L’estremo ricatto

Grandi tentò di diradare quell’atmosfera di intimidazio­ne. «Ponendoci alla scelta tra la fedeltà alla patria e la fe­deltà a lui» gridò «il Duce esercita un ricatto.
Ma noi non possiamo esitare: siamo fedeli alla Patria».
E con lo sguardo invitò Scorza a prendere posizione. Il segretario del partito era in quel consesso la più alta autorità, dopo il dittatore. E tutti sapevano che, dopo aver dato l’ade­sione a Grandi, l’aveva confermata; Ma in mezzo al generale sbigottimento. Scorza pronunciò una violenta re­quisitoria contro i «traditori», dai quali la rivoluzione disse, aveva il diritto di difendersi e si sarebbe difesa.
Dopodiché lesse un suo ordine del giorno per il conferi­mento di maggiori poteri al Duce e invitò l’assemblea ad approvarlo all’unanimità. De Marsico, che sedeva ac­canto a lui, vide che sul testo c’erano correzioni a matita rossa di Mussolini.
I due lo avevano preparato di comu­ne accordo durante l’intervallo.
Gli effetti di quell’intervento furono catastrofici. Con le lacrime agli occhi, come quando aveva dato la sua adesione a Grandi, Suardo dichiarò che la ritirava.
E uno, Cianetti, disse che in quell’ora grave e solenne c’era bisogno anzitutto di concordia e per raggiungerla propose che i due ordini del giorno fossero fusi,
cioè in­vitassero nello stesso tempo il Duce ad andarsene e a re­stare.
E due. Ciano caldeggiò subito l’idea di quell’as­surdo pateracchio, all’italiana.
E tre. La frana sembrava inarrestabile. La fermò Bottai prevenendo altri interven­ti. «Voterò l’ordine del giorno Grandi» disse «dovessi ri­manere il solo a fàrlo. Non ritirerò una sola parola di quanto ho detto. Sentirei, facendolo, solo disprezzo ver­so me stesso.» Era un disperato appello alla dignità e al coraggio di quanti avevano già firmato, e ottenne il suo effetto.
Una discussione si accese che degenerò in alterco e diede modo agli oppositori di rianimàre il loro ardore polemico. Galbiati ne approfittò per abbandonare la sa­la. Rientrandovi poco dopo, chiese teatralmente a Mus­solini il permesso di fare entrare i militi che bivaccavano per le scale. Il Duce lo fermò con un gesto. Stava parlan­do in quel momento Tringali-Casanova, presidente del tribunale speciale: «I membri del Gran Consiglio» disse «ponderino bene le loro responsabilità prima di dare il Voto». Era il preannunzio del processo di Verona, e Mussolini dovette ritenere che avesse dato il colpo di grazia alle residue esitazioni. A qualificarsi come opposi­tori decisi erano stati pochi, in fondo: Grandi, Bottai, Federzoni, De Marsico, De Bono, De Stefani, Albini, Bastianini, Bignardi. I più non avevano interloquito, e il duce non dubitava di averli ormai in pugno. Anche Grandi ne era convinto, quando riprese la parola per di­re, in sostanza, che a un certo punto nella vita bisogna anche saper morire per guadagnarsi il rispetto delle ge­nerazioni successive. «Il partito è defunto, la dittatura è sconfitta. Solo chiudendo i suoi conti con un gesto di co­raggio, il fascismo potrà salvarsi da un giudizio soltanto negativo e mettere al sicuro ciò che ha fatto di bene»; Era un invito al sacrificio. Lo raccolsero i soliti Federzoni, Bottai, De Marsico, De Stefani. Lo contestarono violen­temente Scorza, Farinacci, Polverelli, Frattari.
Ma colo­ro che avevano taciuto seguitavano a tacere, ed erano la maggioranza.
Con lo sguardo, Scorza interrogò Musso­lini, che gli fece un gesto di assenso.
Il segretario del par­tito era così sicuro della vittoria che indisse la votazione sull’ordine del giorno Grandi: non perché era stato pre­sentato per primo, forse, ma perché su di esso si poteva meglio accertare la prova del «tradimento».
Lo rilesse ad alta voce, sottolineandone i passi decisivi. Poi, invece di interpellare anzitutto i due quadrumviri, com’era nella prassi, interpellò se stesso, si rispose con uno stentoreo: «No!», e fissa in voltò tutti i presenti. Seguitando à sov­vertire la regola, chiamò poi Suardo, che avrebbe dovu­to essere il quarto. «Mi astengo», confermò il presidente del Senato. Ora però non poteva fare a meno di rivolger­si a De Bono che, dopo il suo iniziale intervento, aveva saporitamente dormito. Il vecchio Maresciallo spalancò occhi e ugola per pronunciare con voce tonante: «Sì».
De’ Vecchi gli fa eco. Gli fanno eco Grandi, Federzoni e De Marsico. Biggini dice: «No». Ma la sua voce è coperta da quella di Acerbo, che dice: «Sì». Dicono «sì» anche Cianetti e Pareschi, che sembravano fra i più tentennan­ti. Che succede?
Succede che, al conto finale, su ventotto votanti, ci sono diciannove «sì», sette «no», un’ astensione (Suardo), e un voto di Farinacci al proprio ordine del giorno, cui ha aderito solo lui. Mussolini, più che sbigottito, sembra incredulo. Si fa ripetere il conteggio. Poi chiede dopo una pausa: «Chi porterà al Re quest’ordine del gior­no?». «Tu»; rispose Grandi. Mussolini fissa gli astanti come se stentasse a riconoscerli.
Poi alzandosi con fati­ca, pronuncia lentamente: «Avete provocato la crisi del regime». E con un gesto arresta Scorza che sta per lan­ciare il rituale «saluto al Duce». Se ne andò così, lentamente, seguito dai pochi che avevano votato per lui, in mezzo a un gran silenzio, che nessuno turbò nemmeno dopo la sua uscita.
I Vittoriosi erano rimasti soli, in quella grande sala dove nessuno di loro sarebbe mai più entrato. Ma non ci furono tra loro né congratulazioni né commenti.
Si salutarono senza pa­role, con una stretta di mano, la prima che si scambiavano da quando Starace ne aveva bandito l’uso. Sapevano benissimo che la loro vittoria era un suicidio riuscito. Scendendo le scale’ da soli o a piccoli gruppi, dovettero scavalcare i corpi dei militi addormentati sui gradini.

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Indro Montanelli. 1963.

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One response to “L’estremo ricatto

  • Gianni

    Su Dino Grandi rimane magistrale la bella biografia di Paolo Nello che ha ricostruito in modo accurato la notte del 25 luglio. Si vedano pure le memorie dell’ambasciatore Bastianini che pure approvò l’odg.
    Al di là delle ricostruzioni Mussolini poteva anche non mettere ai voti l’odg. Ma si sentiva stanco, sfiduciato, soprattutto dopo la morte del figlio aviatore. Non aveva più carte da giocare in politica, voleva uscire di scena ma non poteva dirlo pubblicamente.

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