« Strappati, Duce, la greca di maresciallo »

È di questo Mussolini di cui noi abbiamo ancora oggi la nostalgia, è questo Mussolini che ancora oggi noi vorremmo, se fosse possibile.
Non il Mussolini dalle unifor­mi, dalla greca dì maresciallo dell’impero, dalle manife­stazioni e dalle adunate coreografiche in cui non crede nessuno.
Non è questo il Mussolini che abbiamo obbedito e seguito.
Strappati, o Duce, la greca di maresciallo e ri­torna quello che eri: il capo di un partito politico e il pri­mo ministro del Re.
La dittatura ha ucciso la rivoluzione, ha ucciso il fa­scismo e una frattura insanabile e ognora vieppiù pro­fonda si è a poco a poco operata tra il fascismo e la nazio­ne; tra il fascismo e il popolo italiano. Il partito è in peccato mortale verso la rivoluzione fascista. Un regime di dittatura, quando eretto a dottrina, a sistema, quando. non più giustificato da necessità nazionali straordinarie e impellenti è sempre storicamente immorale. Soltanto il successo può giustificarlo. Qra è sconfitto e, sulla scia della propria sconfittà, minaccia di trascinare la nazione nella sventura.
Perché — mi si domanderà — questo crudo e tardi­vo processo alla dittatura, al partito, al regime fatto sta­sera in Gran Consiglio? Per dividere le nostre dalle altrui responsabilità?
Per un tentativo di sopravvivere e di salvare noi stessi, a guisa di topi i quali cercano di evade­re dalla nave che minaccia di affondare?
Per crearci di fronte al destino incalzante un nostro alibi? No.
Che cosa significa il nostro ordine del giorno? Significa che il Gran Consiglio, organo supremo del fascismo delibera decaduto il regime di dittatura, perché esso ha compromesso i vitali interessi della nazione, ha portato l’Italia sull’orlo della sconfitta militare, ha tarlato e cor­roso hel tronco la rivoluzione il fascismo medesimo. Il Gran Consiglio delibera nello stesso tempo che siano ri­pristinate nella loro autorità e responsabilità insostituibi­le tutte le funzioni statali alle quàli la dittatura si era una dopo l’altra sostitujta, attribuendo anzitutto alla Coro­na, al Gran Consiglio, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali.
Alla Corona anzitutto, restituendo ad essa le prero­gative e le responsabilità di comando, di iniziativa, di decisione suprema che lo Statuto alla Corona attribuisce nelle ore in cui è in gioco il destino della nazione.
La Co­rona, privata delle sue alte prerogative e responsabilità, altro non è oggi se non un ostaggio in prigionia della dit­tatura. Il Duce ci ha testé rivelato la parte determinante che il maresciallo Badoglio, Capo di Stato Maggiore Ge­nerale, insieme cogli alti capi militari hanno svolto alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia per strappare al Sovrano le prerogative costituzionali di comandante ef­fettivo delle nostre forze armate, rendendo così inefficaci la lettera e lo spirito dell’Art. 5 dello Statuto, al trasferire proprio essi, i custodi della tradizione militare del Risor­gimento, alla dittatura le prerogative e i poteri che lo Statuto affidava esclusivamente alla persona del capo dello Stato. Questa attitudine di servilità alla dittatura da parte degli alti capi militari dell’esercito rimarrà a lo­ro perenne vergogna per tutta la storia avvenire.

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Indro Montanelli. 1963.

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