« A costo di restare una settimana »

[…] Occorre ritornare allo Statuto, alla Costituzione, al­le leggi dello Stato mai pienamente osservate. Le leggi corporative e la mancata funzionalità della camera cor­porativa forniscono l’esempio tipico dell’ inosservanza delle leggi da parte della dittatura che le ha promosse. L’ordinamento corporativo per funzionare e per svilup­parsi aveva come presupposto insostituibile la libertà po­litica, ma dappoiché la libertà era in contrasto colla dit­tatura si è preferito anemizzare a poco a poco l’ordina­mento corporativo, privarlo delle sue attribuzioni essen­ziali, ridurlo ad un mero organo burocratico e strumento d’arbitrio nelle mani del partito.
Occorre restituire al Consiglio dei Ministri le funzio­ni di organo supremo esecutivo collegiale incaricato di dirigere effettivamente la politica dello Stato e non più, come purtroppo è oggi ridotto, un intermediario tra lo strapotere della burocrazia e lo strapotere della dittatu­ra, entrambe dirette alla soppressione definitiva delle nostre libertà costituzionali e del residuo controllo del parlamento. ­
Il parlamento soprattutto deve tornare ad essere quello che fu dall’Unità d’Italia in poi, strumento libero e consapevole del potere legislativo entro i limiti e l’ar­monia dei poteri sanciti dalla Costituzione, espressione permanente attraverso libere elezioni della effettiva vo­lontà popolare, controllore e coadiuvatore del potere ese­cutivo.

Sono le 23,30: la seduta durava già da sei ore. Essa si era svolta con ordine, seppure in una atmosfera d’inten­sa passione, Mussolini ascoltava silenzioso; senza tradire nulla di quello che pensasse o sentisse dietro la maschera del suo volto scuro e impenetrabile. Quale piano o deci­sione stava maturando? Ad un tratto si chinò, scrisse qualche parola e passò il foglio a Scorza. Questi lo lesse, fece col capo un cenno affermativo. Mussolini annunciò allora improvvisamente al Gran Consiglio che su propo­sta del segretario del partito e data l’ora tarda, la seduta veniva sospesa e rinviata al giorno successivo. La mano­vra era chiara: stancare l’assemblea, impedire che si venisse ai voti sospendendo la seduta, prendere tempo e provvedere frattanto.
Mi alzai dichiarando che mi opponevo alla sospen­sione e all’aggiornamento: «Da questa sala dobbiamo uscire con una deliberazione, dovessimo qui restare per un’intera settimana. Si tratta del destino del paese e mentre noi discutiamo vi sono soldati italiani che muoiono combattendo…».
Mussolini mi fissò intensamente. Poi, dopo una pau­sa: «La seduta è sospesa per venti minuti, dopodiché la discussione riprenderà e passeremo ai voti», Si alzò at­traversando la sala dopo aver invitato Scorza a seguirlo.

Alla ripresa della seduta parlò ancora Mussolini: «Il Re, del quale sono stato per venti anni il servitore fedele, può dirmi, quando gli racconterò domani quello che è avve­nuto stanotte (come egli certamente mi dirà):
“La guerra è pervenuta ad una fase critica: I vostri vi hanno abban­donato. Ma il Re, che vi è stato sempre vicino, rimane con voi». Questo sono certo che mi dirà il Re. E allora quale sarà la vostra posizione? Fate attenzione signori!».

Le parole di Mussolini caddero nel silenzio più profon­do. Aveva parlato con tono studiatamente pacato, senza mostrare irritazione e inquietudine, con certezza, con si­curezza e dall’alto, quasi rattristato di dover constatare la pochezza degli uomini che gli stavano di fronte, quasi volesse apparire come Cristo all’ultima cena.

Guardai attorno a me. Molti visi, sul principio atto­niti, ora apparivano effettivamente scossi. Egli aveva ri guadagnato di colpo tutto quello che sembrava avere prima perduto. Tutte le leve egli aveva saputo muovere al momento giusto e con la sua sapienza consumata ave­va parlato, a tutti ed a ciascuno, direttamente; aveva mi­nacciato; lusingato, posto a ciascuno il proprio dilemma, risposto per ciascuno al proprio interrogativo segreto, obblighi di fedeltà, amore di patria, responsabilità ono­re, dubbio, interesse. Egli era ancora; malgrado tutto, il mago e il padrone.
Mussolini aveva dichiarato che il Re sarebbe stato con lui, sino in fondo. Ma allora? Vacillavano gli spiriti. Questo rivelavano chiaramente alcuni sguardi smarriti e la ritornata sorridente sicurezza sul viso di altri.
Gridai di scatto: «Questo è un ricatto. Il Duce ci ha posto un di­lemma, quello di scegliere tra la nostra fedeltà a lui e la nostra fedeltà alla Patria. Ebbene, gli rispondo, non si può esitare un solo istante, quando si tratta della Pa­tria».

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Indro Montanelli. 1963.

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