Il dramma della « guerra continua»

Il «piano» di Grandi tendeva a far uscire l’Italia dalla guerra col minor danno possibile: era un piano temera­rio, ma il solo che nelle condizioni in cui l’Italia era ve­nuta a trovarsi nel luglio 1943 poteva funzionare.
Se il Re l’avesse accolto e adottato coraggiosamente, l’Italia avrebbe evitato la vergogna dell’8 settembre. Si trattava di resistere all’aggressione tedesca che si sarebbe indub­biamente manifestata e che infatti si manifestò fin dal 26 luglio, giorno in cui i primi rinforzi della Wehrmacht at­traversarono le nostre frontiere.
La nazione non avrebbe evitato il suo calvario, ma sarebbe rimasta unita e il suo schieramento automatico coi vincitori avrebbe avuto luogo combattendo: il che avrebbe reso assurda e inoperante la richiesta di resa in­condizionata. Era quello che aveva fatto la Jugoslavia nel marzo-aprile 1941, acquistando con ciò automatica­mente il diritto di venire considerata, a guerra finita, tra le potenze vincitrici.
Invece il Re nominò Badoglio, il quale cominciò con il suo proclama: «La guerra continua e l’Italia rimane fe­dele alla parola data…», addossando in tal modo alla na­zione una responsabilità che la nazione non aveva, che lo stesso Mussolini aveva sempre rivendicato a sé e della quale i diciannove firmatari dell’ordine del giorno Gran­di avevano inteso liberare l’Italia operando così come fe­cero in Gran Consiglio. Nessun errore più deleterio per l’Italia e più gravi, disastrose conseguenze poteva avere, così come ebbe, quel disgraziato proclama, il quale ebbe il risultato immediato di «liberare» non il popolo italiano bensì gli anglo-americani dall’impegno solenne diconsi­derare il fascismo e non la nazione italiana responsabile della guerra disastrosa.
Badoglio si rivelò dunque una vera disgrazia nazio­nale e invece di assumere subito una posizione chiara per disarmare le pretese di «resa incondizionata», tentò il doppio giuoco, illudendosi di fare della penisola una spe­cie di Città del Vaticano allargata, coi tedeschi confinati al Nord e gli anglo-americani in Sicilia. Certo, era diffi­cile, in quella situazione, far bene le cose.
Ma era mate­rialmente impossibile farle peggio di come furono fatte.
E questo lo si deve al duca Acquarone e ad alcuni milita­ri, con cui è tempo di regolare i conti, almeno in sede storica.
Non vorrei trovarmi qui in polemica col mio amico e collega Paolo Monelli, cui si deve la più bella ricostru­zione di quegli avvenimenti. Il suo libro Roma ‘43 è un modello di grande reportage e fa ancora premio, come ricchezza d’informazione e equilibrio di giudizio, sui «mille memoriali» che lo hanno seguito.
Purtroppo, fu scritto in un momento in cui non c’era altra fonte d’informazione che quella dei generali di pa­lazzo Vidoni, che erano poi i generali di Mussolini. Monelli se ne servì col suo abituale acume e la sua sagacia, vagliando tutti dati e non accogliendone nessuno che non fosse esatto, ma la tesi ch’essi servivano era parziale e tendenziosa.
Essa mirava a togliere qualsiasi valore al­la seduta del Gran Consiglio,
anzi a farla apparire quasi come un elemento di disturbo nel piano tipo messicano ordito da alcuni generali per liquidare il regime e licen­ziare Mussolini: Badoglio proibì addirittura che la noti­zia del voto di palazzo Venezia fosse diramata alla stam­pa e Grandi dovette rivolgersi agli ambasciatori di Spa­gna e di Svizzera per portarla a conoscenza del pubblico internazionale. Pur di appropriarsi il merito dell’abbat­timento del fascismo, i generali non vollero ammettere ch’esso si era volontariamente suicidato, senza capire che il suicidio avrebbe avuto sugli alleati un effetto molto più rassicurante e persuasivo di un colpo di Stato, ispira­to dalla paura di un dittatore e di una dittatura, di cui il fascismo stesso aveva decretato la fine.
E da quel mo­mento cominciò la lotta delle indiscrezioni e dei memo­riali per soffocare la verità.
Così si accreditata la leggenda che la sorte di Mus­solini era già stata decisa prima che il Gran Consiglio si riunisse; che tutto fosse già pronto per arrestare il Duce il 26; che Grandi e i suoi alleati abbiano agito precipitosamente per «inserirsi» nella manovra e nella nuova combinazione ministeriale che ne sarebbe derivata e che l’unico risultato della loro mozione sia stato quello di far anticipare di un giorno il colpo a sorpresa contro il Duce.

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Indro Montanelli. 1963.

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