La forza della ribellione

Non ci possono dunque essere dubbi sulla importanza ri­solutiva ch’ebbe quella famosa seduta. Nessuno può dire se, senza di essa, il Re avrebbe trovato egualmente
il co­raggio di agire. Ma nessuno può onestamente negare che a darglielo furono gli uomini del Gran Consiglio e non certo per le meschine ragioni che sono state loro at­tribuite. Essi sapevano di cadere col regime che stavano per abbattere, e lo dimostra il fatto che nessuno di loro si fece avanti per ottenere cariche o incarichi.
Non è vero, anzi non è nemmeno verosimile, che aspirassero, in quelle condizioni, a succedere a Mussolini. Uomini co­me Grandi, Bottai e Federzoni erano abbastanza intelli­genti per non desiderarlo neppure.
Grandi partiva dall’idea che per negoziare con gl’in­glesi occorrevano uomini non compromessi col fascismo, sebbene Winston Churchill nelle memorie di guerra (parte V, volume I, pagina 68) riproduce una nota da lui scritta in data 25 novembre 1942: «Il popolo italiano do­vrà scegliere un governo sotto qualcuno come Grandi per negoziare una pace separata».
Quanto ai motivi che ispirarono l’azione in Gran Consiglio, può darsi che fra alcuni dei diciannove firma­tari del famoso ordine del giorno ci sia stata anche la paura. Ma il rischio più grave lo corsero certamente fa­cendo quel che fecero; e lo corsero coscientemente, per­ché Farinacci, Scorza, Tringali-Casanova e lo stesso Mussolini avevano parlato chiaro; e che le loro non fossero vane minacce lo dimostrò la sorte poi toccata a Cia­no, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi.
Purtroppo, a sminuire l’importanza del gesto del Gran Consiglio, cospiravano troppi interessi. Anzitutto, quello dì alcuni militari, che volevano rivendicare a se stessi l’esclusivo merito della liquidazione del regime. Poi, quello di un antifascismo che non ha mai saputo consolarsi del fatto di aver dovuto aspettare, per liberare l’Italia dal fascismo, che il fascismo si suicidasse. Questo antifascismo sognava, per Mussolini, una fine alla Ma­saniello o alla Cola di Rienzo. E infatti gliela fece fare. Ma solo due anni più tardi, dopo il poscritto della repub­blica di Salò e l’arrivo degli alleati a Milano. Infine, le requisitorie dei neo-fascisti contro i «traditori» del 25 luglio, per accreditare la versione che il regime fu vittima di un complotto ordito alle spalle del Paese e contro la sua volontà. Insomma, contro gli uomini del Gran Con­siglio. C’è una strana coincidenza d’interessi opposti, ma concordi nello svilirne il gesto.
Esiste un documento che antifascisti e neo-fascisti hanno cercato sempre di coprire col silenzio e cioè la let­tera che Mussolini, poche ore dopo il suo arresto a Villa Savoia nel pomeriggio del giorno 25, inviò al maresciallo Badoglio, nuovo capo del governo: «Desidero assicurare il Maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro co­mune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà, ma sarà data ogni pos­sibile collaborazione. Faccio voti che il successo coroni il grave compito al quale il Maresciallo Badoglio si accinge per ordine e in nome di Sua Maestà il Re, del quale du­rante ventun anni sono stato il servitore e tale rimango.
F.to Mussolini».
Mentre Mussolini inviava quella lettera, Scorza, se­gretario del partito fascista, si metteva a disposizione del maresciallo Badoglio per immobilizzare il partito e altrettanto faceva il capo di stato maggiore della milizia fa­scista Galbiati.
Né Grandi, né Federzoni, né Bottai fecero nulla di simile. Anzi, Grandi, il mattino del 29 luglio, apostrofò il maresciallo, a palazzo Viminale con queste parole: «Tu sarai il Kerensky dell’Italia». Ce lo conferma lo stes­so Badoglio a pagina 82 del suo libro L‘Italia nella seconda guerra mondiale.
Gli unici che si misero immediatamente a disposizio­ne del nuovo governo antifascista furono pertanto Mus­solini, Scorza, Galbiati. Tutto ciò sembra paradossale, ma è così. Un acuto e documentato scrittore inglese, F.W. Deakin, a pagina 531 del suo libro La repubblica di Salò, scrive: «Il significato della lettera inviata dal Duce a Badoglio è stato trascurato sinora. Il tono di questa lette­ra è identico a quello delle analoghe missive inviate a Ba­doglio da Galbiati e da Scorza e dimostra l’accettazione dell’atto compiuto dal Re, destituendo Mussolini e po­nendo fine a venti anni di regime fascista. La lettera di Mussolini assolve implicitamente da ogni responsabilità coloro che avevano votato contro di lui in Gran Consi­glio».
La «notte del Gran Consiglio» (così rimarrà nella storia la drammatica vicenda di palazzo Venezia, dalle ore diciassette del 24 luglio alle ore tre del 25 luglio) ri­mane oltre a tutto a testimoniare che nel fascismo convissero sempre due anime; e che se quella peggiore ebbe quasi sempre il sopravvento, quella migliore trovò, sia pure «in extremis», la forza di una ribellione coraggiosa e responsabile. Si può dire tutto quello che si vuole di co­loro che la incarnarono. Si può dire che per vent’anni erano stati troppo deboli e docili nelle mani del dittatore. Si può dire che aspettarono troppo ad affrontarlo e ab­batterlo. Ma purtroppo questo è l’effetto che i totalitari­smi, di qualsiasi colore, sortono sulla coscienza e sulla resistenza morale di coloro che hanno la sventura di viverci dentro. Il nazismo non conobbe dissidenze interne. Solo un pugno di ufficiali tentarono di abbatterlo. E nemmeno ne conoscono i regimi comunisti; che le inven­tano solo per giustificare le epurazioni.
Bene o male, dentro il fascismo erano sopravvissuti degli uomini capaci di uccidere il fascismo. Lo fecero quando gli anglo-americani erano già in Sicilia, ma an­che quando i tedeschi erano tuttora a Roma e nessuno dei capi antifascisti aveva dato ancora segno di voler uscire all’aperto per rischiare la vita. E alcuni pagarono con la vita. Rispettiamo il loro coraggio e, a vent’anni di distanza, rendiamo al loro gesto almeno l’onore delle armi.

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Indro Montanelli. 1963.

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