Mai interpellati

Il Gran Consiglio confermò solennemente in quella sua ultima riunione la nostra attitudine di «non bellige­ranti» già deliberata dal Consiglio dei Ministri il 10 set­tembre 1939 e diede mandato al Ministro degli Esteri di illustrare in Parlamento le ragioni di questa decisione cui si impegnavano il Consiglio dei Ministri quale orga­no supremo del governo e il Gran Consiglio quale orga­no supremo del Regime.
Da allora in poi abbiamo sovente domandato al capo del governo, sempre purtroppo inutilmente, la convoca­zione del Gran Consiglio, convocazione che la legge ri­serva come facoltà e diritto soltanto al capo del governo.
Taluno ha osato insinuare che tale richiesta sulla quale hanno di nuovo recentemente insistito molti mem­bri del Gran Consiglio a seguito dei gravi avvenimenti militari in Sicilia, può essere fraintesa come un «pronunciamento».
Dichiaro subito che sarebbe stato per noi più facile il rifugiarci nell’alibi effettivo della non responsabilità da parte del Gran Consiglio così come del Consiglio dei Mi­nistri nelle decisioni dell’entrata in guerra dell’Italia.
Ed infatti noi, quali Ministri del Re e membri del Gran Consiglio apprendemmo attraverso la radio la notizia che la nostra Patria era entrata in guerra il 10 giugno 1940 contro la Francia e l’Inghilterra e altrettanto dicasi per quando l’Italia un anno dopo entrò in guerra contro la Russia e l’America.
Né il Consiglio dei Ministri né il Gran Consiglio, i quali erano stati interpellati nel set­tembre e nel dicembre 1939 per la decisione di neutralità e non belligeranza, furono interpellati per la decisione di entrare in guerra. Né vennero successivamente per quanto concerne la condotta politica e militare della guerra, di cui la dittatura ha voluto assumersi tutte le iniziative e tutte le responsabilità.
In quest’ora drammatica che la Nazione attraversa mentre il nemico ha invaso già il sacro suolo della Pa­tria, noi intendiamo invece che il Gran Consiglio assu­ma le responsabilità che attraverso la legge lo stesso Du­ce del Fascismo gli ha affidato.

[…] Non è pertanto alla salvezza del regime cui pensia­mo. Un regime ed un partito altro non sono e non furo­no per noi che un mezzo ed uno strumento per la fortuna e per la grandezza del paese.
I partiti ed i regimi sono effimeri, o quanto meno transitori: solo la Patria è eterna! E soltanto ed esclusiva­mente all’Italia cui si rivolge in questo momento la no­stra preoccupazione e la nostra ansia.
E se, per salvare la Patria, noi dovessimo sacrificare e regime e partito e noi stessi, non avremmo per certo un solo attimo di esitazio­ne. Debbo dichiarare con onestà che — all’oscuro come ogni cittadino italiano sulla effettiva situazione della guerra — io ritenevo, fino al momento in cui ho ascolta­to la relazione testé fattaci dal capo del governo, che la nostra situazione militare non fosse così disperata come il Duce, comandante supremo delle forze armate, ce l’ha descritta.
È Mussolini stesso il quale oggi ci dichiara di dubita­re che una valida resistenza sia umanamente e material­mente possibile. Ma allora bisogna avere il coraggio di guardare freddamente in faccia la situazione e agire con audaci decisioni, oserei dire colla temerarietà che può dare soltanto la coscienza del pericolo e nell’esclusivo quadro degli interessi supremi della nazione.

[…] Mussolini, capo del governo e ministro dei dicasteri militari, ha avuto ben diciassette, anni per creare, forma­re, preparare, selezionare le forze armate nei quadri, nelle truppe, nei materiali: diciassette anni bastano ad un capitano per essere promosso generale. Gli stati mag­giori che il capo del governo oggi accusa come responsa­bili della sconfitta altro non sono che gli stati maggiori che egli ha formato e preparato attraverso esperienze e selezioni durante, diciassette anni. Non è possibile sepa­rare in questo momento la responsabilità dei quadri da quella del comandante supremo: non è possibile e non sarebbe generoso attribuire la fortuna a sé e ad altri la sfortuna. Mussolini denuncia oggi le gravi deficienze nella nostra organizzazione militare. Ma di chi la colpa? Non si può «soggettivare» il successo e «oggettivare» la sconfitta. Né si può dire certo che il conflitto mondiale èscoppiato all’improvviso cogliendo l’Italia di sorpresa.
Da molti anni il conflitto era preveduto e Mussolini stesso aveva persino indicato profeticamente l’anno della crisi defnitiva affermando che l’Italia non avrebbe potu­to esprimersi dal partecipare, come protagonista, all’im­mane dramma che andava maturando. Il dovere della preparazione militare costituiva pertanto il dovere mas­simo per chi aveva la sfortuna e l’onore di dirigere le sor­ti della nazione.
Disorganizzazione nei quadri, insufficienza nella preparazione dei mezzi materiali necessari, deficienza nella direzione strategica e tattica. A ciò si aggiungono una serie di errori elementari nella condotta politica e morale della guerra, errori che per essere essi di natura squisitamente politica, rimangono incomprensibili ed aggravano la responsabilità della dittatura fascista.

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Indro Montanelli. 1963.

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