non aveva mai fatto nulla nemmeno per mandarla avanti. Non esiste un solo ele­mento di fatto da cui si possa desumere che egli vi abbia dato un esplicito consenso e fissato delle date. Fino al 24, a chiunque era venuto a parlargliene, aveva invariabil­mente risposto: «Datemene il mezzo costituzionale, e io interverrò».
In attesa di questo mezzo, i generali aveva­no seguitato a complottare, ed è vero che il loro piano prevedeva l’arresto di Mussolini all’uscita di una delle sue consuete visite a Villa Savoia. Ma che ciò dovesse avvenire il 26, era solo nelle speranze dei congiurati, co­me già lo era, da vari mesi, alla vigilia di ognuna di quel­le visite.
Tutto era pronto per quel giorno, è vero, com­presa l’autoambulanza che doveva trasportare il prigio­niero. Ma lo era da un pezzo. Seguitava a mancare la cosa principale: la decisione del Re.
Che questa decisione il Re l’abbia presa solo la mat­tina del 25, cioè dopo l’esito del Gran Consiglio, lo di­mostrano i seguenti fatti. Primo l’ansia di Acquarone, che per tutta la notte aveva seguitato a telefonare al se­gretario di Grandi, Talvacchia, per avere notizie, e da Grandi si precipitò alle quattro del mattino in casa di Zamboni.
–  Perché tutta questa trepidazione, se il Re ave­va già preso la risoluzione di far arrestare il Duce?
–  Se­condo: le parole dello stesso Acquarone, a commento del rapporto di Grandi: «Be’, speriamo che finalmente il Re si decida ad agire». Il che significa che fino a quel mo­mento (ore quattro del mattino del 25) non si era deciso.
–  Terzo: le dichiarazioni di Badoglio alla stampa anglo-a­mericana nell’ottobre successivo, in cui affermò di essere stato del tutto all’oscuro di quanto avveniva fino alle ore dodici del 25 luglio, quando il Re lo chiamò per affidar­gli il governo.
Non è del tutto vero. Badoglio era già in contatto con Acquarone attraverso Castellano. Però, dal Re, fu effettivamente convocato solo il 25.
E non credia­mo che se la data fosse già stata da tempo fissata, al 26, il Re avrebbe aspettato tanto a consultarlo.
–  Quarto: Ca­stellano, nelle sue memorie, dice che il permesso di arre­stare Mussolini fu «strappato» al Re alle dodici del 25 lu­glio.
–  Quinto: il «diario» dell’aiutante di campo del Re, generale Puntoni, trascrive una frase del sovrano: «Aspettavo da giorni l’occasione buona…».
–  Sesto: la testimonianza di Mussolini che nella sua Storia di un anno riferisce ciò ehe gli disse il Re in quell’ul­timo incontro: «Dopo il voto del Gran Consiglio, non potete più restare capo deI governo». Il che trova confer­ma nel diario» di Puntoni, che tradusse parte di quella conversazione.
Lo stesso generale Ambrosio, intervistato l’undici marzo 1955, a precisa domanda rispose: «L’azione di Grandi e il verdetto del Gran Consiglio fornirono al Re l’arma costituzionale per la sostituzione di Mussolini».
Nel suo «diario» Bonomi scrive a pagina 17: ….. Il Re ha ricevuto Badoglio il 25 luglio, ma non ha aderito al suo disegno. Ha eccepito che i colpi di Stato a data fissa non hanno possibilità di riuscita». Racconta ancora Badoglio (Badoglio risponde, pagina 86): «Ambrosio mi fece sapere il 23 luglio che “il 24-25 vi sarà il Gran Consiglio. Credo che Mussolini sarà fatto fuori». Mi pregò di non muo­vermi da Roma…». E più oltre: «A dare la spinta defini­tiva fu la convocazione del Gran Consiglio». Badoglio — egli stesso ce lo racconta — continuò a giocare a bocce presentendo che da un giorno all’altro poteva accadere qualche cosa di grosso.
Scrive per tutti Mussolini (Storia di un anno, pagina 83): «Che la crisi sarebbe scoppiata anche senza nessun Gran Consiglio è assai probabile, ma la storia non tiene conto delle ipotesi.
Ciò che si è verificato, si è verificato dopo la seduta del Gran Consiglio».

tornaAlmenuIndro Montanelli. 1963.


La forza della ribellione

Non ci possono dunque essere dubbi sulla importanza ri­solutiva ch’ebbe quella famosa seduta. Nessuno può dire se, senza di essa, il Re avrebbe trovato egualmente
il co­raggio di agire. Ma nessuno può onestamente negare che a darglielo furono gli uomini del Gran Consiglio e non certo per le meschine ragioni che sono state loro at­tribuite. Essi sapevano di cadere col regime che stavano per abbattere, e lo dimostra il fatto che nessuno di loro si fece avanti per ottenere cariche o incarichi.
Non è vero, anzi non è nemmeno verosimile, che aspirassero, in quelle condizioni, a succedere a Mussolini. Uomini co­me Grandi, Bottai e Federzoni erano abbastanza intelli­genti per non desiderarlo neppure.
Grandi partiva dall’idea che per negoziare con gl’in­glesi occorrevano uomini non compromessi col fascismo, sebbene Winston Churchill nelle memorie di guerra (parte V, volume I, pagina 68) riproduce una nota da lui scritta in data 25 novembre 1942: «Il popolo italiano do­vrà scegliere un governo sotto qualcuno come Grandi per negoziare una pace separata».
Quanto ai motivi che ispirarono l’azione in Gran Consiglio, può darsi che fra alcuni dei diciannove firma­tari del famoso ordine del giorno ci sia stata anche la paura. Ma il rischio più grave lo corsero certamente fa­cendo quel che fecero; e lo corsero coscientemente, per­ché Farinacci, Scorza, Tringali-Casanova e lo stesso Mussolini avevano parlato chiaro; e che le loro non fossero vane minacce lo dimostrò la sorte poi toccata a Cia­no, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi.
Purtroppo, a sminuire l’importanza del gesto del Gran Consiglio, cospiravano troppi interessi. Anzitutto, quello dì alcuni militari, che volevano rivendicare a se stessi l’esclusivo merito della liquidazione del regime. Poi, quello di un antifascismo che non ha mai saputo consolarsi del fatto di aver dovuto aspettare, per liberare l’Italia dal fascismo, che il fascismo si suicidasse. Questo antifascismo sognava, per Mussolini, una fine alla Ma­saniello o alla Cola di Rienzo. E infatti gliela fece fare. Ma solo due anni più tardi, dopo il poscritto della repub­blica di Salò e l’arrivo degli alleati a Milano. Infine, le requisitorie dei neo-fascisti contro i «traditori» del 25 luglio, per accreditare la versione che il regime fu vittima di un complotto ordito alle spalle del Paese e contro la sua volontà. Insomma, contro gli uomini del Gran Con­siglio. C’è una strana coincidenza d’interessi opposti, ma concordi nello svilirne il gesto.
Esiste un documento che antifascisti e neo-fascisti hanno cercato sempre di coprire col silenzio e cioè la let­tera che Mussolini, poche ore dopo il suo arresto a Villa Savoia nel pomeriggio del giorno 25, inviò al maresciallo Badoglio, nuovo capo del governo: «Desidero assicurare il Maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro co­mune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà, ma sarà data ogni pos­sibile collaborazione. Faccio voti che il successo coroni il grave compito al quale il Maresciallo Badoglio si accinge per ordine e in nome di Sua Maestà il Re, del quale du­rante ventun anni sono stato il servitore e tale rimango.
F.to Mussolini».
Mentre Mussolini inviava quella lettera, Scorza, se­gretario del partito fascista, si metteva a disposizione del maresciallo Badoglio per immobilizzare il partito e altrettanto faceva il capo di stato maggiore della milizia fa­scista Galbiati.
Né Grandi, né Federzoni, né Bottai fecero nulla di simile. Anzi, Grandi, il mattino del 29 luglio, apostrofò il maresciallo, a palazzo Viminale con queste parole: «Tu sarai il Kerensky dell’Italia». Ce lo conferma lo stes­so Badoglio a pagina 82 del suo libro L‘Italia nella seconda guerra mondiale.
Gli unici che si misero immediatamente a disposizio­ne del nuovo governo antifascista furono pertanto Mus­solini, Scorza, Galbiati. Tutto ciò sembra paradossale, ma è così. Un acuto e documentato scrittore inglese, F.W. Deakin, a pagina 531 del suo libro La repubblica di Salò, scrive: «Il significato della lettera inviata dal Duce a Badoglio è stato trascurato sinora. Il tono di questa lette­ra è identico a quello delle analoghe missive inviate a Ba­doglio da Galbiati e da Scorza e dimostra l’accettazione dell’atto compiuto dal Re, destituendo Mussolini e po­nendo fine a venti anni di regime fascista. La lettera di Mussolini assolve implicitamente da ogni responsabilità coloro che avevano votato contro di lui in Gran Consi­glio».
La «notte del Gran Consiglio» (così rimarrà nella storia la drammatica vicenda di palazzo Venezia, dalle ore diciassette del 24 luglio alle ore tre del 25 luglio) ri­mane oltre a tutto a testimoniare che nel fascismo convissero sempre due anime; e che se quella peggiore ebbe quasi sempre il sopravvento, quella migliore trovò, sia pure «in extremis», la forza di una ribellione coraggiosa e responsabile. Si può dire tutto quello che si vuole di co­loro che la incarnarono. Si può dire che per vent’anni erano stati troppo deboli e docili nelle mani del dittatore. Si può dire che aspettarono troppo ad affrontarlo e ab­batterlo. Ma purtroppo questo è l’effetto che i totalitari­smi, di qualsiasi colore, sortono sulla coscienza e sulla resistenza morale di coloro che hanno la sventura di viverci dentro. Il nazismo non conobbe dissidenze interne. Solo un pugno di ufficiali tentarono di abbatterlo. E nemmeno ne conoscono i regimi comunisti; che le inven­tano solo per giustificare le epurazioni.
Bene o male, dentro il fascismo erano sopravvissuti degli uomini capaci di uccidere il fascismo. Lo fecero quando gli anglo-americani erano già in Sicilia, ma an­che quando i tedeschi erano tuttora a Roma e nessuno dei capi antifascisti aveva dato ancora segno di voler uscire all’aperto per rischiare la vita. E alcuni pagarono con la vita. Rispettiamo il loro coraggio e, a vent’anni di distanza, rendiamo al loro gesto almeno l’onore delle armi.

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Indro Montanelli. 1963.


Il dramma della « guerra continua»

Il «piano» di Grandi tendeva a far uscire l’Italia dalla guerra col minor danno possibile: era un piano temera­rio, ma il solo che nelle condizioni in cui l’Italia era ve­nuta a trovarsi nel luglio 1943 poteva funzionare.
Se il Re l’avesse accolto e adottato coraggiosamente, l’Italia avrebbe evitato la vergogna dell’8 settembre. Si trattava di resistere all’aggressione tedesca che si sarebbe indub­biamente manifestata e che infatti si manifestò fin dal 26 luglio, giorno in cui i primi rinforzi della Wehrmacht at­traversarono le nostre frontiere.
La nazione non avrebbe evitato il suo calvario, ma sarebbe rimasta unita e il suo schieramento automatico coi vincitori avrebbe avuto luogo combattendo: il che avrebbe reso assurda e inoperante la richiesta di resa in­condizionata. Era quello che aveva fatto la Jugoslavia nel marzo-aprile 1941, acquistando con ciò automatica­mente il diritto di venire considerata, a guerra finita, tra le potenze vincitrici.
Invece il Re nominò Badoglio, il quale cominciò con il suo proclama: «La guerra continua e l’Italia rimane fe­dele alla parola data…», addossando in tal modo alla na­zione una responsabilità che la nazione non aveva, che lo stesso Mussolini aveva sempre rivendicato a sé e della quale i diciannove firmatari dell’ordine del giorno Gran­di avevano inteso liberare l’Italia operando così come fe­cero in Gran Consiglio. Nessun errore più deleterio per l’Italia e più gravi, disastrose conseguenze poteva avere, così come ebbe, quel disgraziato proclama, il quale ebbe il risultato immediato di «liberare» non il popolo italiano bensì gli anglo-americani dall’impegno solenne diconsi­derare il fascismo e non la nazione italiana responsabile della guerra disastrosa.
Badoglio si rivelò dunque una vera disgrazia nazio­nale e invece di assumere subito una posizione chiara per disarmare le pretese di «resa incondizionata», tentò il doppio giuoco, illudendosi di fare della penisola una spe­cie di Città del Vaticano allargata, coi tedeschi confinati al Nord e gli anglo-americani in Sicilia. Certo, era diffi­cile, in quella situazione, far bene le cose.
Ma era mate­rialmente impossibile farle peggio di come furono fatte.
E questo lo si deve al duca Acquarone e ad alcuni milita­ri, con cui è tempo di regolare i conti, almeno in sede storica.
Non vorrei trovarmi qui in polemica col mio amico e collega Paolo Monelli, cui si deve la più bella ricostru­zione di quegli avvenimenti. Il suo libro Roma ‘43 è un modello di grande reportage e fa ancora premio, come ricchezza d’informazione e equilibrio di giudizio, sui «mille memoriali» che lo hanno seguito.
Purtroppo, fu scritto in un momento in cui non c’era altra fonte d’informazione che quella dei generali di pa­lazzo Vidoni, che erano poi i generali di Mussolini. Monelli se ne servì col suo abituale acume e la sua sagacia, vagliando tutti dati e non accogliendone nessuno che non fosse esatto, ma la tesi ch’essi servivano era parziale e tendenziosa.
Essa mirava a togliere qualsiasi valore al­la seduta del Gran Consiglio,
anzi a farla apparire quasi come un elemento di disturbo nel piano tipo messicano ordito da alcuni generali per liquidare il regime e licen­ziare Mussolini: Badoglio proibì addirittura che la noti­zia del voto di palazzo Venezia fosse diramata alla stam­pa e Grandi dovette rivolgersi agli ambasciatori di Spa­gna e di Svizzera per portarla a conoscenza del pubblico internazionale. Pur di appropriarsi il merito dell’abbat­timento del fascismo, i generali non vollero ammettere ch’esso si era volontariamente suicidato, senza capire che il suicidio avrebbe avuto sugli alleati un effetto molto più rassicurante e persuasivo di un colpo di Stato, ispira­to dalla paura di un dittatore e di una dittatura, di cui il fascismo stesso aveva decretato la fine.
E da quel mo­mento cominciò la lotta delle indiscrezioni e dei memo­riali per soffocare la verità.
Così si accreditata la leggenda che la sorte di Mus­solini era già stata decisa prima che il Gran Consiglio si riunisse; che tutto fosse già pronto per arrestare il Duce il 26; che Grandi e i suoi alleati abbiano agito precipitosamente per «inserirsi» nella manovra e nella nuova combinazione ministeriale che ne sarebbe derivata e che l’unico risultato della loro mozione sia stato quello di far anticipare di un giorno il colpo a sorpresa contro il Duce.

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Indro Montanelli. 1963.


Generali «traditori»

Poco dopo le 17 di sabato 24 luglio 1943, Mussolini en­trò nella sala dove lo attendevano i ventotto convocati, tutti in sahariana nera, meno De Bono che non rinuncia­va mai alla sua divisa di Maresciallo d’Italia. Anche lui era in uniforme di comandante generale della milizia, e aveva una cartella nera sotto il braccio. Scorza diede il «saluto al Duce», e questi invitò tutti a prendere posto. La disposizione delle precedenze era regolata da un rigi­do protocollo.
Mussolini stava al centro del tavolo di vertice, su un podio rialzato.
Alla sua destra sedevano i due superstiti quadrumviri (De Bono e De Vecchi); alla sua sinistra il segretario del partito e il presidente del Se­nato, Suardo. Poi, tutti gli altri, scaglionati sui lunghi tavoli laterali del ferro di cavallo. Il podio rialzato del Duce era la traduzione in termini scenografici della posi­zione che Mussolini aveva sempre mantenuto e voleva conservare in questi consessi: quella di un arbitro al di sopra di una mischia in cui non si era mai fatto coinvolgere e di cui si riserbava il finale regolamento. Grandi mi ha detto che questo particolare fece sentire il suo peso durante la discussione. Da vent’anni Mussolini non era più allenato ad affrontarne. Faceva discutere gli altri. Li ascoltava. Poi decideva. E così si preparava a fare anche stavolta, dopo avere impostato il dibattito sul tema cui evidentemente intendeva circoscriverlo: la situazione militare. Ne parlò per tre quarti d’ora, con franchezza. Rico­nobbe che le cose andavano male (poche ore prima era caduta Palermo), ma aggiunse che andavano male per­ché sì era disobbedito ai suoi ordini. «Pantelleria» disse «poteva essere la Stalingrado del Mediterraneo. Pur­troppo, solo Stalin e il Mikado dispongono di generali pronti anche a morire». Di qui passò a una severa requi­sitoria contro il comando italiano, lo chiamò «un pugno di traditori», tacciò di viltà anche Graziani. E a mo’ di contrappunto, intonò l’elogio dei tedeschi, capi e grega­ri, di cui esaltò l’eroismo e la lealtà. ­Mentre parlava, Grandi e Federzoni si scambiarono sguardi allarmati. Mussolini si preparava a far approva­re dal Gran Consiglio la decisione di consegnare il no­stro esercito a Kesselring, come Hitler gli aveva suggerì­to a Feltre? Ancora oggi c’è qualche ragione di sospet­tarlo. Dopo il Duce, prese la parola De Bono in difesa dei nostri soldati. Il quasi ottantenne Maresciallo aveva da­to un’adesione di massima a Grandi. Ma forse fu l’indignazione per le parole di Mussolini a dargli il suggeri­rimento decisivo. Disse che i nostri soldati si battevano male perché non avevano armi per farlo, che la colpa delle loro sconfitte andava attribuita soltanto a chi li ave­va scaraventati nella guerra in quelle condizioni (cioè il Duce) e che, quanto ai tedeschi, ci avrebbero aiutati solo finché gli avesse fattocomodo. Dopodiché, si addormentò e si svegliò solo dieci ore dopo, al momento della, vota­zione. Le sue parole però avevano scatenato la reazione di Farinacci che rinnovò ancora più violento l’attacco ai generali italiani e ai sabotatori dell’alleanza con la Ger­mania. «Bisogna» disse «chiarire una volta per sempre questa ambigua situazione». E propose di convocare da­vanti al Gran Consiglio il capo di stato maggiore, gene­rale Ambrosio. La proposta cadde per l’opposizione di Federzoni ma la seduta stava prendendo una piega che Grandi non aveva previsto.
Tutti sentivano che ora toccava parlare a lui, ma egli non voleva farlo, prima che la discussione fosse disincagliata dai problemi militari. Ci fu una pau­sa.
Tutti guardavano Grandi, che guardò Bottai. Questi capì a volo, e chiese la parola. Disse che il Gran Consi­glio non si era adunato per giudicare la condotta dei ge­nerali: ciò non faceva parte delle sue competenze. Que­ste erano soltanto politiche, e sul piano politico il dibatti­to doveva tornare. Questa fu una delle svolte decisive della seduta. Se Mussolini e Farinacci fossero d’accordo nell’ indirizzarla su un’analisi della situazione militare e basta, non si è mai saputo. Comunque, agirono come se lo avessero effettivamente concertato e Farinacci tentò di insistere rinnovando la sua proposta di convocare Ambrosio, ma inutilmente.

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Indro Montanelli. 1963.


Noi discutiamo e i soldati muoiono

Ma tutti ormai aspettavano la replica di Mussolini.
Questi aveva ascoltato con insolita pazienza e senza dare il minimo segno di dispetto o di disprezzo. Non è vero che aveva voltato le spalle di tre quarti a Grandi.
Al con­trario; gli aveva sempre tenuto gli occhi negli occhi, ma senza intenzioni intimidatorie. Ora però guardò l’orologio, vide che erano le undici e mezzo, vergò qualche pa­rola su un foglio e lo passò a Scorza, che lesse e fece col capo un cenno affermativo. «Data l’ora tarda» disse «il segretario del partito propone che la seduta venga sospe­sa e rinviata a domani.»
Era invece lui a chiederlo e tut­ti avevano visto la manovra.
Grandi intuì il pericolo. In ventiquattr’ore poteva succedere di tutto: anche che il Gran Consiglio venisse sciolto. Si alzò di scatto e disse con violenza: «Mentre noi discutiamo, vi sono soldati italiani che muoiono. Dovessimo restare qui una setti­mana, non ci muoveremo prima di aver preso una deci­sione». Come al solito, Mussolini gli aveva tenuto gli oc­chi negli occhi. Rifletté un poco, poi disse:
«Va bene. La seduta è sospesa per venti minuti, dopodiché la discus­sione
riprenderà e passeremo ai voti».
Si alzò, scompar­ve nel suo ufficio, seguito da Scorza.
Nessuno ha mai capito che cosa pensasse e quali de­cisioni avesse maturato. Aveva subito senza reagire criti­che violente. Ora non aveva insistito per il rinvio rinunziando a contestare il diritto del Gran Consiglio a espri­mere un voto. Solo su questo, se voleva, poteva impian­tare una discussione interminabile e senza costrutto, in cui l’ordine del giorno Grandi si sarebbe fatalmente in­sabbiato.
Quale era dunque il suo piano? Su cosa con­tava?
Qualcuno vedendolo uscire, così, senza lotta, pensò che non sarebbe più rientrato in sala che al suo posto sa­rebbero venuti a sgombrarla i militi di Galbiati.
Doveva pur essersi accorto che le sorti del dibattito erano, a dir poco, incerte.
Ma, forse, dopo Venti anni di dittatura assoluta, non riusciva più nemmeno a immaginare che un’opposizione avrebbe potuto resistergli. Questo aveva detto, del resto, al generale Chierici, capo della polizia, che era Venuto a metterlo sull’avviso contro Grandi: «Non datevi pensiero Chierici. Sono uomini scarsi d’intelligenza e di coraggio, che ricondurrò all’ovile come e quando voglio…». La più grande gioia che il potere ave­va sempre procurato a Mussolini era quella di disprezza­re chi gli obbediva.
E nemmeno in quell’emergenza riusciva a rinunziarci. Eppoi, era sicuro del Re, che tre giorni prima gli aveva detto quello che gli aveva detto.
Quando rientrò, “Grandi aveva raccolto le firme sul suo ordine del giorno.
Erano venti. Nel momento in cui Ciano stava per apporre la sua, Grandi lo aveva ferma­to: «No» gli disse «tu no; non farlo…».
Ma Ciano l’aveva apposta ugualmente, quasi con rabbia.
Aveva sempre avuto il «complesso del genero», il timore che gli uomini della vecchia guardia lo considerassero un parvenu per ra­gioni di famiglia e basta. Una volta che, in sua presenza, Grandi aveva detto scherzando a Balbo: «Noi che siamo due vecchi arnesi del regime…», era insorto: «E io? For­se che io non lo sono?». Ora, ci saranno state anche altre ragioni a ispirargli quel gesto che doveva costargli la vi­ta.
Ma certamente ci fu quella di essere stavolta fra «quelli della prima ora». Un’altra firma che aveva stupi­to Grandi era quella di Marinelli, l’ex-segretario ammi­nistrativo del partito. L’aveva apposta senza esserne nemmeno richiesto.
Venti firme, dunque. Cinque più del necessario. Ma molte erano state vergate da mani esitanti e il Duce doveva ancora parlare.
Egli parlò dopo tre brevi interventi di De Stefani, Bastianini, Albini.
E fu il Mussolini stregone di una vol­ta, suadente, autoritario e patetico insieme. Non è vero che tenne sempre una mano sulla borsa di cuoio come per minacciare tacitamente i convenuti di produrre do­cumenti che provavano loro responsabilità e debolezze. Di documenti, ne produsse uno solo, per dimostrare che il comando supremo non lo aveva voluto lui: glielo aveva offerto, e quasi imposto, il maresciallo Badoglio; con una lettera servile che suscitò il disgusto di tutti.
Messo a segno quel colpo, passò a discutere la que­stione politica, negando che vi fosse frattura fra popolo e regime. Solo le classi alte borghesi, disse, sono ostili al fascismo. Era la sua fissazione, in cui rispuntava la mito­logia del suo vecchio socialismo massimalista.
Nella sua Storia di un anno affermò di aver detto: «So di essere in questo momento l’uomo più odiato d’Italia». Non è ve­ro, Disse anzi il contrario: che il popolo, «il vero popo­lo», era con lui. D’altra parte, disse, i vascelli ormai sono bruciati: Italia, regime, dittatura e Mussolini sono inseparabili e tali li considera anche il nemico.
Per que­sto, disse, devo restare al mio posto. Se fosse per me, po­trei anche andarmene. «Fra pochi giorni compirò ses­sant’anni e potrei chiudere questa “bella avventura” ch’è stata la mia vita. Ma sarebbe una diserzione oltre tutto gratuita, perché noi vinceremo la guerra.» Fece questa affermazione in tono di tranquilla sicurezza. Dis­se che non poteva rivelare i segreti militari che il Fuhrer gli aveva confidato; ma ch’essi non lasciavano adito a dubbi. Dopodiché enunciò le due ipotesi che si potevano verificare, se la mozione Grandi veniva approvata, «Il sovrano» disse (era la prima volta che pronunciava que­sta parola. Lo aveva sempre chiamato «Vittorio Ema­nuele» e, quando ne parlava fra intimi, «Sciaboletta») «il sovrano può accettare anche lui la mozione Grandi: e in tal caso nascerebbe il mio caso personale, perché io non sono affatto disposto a lasciarmi jugulare (e con la mano fece il segno di chi si sgozza). Ma il sovrano non lo farà; proprio tre giorni orsono si è impegnato a restare con me, fino in fondo. E allora nasce il caso vostro. Quale sa­rà la vostra posizione? Fate attenzione, signori!».
Questo fu il punto critico della seduta. Alle parole di Mussolini, seguì uno sgomentato silenzio. Come al soli­to, egli aveva parlato da maestro, dosando alla perfezio­ne lusinghe e minacce e appellandosi con uguale effica­cia ai sentimenti migliori e a quelli peggiori: la lealtà e la paura. Forse non tutti credettero alla promessa della vit­toria.
Ma gli anglo-americani erano ancora in Sicilia; a Roma c’erano Kesselring e il Re.
Se anche il Re era con il Duce, a cosa avrebbe condotto la ribellione?

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Indro Montanelli. 1963.


requisitoria con due bombe in tasca

Si alzò a parlare Grandi, ed erano già trascorse due inu­tili ore.
«Ciò che sto per dire» cominciò «non è rivolto a te, Duce, che già lo sai per avertelo io stesso ampiamente illustrato l’altro ieri…»
E, fissando Farinacci, fece pau­sa, per dare tempo a Mussolini di smentirlo.

Ma Musso­lini non smentì, e Grandi continuò: «e rivolto a voi, camerati…». Parlò un’ ora e mezzo, senza nemmeno con­sultare appunti, tanto aveva maturato quello che doveva dire. Di scritto, aveva solo l’ordine del giorno, che lesse subito.
Poi cominciò a svilupparlo punto per punto. Sa­peva che questa era l’operazione più pericolosa. Più d’u­no forse aveva aderito alla sua mozione senza rendersi esatto conto di cosa significasse e implicasse. Ora che bi­sognava dirlo senza reticenze forse qualche alleato certo sarebbe diventato incerto; e qualche incerto, avversario.
«E’ possibile» gli aveva detto poco prima Bottai «che ri­maniamo in tre soli: tu, io e Federzoni. Ma andremo ugualmente fino in fondo».
Perciò prima di andare a palazzo Venezia, Grandi si era messo in tasca due bom­be Breda. Se fossero rimasti in tre soli, quelle bombe sarebbero state probabilmente l’ultimo argomento. Ma, mettendosi a sedere, ne aveva passata sotto il tavolo una a De Vecchi, che l’aveva presa dicendo:
«Ma sì, damme­la. Mi ricorda il mio passato di ardito».

Grandi fu di una veemenza corretta soltanto dall’a­bilità. Fece una sottile distinzione fra regime e dittatura. Disse che il primo si poteva salvare solo sacrificando la seconda e contrappose Mussolini a Mussolini, invitan­dolo a strapparsi la greca di Maresciallo e a ridiventare solo il primo ministro del Re.
«Che noi vogliamo tradire il nostro Duce» disse, fissando negli occhi Farinacci, «è soltanto l’interpretazione di qualche pretoriano ignoran­te. Noi rivogliamo soltanto il Mussolini che eleggemmo nostro capo nel ‘19, quello che ci disse: “Periscano tutte le fazioni, anche la nostra, purché la Patria sia salva!”. E’ l’ora di tener fede a questo impegno». L’unico modo di farlo, disse, era che il supremo organo del regime, il Gran Consiglio, assumendo tutte le responsabilità della disfatta, proclamasse decaduta la dittatura e restaurasse la costituzione. «È l’ultimo servigio, ma anche il più grande, nobile e disinteressato che possiamo rendere al paese.» Che cosa sarebbe accaduto dopo, concluse, non lo sapeva nemmeno lui. Ma non c’erano alternative e bi­sognava avere fiducia nella saggezza del Re e nel patriot­tismo degli italiani. –

Ci fu un silenzio. Ora le carte erano sul tavolo, ben scoperte. Nessuno poteva più equivocare sul significato dell’ordine del giorno di Grandi. Non poteva più. equi­vocare nemmeno Mussolini, che per la prima volta dopo vent’anni si vedeva direttamente tratto in causa e co­stretto ad affrontare di persona la lotta. Furono in pochi a prendere posizione prima che egli si fosse pronunciato. Lo fece Farinacci, per ribadire il suo punto di vista. Lo fecero Federzoni e De Marsico, per appoggiare Grandi. Lo fece Biggini, per contestare che il Gran Consiglio avesse competenza a decidere in materia costituzionale.
Biggini era ministro della pubblica istruzione e Grandi sperava che si sarebbe schierato dalla sua parte. Invece se lo trovò contro e armato dell’argomento più insidio­so. Chissà quanti altri su cui si faceva assegnamento, lo avrebbero seguito. Gli rispose De Marsico, con molta pertinenza e chiese a tutti di avere il coraggio della pro­pria responsabilità. Poi prese la parola Ciano. Grandi non contava su di lui.
Sebbene avesse dato la sua adesio­ne, era convinto che all’ultimo momento l’avrebbe riti­rata. Invece, con pacatezza e con molta deferenza verso il suocero, ma con altrettanta fermezza, Ciano disse che non c’era ragione di restare fedeli a una alleanza, di cui il vero traditore era sempre stato Hitler.

Ed enumerò, documenti alla mano, gli impegni di­plomatici e militari cui la Germania aveva contravvenu­to. Il suo intervento forse fu decisivo per la sorte di Got­tardi e di Pareschi che, partecipando per la prima volta al Gran Consiglio, dovettero pensare: «Be’, se anche il  genero del Duce è d’accordo…».  ­
Ci furono ancora altri interventi: De Stefani per Grandi, Polverelli contro. Poi prese la parola Galbiati, capo di stato maggiore della Milizia. La sua fu un’orgia di retorica sul popolo italiano «smanioso di combattere e vincere, agli ordini del Duce», ma si concluse con un ri­cattatorio accenno ai militi che bivaccavano nell’anticamera. Parlarono Bignardi in favore di Grandi, Frattari contro.

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Indro Montanelli. 1963.


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