Il piano dei militari

Ristabiliamo la verità dei fatti. È vero che da parecchio tempo Acquarone complottava con alcuni generali, i quali poi erano soltànto tre: Ambrosio, Castellano e Carboni, i cosiddetti generali di palazzo Vidoni. A que­sta congiura l’intero esercito italiano colle sue gerarchie rimase estraneo e lontano.
E’ vero anche che questi gene­rali avevano preparato un piano per arrestare Mussolini e che avevano già parlato con alcuni di coloro che dove­vano assumere il potere:
per esempio, con l’ex-capo del­la polizia Senise.
E vero altresì — ce lo conferma nel suo diario lo stesso generale Puntoni, aiutante di campo del Re — che due di questi congiurati, i generali Castellano e Carboni, si erano addirittura autonominati nel futuro governo militare, il primo ministro degli esteri, il secon­do ministro per la stampa e propaganda, e dovette essere proprio il Re, il 26 luglio, a cancellare i loro nomi dalla lista dei nuovi ministri che Badoglio si recò al Quirinale a sottoporgli.
Però, al complotto, mancava ancora la co­sa più importante: il «via» del Re, in nome del quale lo si era ordito. Il Re sapeva di quella congiura e non aveva fatto nulla per impedirla. Ma non aveva mai fatto nulla nemmeno per mandarla avanti. Non esiste un solo ele­mento di fatto da cui si possa desumere che egli vi abbia dato un esplicito consenso e fissato delle date. Fino al 24, a chiunque era venuto a parlargliene, aveva invariabil­mente risposto: «Datemene il mezzo costituzionale, e io interverrò».
In attesa di questo mezzo, i generali aveva­no seguitato a complottare, ed è vero che il loro piano prevedeva l’arresto di Mussolini all’uscita di una delle sue consuete visite a Villa Savoia. Ma che ciò dovesse avvenire il 26, era solo nelle speranze dei congiurati, co­me già lo era, da vari mesi, alla vigilia di ognuna di quel­le visite.
Tutto era pronto per quel giorno, è vero, com­presa l’autoambulanza che doveva trasportare il prigio­niero. Ma lo era da un pezzo. Seguitava a mancare la cosa principale: la decisione del Re.
Che questa decisione il Re l’abbia presa solo la mat­tina del 25, cioè dopo l’esito del Gran Consiglio, lo di­mostrano i seguenti fatti. Primo l’ansia di Acquarone, che per tutta la notte aveva seguitato a telefonare al se­gretario di Grandi, Talvacchia, per avere notizie, e da Grandi si precipitò alle quattro del mattino in casa di Zamboni.
–  Perché tutta questa trepidazione, se il Re ave­va già preso la risoluzione di far arrestare il Duce?
–  Se­condo: le parole dello stesso Acquarone, a commento del rapporto di Grandi: «Be’, speriamo che finalmente il Re si decida ad agire». Il che significa che fino a quel mo­mento (ore quattro del mattino del 25) non si era deciso.
–  Terzo: le dichiarazioni di Badoglio alla stampa anglo-a­mericana nell’ottobre successivo, in cui affermò di essere stato del tutto all’oscuro di quanto avveniva fino alle ore dodici del 25 luglio, quando il Re lo chiamò per affidar­gli il governo.
Non è del tutto vero. Badoglio era già in contatto con Acquarone attraverso Castellano. Però, dal Re, fu effettivamente convocato solo il 25.
E non credia­mo che se la data fosse già stata da tempo fissata, al 26, il Re avrebbe aspettato tanto a consultarlo.
–  Quarto: Ca­stellano, nelle sue memorie, dice che il permesso di arre­stare Mussolini fu «strappato» al Re alle dodici del 25 lu­glio.
–  Quinto: il «diario» dell’aiutante di campo del Re, generale Puntoni, trascrive una frase del sovrano: «Aspettavo da giorni l’occasione buona…».
–  Sesto: la testimonianza di Mussolini che nella sua Storia di un anno riferisce ciò ehe gli disse il Re in quell’ul­timo incontro: «Dopo il voto del Gran Consiglio, non potete più restare capo deI governo». Il che trova confer­ma nel diario» di Puntoni, che tradusse parte di quella conversazione.
Lo stesso generale Ambrosio, intervistato l’undici marzo 1955, a precisa domanda rispose: «L’azione di Grandi e il verdetto del Gran Consiglio fornirono al Re l’arma costituzionale per la sostituzione di Mussolini».
Nel suo «diario» Bonomi scrive a pagina 17: ….. Il Re ha ricevuto Badoglio il 25 luglio, ma non ha aderito al suo disegno. Ha eccepito che i colpi di Stato a data fissa non hanno possibilità di riuscita». Racconta ancora Badoglio (Badoglio risponde, pagina 86): «Ambrosio mi fece sapere il 23 luglio che “il 24-25 vi sarà il Gran Consiglio. Credo che Mussolini sarà fatto fuori». Mi pregò di non muo­vermi da Roma…». E più oltre: «A dare la spinta defini­tiva fu la convocazione del Gran Consiglio». Badoglio — egli stesso ce lo racconta — continuò a giocare a bocce presentendo che da un giorno all’altro poteva accadere qualche cosa di grosso.
Scrive per tutti Mussolini (Storia di un anno, pagina 83): «Che la crisi sarebbe scoppiata anche senza nessun Gran Consiglio è assai probabile, ma la storia non tiene conto delle ipotesi.
Ciò che si è verificato, si è verificato dopo la seduta del Gran Consiglio».

tornaAlmenuIndro Montanelli. 1963.

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