Archivi del mese: luglio 1943

« Strappati, Duce, la greca di maresciallo »

È di questo Mussolini di cui noi abbiamo ancora oggi la nostalgia, è questo Mussolini che ancora oggi noi vorremmo, se fosse possibile.
Non il Mussolini dalle unifor­mi, dalla greca dì maresciallo dell’impero, dalle manife­stazioni e dalle adunate coreografiche in cui non crede nessuno.
Non è questo il Mussolini che abbiamo obbedito e seguito.
Strappati, o Duce, la greca di maresciallo e ri­torna quello che eri: il capo di un partito politico e il pri­mo ministro del Re.
La dittatura ha ucciso la rivoluzione, ha ucciso il fa­scismo e una frattura insanabile e ognora vieppiù pro­fonda si è a poco a poco operata tra il fascismo e la nazio­ne; tra il fascismo e il popolo italiano. Il partito è in peccato mortale verso la rivoluzione fascista. Un regime di dittatura, quando eretto a dottrina, a sistema, quando. non più giustificato da necessità nazionali straordinarie e impellenti è sempre storicamente immorale. Soltanto il successo può giustificarlo. Qra è sconfitto e, sulla scia della propria sconfittà, minaccia di trascinare la nazione nella sventura.
Perché — mi si domanderà — questo crudo e tardi­vo processo alla dittatura, al partito, al regime fatto sta­sera in Gran Consiglio? Per dividere le nostre dalle altrui responsabilità?
Per un tentativo di sopravvivere e di salvare noi stessi, a guisa di topi i quali cercano di evade­re dalla nave che minaccia di affondare?
Per crearci di fronte al destino incalzante un nostro alibi? No.
Che cosa significa il nostro ordine del giorno? Significa che il Gran Consiglio, organo supremo del fascismo delibera decaduto il regime di dittatura, perché esso ha compromesso i vitali interessi della nazione, ha portato l’Italia sull’orlo della sconfitta militare, ha tarlato e cor­roso hel tronco la rivoluzione il fascismo medesimo. Il Gran Consiglio delibera nello stesso tempo che siano ri­pristinate nella loro autorità e responsabilità insostituibi­le tutte le funzioni statali alle quàli la dittatura si era una dopo l’altra sostitujta, attribuendo anzitutto alla Coro­na, al Gran Consiglio, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali.
Alla Corona anzitutto, restituendo ad essa le prero­gative e le responsabilità di comando, di iniziativa, di decisione suprema che lo Statuto alla Corona attribuisce nelle ore in cui è in gioco il destino della nazione.
La Co­rona, privata delle sue alte prerogative e responsabilità, altro non è oggi se non un ostaggio in prigionia della dit­tatura. Il Duce ci ha testé rivelato la parte determinante che il maresciallo Badoglio, Capo di Stato Maggiore Ge­nerale, insieme cogli alti capi militari hanno svolto alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia per strappare al Sovrano le prerogative costituzionali di comandante ef­fettivo delle nostre forze armate, rendendo così inefficaci la lettera e lo spirito dell’Art. 5 dello Statuto, al trasferire proprio essi, i custodi della tradizione militare del Risor­gimento, alla dittatura le prerogative e i poteri che lo Statuto affidava esclusivamente alla persona del capo dello Stato. Questa attitudine di servilità alla dittatura da parte degli alti capi militari dell’esercito rimarrà a lo­ro perenne vergogna per tutta la storia avvenire.

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Indro Montanelli. 1963.


E’ la guerra di Mussolini

[…] Dal giorno in cui questa guerra venne dichiarata il popolo italiano ha immediatamente sentito che questa non era la «sua» guerra, non era la guerra alla quale la nazione era chiamata dall’imprescindibile necessità di difendere la sua unità, la sua indipendenza, la sua liber­tà ovvero per raggiungere i fini ideali che animano sem­pre la vita collettiva di un popolo.
Il popolo italiano ha subito compreso, prima ancora che i vari propagandisti della guerra si incaricassero di confermarlo pubblica­mente dimostrando una mancanza assoluta di senso po­litico e pedagogico nonché della psicologia popolare, che questa era una guerra cui il popolo era trascinato senza la fede in un ideale, senza la coscienza di una causa giu­sta senza la consapevolezza  di una necessità imprescin­dibile e inevitabile.
Una guerra dalla quale noi saremmo usciti battuti e coi nostri interessi nazionali gravemente compromessi da qualsiasi parte vi fosse stata la vittoria. Il popolo italiano non ha creduto e non crede in questa guerra, alla quale esso ha preso parte non colla fede di un esercito bensì colla paziente rassegnazione di un gregge.
Gli episodi luminosi di eroismo di cui hanno dato prova le nostre forze armate, episodi di valore tanto più luminosi quando si consideri la povertà e inadeguatezza dei nostri mezzi militari, rimarranno a dimostrazione perenne delle virtù militari del popolo italiano e della sua grandezza nella sfortuna e nella sventura. Ad avva­lorare la Consapevolezza istintiva del popolo, sono venuti i propagandisti nazifascisti della guerra a spiegare che questa è una guerra ideologica, è una guerra rivoluzionaria, è una guerra di partito,è una guerra fascista, è la guerra di Mussolini.
Nessuna fra le madri dei seicentomila caduti della nostra guerra del 1915-18 fu indotta giammai a pensare che il proprio congiunto fosse morto per Salandra, o per Orlando, o per Nitti: esso era morto per la Patria!
Que­sto era il sublime conforto al dolore, il quale ha lenimen­to soltanto nella speranza che il sacrificio della vita sia frutto di bene per coloro che rimangono.
Le donne in gramaglie in questa guerra, anche se vengono ad applaudire per le strade inquadrate dai ge­rarchi, sono intimamente persuase che i loro morti non siano caduti per la Patria, ma sacrificati dalla volontà di Mussolini.
Quale triste retaggio di rancori ciò porterà alle future generazioni!
Si è detto che i nostri soldati non si battono oggi col fervore con cui si erano battuti i loro padri nella prima guerra mondiale, e si è dato come spiegazione il fatto che i nostri soldati non «odiano» abbastanza il nemico.
Si è cercato in conseguenza di instillare artificialmente que­st’odio mediante una stupida propaganda la quale ha dato risultati precisamente contrari. Nessun popolo fa la guerra perché mosso dall’odio.
Il fascismo del secondo decennale nulla ha a che fare col fascismo del primo decennale, così come nulla ha a che fare il Mussolini del secondo decennale col Mussoli­ni che eleggemmo nostro capo nel 1919, nel 1920, nel 1921 e che quale capo del governo e primo ministro del Re, portò l’Italia ad essere il paese ammirato e invidiato da tutti.

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Indro Montanelli. 1963.


Mai interpellati

Il Gran Consiglio confermò solennemente in quella sua ultima riunione la nostra attitudine di «non bellige­ranti» già deliberata dal Consiglio dei Ministri il 10 set­tembre 1939 e diede mandato al Ministro degli Esteri di illustrare in Parlamento le ragioni di questa decisione cui si impegnavano il Consiglio dei Ministri quale orga­no supremo del governo e il Gran Consiglio quale orga­no supremo del Regime.
Da allora in poi abbiamo sovente domandato al capo del governo, sempre purtroppo inutilmente, la convoca­zione del Gran Consiglio, convocazione che la legge ri­serva come facoltà e diritto soltanto al capo del governo.
Taluno ha osato insinuare che tale richiesta sulla quale hanno di nuovo recentemente insistito molti mem­bri del Gran Consiglio a seguito dei gravi avvenimenti militari in Sicilia, può essere fraintesa come un «pronunciamento».
Dichiaro subito che sarebbe stato per noi più facile il rifugiarci nell’alibi effettivo della non responsabilità da parte del Gran Consiglio così come del Consiglio dei Mi­nistri nelle decisioni dell’entrata in guerra dell’Italia.
Ed infatti noi, quali Ministri del Re e membri del Gran Consiglio apprendemmo attraverso la radio la notizia che la nostra Patria era entrata in guerra il 10 giugno 1940 contro la Francia e l’Inghilterra e altrettanto dicasi per quando l’Italia un anno dopo entrò in guerra contro la Russia e l’America.
Né il Consiglio dei Ministri né il Gran Consiglio, i quali erano stati interpellati nel set­tembre e nel dicembre 1939 per la decisione di neutralità e non belligeranza, furono interpellati per la decisione di entrare in guerra. Né vennero successivamente per quanto concerne la condotta politica e militare della guerra, di cui la dittatura ha voluto assumersi tutte le iniziative e tutte le responsabilità.
In quest’ora drammatica che la Nazione attraversa mentre il nemico ha invaso già il sacro suolo della Pa­tria, noi intendiamo invece che il Gran Consiglio assu­ma le responsabilità che attraverso la legge lo stesso Du­ce del Fascismo gli ha affidato.

[…] Non è pertanto alla salvezza del regime cui pensia­mo. Un regime ed un partito altro non sono e non furo­no per noi che un mezzo ed uno strumento per la fortuna e per la grandezza del paese.
I partiti ed i regimi sono effimeri, o quanto meno transitori: solo la Patria è eterna! E soltanto ed esclusiva­mente all’Italia cui si rivolge in questo momento la no­stra preoccupazione e la nostra ansia.
E se, per salvare la Patria, noi dovessimo sacrificare e regime e partito e noi stessi, non avremmo per certo un solo attimo di esitazio­ne. Debbo dichiarare con onestà che — all’oscuro come ogni cittadino italiano sulla effettiva situazione della guerra — io ritenevo, fino al momento in cui ho ascolta­to la relazione testé fattaci dal capo del governo, che la nostra situazione militare non fosse così disperata come il Duce, comandante supremo delle forze armate, ce l’ha descritta.
È Mussolini stesso il quale oggi ci dichiara di dubita­re che una valida resistenza sia umanamente e material­mente possibile. Ma allora bisogna avere il coraggio di guardare freddamente in faccia la situazione e agire con audaci decisioni, oserei dire colla temerarietà che può dare soltanto la coscienza del pericolo e nell’esclusivo quadro degli interessi supremi della nazione.

[…] Mussolini, capo del governo e ministro dei dicasteri militari, ha avuto ben diciassette, anni per creare, forma­re, preparare, selezionare le forze armate nei quadri, nelle truppe, nei materiali: diciassette anni bastano ad un capitano per essere promosso generale. Gli stati mag­giori che il capo del governo oggi accusa come responsa­bili della sconfitta altro non sono che gli stati maggiori che egli ha formato e preparato attraverso esperienze e selezioni durante, diciassette anni. Non è possibile sepa­rare in questo momento la responsabilità dei quadri da quella del comandante supremo: non è possibile e non sarebbe generoso attribuire la fortuna a sé e ad altri la sfortuna. Mussolini denuncia oggi le gravi deficienze nella nostra organizzazione militare. Ma di chi la colpa? Non si può «soggettivare» il successo e «oggettivare» la sconfitta. Né si può dire certo che il conflitto mondiale èscoppiato all’improvviso cogliendo l’Italia di sorpresa.
Da molti anni il conflitto era preveduto e Mussolini stesso aveva persino indicato profeticamente l’anno della crisi defnitiva affermando che l’Italia non avrebbe potu­to esprimersi dal partecipare, come protagonista, all’im­mane dramma che andava maturando. Il dovere della preparazione militare costituiva pertanto il dovere mas­simo per chi aveva la sfortuna e l’onore di dirigere le sor­ti della nazione.
Disorganizzazione nei quadri, insufficienza nella preparazione dei mezzi materiali necessari, deficienza nella direzione strategica e tattica. A ciò si aggiungono una serie di errori elementari nella condotta politica e morale della guerra, errori che per essere essi di natura squisitamente politica, rimangono incomprensibili ed aggravano la responsabilità della dittatura fascista.

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Indro Montanelli. 1963.


Grandi: l’atto di accusa contro Mussolini

Nella seduta del Gran Consiglio furono presentati tre ordini del giorno: quello di Grandi, quello di Scorza e quello di Farinacci. Tutti e tre contenevano frasi di cir­costanza sulla situazione bellica e un incitamento a contrastare l‘invasione alleata in Sicilia. La differenza fondamentale fra i tre O.d.g. stava nell’invito di Fari­nacci a un urgente «ripristino integrale di tutte le fun­zioni statali», che preludeva a una dittatura di partito più stretta; nella richiesta di Scorza di «attuare quelle riforme ed innovazioni nel Governo, nel Comando su­premo, nella vita interna del Paese che consentissero un rafforzamento del partito; infine nell’invito di Grandi al capo del governo perché pregasse il re di assu­mere «con l’effettivo comando delle Forze Armate di ter­ra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statu­to del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono».
Il richiamo, nel documento di Grandi, allo Statuto Albertino del 1848 e in particolare all’articolo cinque, era diretto a ripristinare una precisa prerogativa del sovrano (l’articolo cinque dello Statuto recita. «Al re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il Capo Supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare. dichiara la guerra, fa i trattati di pace).
Pubblichiamo qui l‘«atto di accusa» di Dino Gran­di contro Mussolini, che provoca, sostanzialmente, la caduta del regime. La seduta del Gran Consiglio, iniziatasi alle ore diciassette del 24 luglio, si concluse do­po le 2 del 25 luglio.

 

Ho l’onore di sottoporre al Gran Consiglio il seguente ordine del giorno il quale porta oltre la mia firma quella dei camerati Federzoni, De Bono De Vecchi, De Marsi­co, Acerbo, Pareschi, Cianetti, Ciano, Balella, Gottar­di, Bignardi, De Stefani, Rossoni, Bottai, Marinelli, Alfieri, Albini, Bastianini.
L’ordine del giorno dice: «Il Gran Consiglio del Fa­scismo, riunendosi in questi giorni di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti d’ogni arma che, fianco a fianco con la fiera gente di Si­cilia in cui più alta risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovano le nobili tradizioni di valore e di spi­rito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate.

Esa­minata la situazione interna ed internazionale e la con­dotta politica e militare della guerra, proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’u­nità, l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgi­mento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano:
afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest’ora grave e decisiva per i destini della Nazione; dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabi­lità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il capo del governo a pregare la Maestà del Re, verso la quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e per la sal­vezza della Patria assumere con l’effettivo comando del­le forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’ar­ticolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziati­va di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuisco­no e che sono sempre state in tutta la nostra storia
nazio­nale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia».
Illustrerò il più brevemente possibile l’ordine del giorno, le ragioni che lo hanno determinato, non sotta­cendo le impressioni che la relazione del capo del gover­no, testé comunicataci, ha suscitato in me quale presi­dente della Camera, come italiano e come soldato.
Nulla dirò di nuovo che il capo del governo già non sappia: ciò che ho avuto già occasione di dichiarare al Duce a tu per tu con lealtà e franchezza, ripeterò
esatta­mente oggi di fronte al Gran Consiglio che la legge dello Stato definisce l’«organo supremo del Fascismo», alla cui autorità e deliberazione suoi membri, dal Duce che lo presiede a noi tutti, siamo tenuti ad obbedire.
Sicuro di interpretare il pensiero di tutti noi, espri­mo anzitutto il profondo rammarico che il Gran Consi­glio non sia Stato convocato da quasi quattro anni e cioè da sei mesi’ prima dello scoppio della guerra, quando, senza sentire il Gran Consiglio e neppure il Consiglio dei Ministri, venne irrevocabilmente presa la fatale decisio­ne di entrare in guerra a fianco della Germania.
L’ultima volta che il Gran Consiglio si riunì fu infat­ti il 7 dicembre 1939; in quell’occasione il Gran Consiglio espresse la sua convinzione che gli interessi della nazione esigevano una politica di neutralità di fronte al tremendo cataclisma scatenatosi fra i tedeschi che sono i Sassoni della terra e i Sassoni del mare.

O.d.g

 

 

 

inizio dell’autografo che Grandi preparò per il Gran Consiglio del 25 luglio 1943.

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Indro Montanelli. 1963.


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