«Camerati, non vacillate!»

[…] Riprendo la parola perché ritengo necessario rista­bilire ordine nella discussione la quale ha deviato, per viottoli ciechi che non possono portare ad alcuna conclusione, rischiando di fare smarrire quello che invece deve rimanere il problema centrale della nostra discussione.
Mi oppongo risolutamente alla proposta di rinvio di questa nostra discussione la quale dura già da dieci ore ininterrottamente e che non può concludersi con un rin­vio, né con soluzioni di carattere ambiguo.
Mentre noi qui si discute in Sicilia si muore. La nazione non può at­tendere oltre le decisioni del Gran Consiglio.
Ho domandato l’appello nominale sul mio ordine del giorno ed insisto su questa domanda che è conferma della prassi consuetudinaria di tutte le assemblee. Dac­ché esistono assemblee politiche non si è mai trovato, in­fatti, alcun sostitutivo alla procedura del voto, il solo che possa esprimere l’opinione e la volontà dei membri di un’assemblea politica.
Respingo l’ordine del giorno presentato dal segreta­rio del partito e non accetto la proposta dei camerati Suardo, Ciano e Cianetti diretta a fare confluire in un solo ordine del giorno il mio e quello del segretario del partito, che sono in palese contraddizione nelle premesse e nelle conclusioni.
Carlo Scorza ci ha detto testé, intervenendo per la prima volta nella discussione, nella illusione di conclu­derla, che egli parlando porta qui stasera la voce e la vo­lontà del partito.
Contesto questa sua affermazione. Egli non è il par­tito. Egli è semplicemente il segretario del partito, ed è un membro del Gran Consiglio. Non gli riconosco il di­ritto di parlare a nome del partito, il quale non è un uo­mo e neppure un gruppo di uomini, bensì un complesso di spiriti, di attività, di forze, di energie nazionali, di istituti fissati dalle leggi. Il partito stasera anzitutto è il Gran Consiglio, definito dalla legge — giova ancora ri­peterlo — «organo supremo del regime». La voce del partito oggi altro non può e non deve essere che la voce della nazione. ­
Sono contrario alla proposta fatta di invitare il capo dello Stato Maggiore Generale ad intervenire alla nostra discussione per avere da lui dirette informazioni sulla situazione della guerra. Il capo del governo e presidente del Gran Consiglio è anche il comandante supremo delle forze armate e responsabile pertanto della condotta militare e politica della guerra.
Inutile e superflua è quindi la presenza del capo di Stato Maggiore che è agli ordini del capo del governo e che, secondo la legge, dipende dal capo del governo. D’altra parte il Gran Consiglio non è chiamato a discu­tere o ad esaminare questioni militari. Questi sono pro­blemi che escono dalla competenza del Gran Consiglio.
Essi appartengono, a mente dell’art. 5 dello Statuto del regno, all’alta responsabilità del capo dello Stato e del suo Governo.
Mussolini ha detto: «Vi siete mai domandati, signo­ri, quali possono essere le conseguenze dell’ordine del giorno presentato dal camerata Grandi? Supponiamo, per ipotesi, che esso raccolga la maggioranza dei voti del Gran Consiglio, e supponiamo che io porti domattina al sovrano questo risultato. I casi allora sono due: il sovra­no può dirmi — e credo che così mi dirà: “Caro Mussoli­ni, io ho fiducia in Voi; rimanete al vostro posto e continuate a dirigere le sorti della guerra e le sorti del paese. Se i vostri vi abbandonano, il Re vi rimane vicino Questo sono certo che il Re mi dirà.
E allora, o signori, quale sarà il giudizio che sarà dato sopra il comporta­mento dei firmatari dell’ordine del giorno Grandi? Op­pure il Re mi dirà: “Di fronte alla nuova situazione de­terminatasi col voto di sfiducia che il Gran Consiglio ha ­pronunziato contro di voi, capo del governo, io, quale capo dello Stato, ritiro la delega con cui vi avevo ceduto all’inizio della guerra il comando supremo delle forze armate, lasciandovi soltanto nelle vostre funzioni di primo ministro”. In questo caso, o signori, anch’io ho la mia dignità, la mia suscettibilità. Del resto ho già sessant’an­ni.
Questi venti anni sono stati per me una cosa bellissi­ma, ma a queste condizioni di minorazione io, Maestà, non posso rimanere.
Avete voi, signori del Gran Consi­glio, pensato a tutto questo?».
Queste sono le parole testuali che il capo del governo ha pronunciato.
Ed a seguito di queste parole io vedo che lo spirito di alcuni camerati qui presenti sta vacillando. Ebbene, io non esito a pronunziare parole gravi:
queste parole di Mussolini sono una minaccia e un ricat­to per il Gran Consiglio.
Sì, le tue parole, Duce, ci arrivano col sapore di ri­catto e di minaccia.
In quest’ora così grave per le Sorti della Patria, men­tre migliaia di giovani muoiono offrendo la loro vita in olocausto alla Patria, nessuno, senza venir meno ai propri doveri verso la Patria, può sentirsi captato da senti­menti suscettibili di fare dimenticare i doveri che a noi membri del Gran Consiglio incombono in questa ora dura e le responsabilità che noi abbiamo assunto ed in­tendiamo assumere fino in fondo.
Nessun’altra alternativa io vedo possibile.

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Indro Montanelli. 1963.

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