Storia della caduta del regime

Il 24 luglio del ‘43, Roma visse una delle sue giornate più afose. La temperatura non superava i 32 gradi, ma lo scirocco la rendeva plumbea e greve e i gelati autar­chici non offrivano sollievo. La città aveva perso il suo abituale carattere spensierato e godereccio da quando, cinque giorni prima, il bombardamento di San Lorenzo le aveva tolto la fiducia nella propria immunità. Gli ef­fetti psicologici dell’incursione erano stati più gravi di quelli materiali, ma non nel senso che Mussolini aveva sperato. Invece di un’ondata di furore vendicativo, era sopravvenuta la depressione. Invano, su ordine del mini­stro della Cultura popolare Polverelli, i giornali aveva­no intonato il coro del mostruoso oltraggio alla Città Eterna, capitale della Cristianità. La gente non leggeva i giornali, non li comprava nemmeno. Oramai la sua fon­te d’informazione era Radio Londra. L’ascoltavano an­che i gerarchi.
C’erano varie notizie, quel giorno, e almeno una avrebbe dovuto interessare parecchie persone: la mobili­tazione in massa delle classi comprese fra il 1907 e il 1922.
E invece quasi nessuno ci badò, come se fosse una corri­spondenza dall’estero. Tanto, dove sarebbero andati a combattere quei richiamati? Il bollettino di guerra se­gnalava vagamente che in Sicilia «la difesa ha dovuto spostarsi su posizioni arretrate». Non si diceva quali, ma tutti sapevano che si trattava dello sgombero di Catania. Per addolcire la pillola si citava, con un gran titolo su cinque colonne, il solito «eroico episodio» che immanca­bilmente fa da contrappunto alle disfatte italiane: la te­nace resistenza dei marinai di Augusta. «Fino all’ultimo uomo» dicevano i giornali con una sorta di macabro tri­pudio. C’era anche l’eco ingigantita di un messaggio di protesta dei cattolici americani a Roosevelt contro «la sa­crilega impresa di Roma».
Nessun accenno, invece, all’avvenimento del gior­no: la riunione del Gran Consiglio che doveva aver luo­go alle 5 del pomeriggio. Strano. Nella liturgia fascista queste assise avevano sempre assunto un tono di alta so­lennità. E invece stavolta venivano indette quasi sotto banco: n’erano al corrente solo gli interessati e alcuni giornalisti di stretta fiducia. Ma fino ad
ora si è ignorato il vero motivo che indusse Mussolini a quella convoca­zione.
Vediamo di ricostruirlo.
Per tonificare l’atmosfera del Paese sfiduciato e stan­co, il segretario del partito fascista, Scorza; aveva deciso di scatenare unà campagna – oratoria, e aveva officiato tredici fra i più alti esponenti del regime a riscaldare, con «oceaniche adunate» in tutta Italia, gli spenti entu­siasmi. Ma Grandi, interpellato per telefono a Bologna, rifiutò. «Dal ‘24» disse «Mussolini mi ha proibito di par­lare nella mia città. Mi attengo agli ordini.» E buttò giù il ricevitore. Bottai, convocato da Scorza insieme agli al­tri designati disse: «Va bene, ma a un patto: che il Duce ci suggerisca gli argomenti perché io, nella mia fantasia, non ne trovo». Il Duce, sollecitato da Scorza, si decise a ricevere il 16; i recalcitranti, meno Grandi e Federzoni.
E si dice che in quell’udienza fu decisa la convocazione del Gran Consiglio. lnvece non è così.
Con Scorza, andarono a palazzo Venezia Bottai, Fa­rinacci, De Bono, Teruzzi, Bastianini, De Cicco, Biggi­ni, Cianetti, Giuriati, Acerbo. Mussolini li ricevette con queste parole: «Sia anzitutto ben chiaro che io mi trovo di fronte semplicemente degli oratori che domandano istruzioni e non dei membri del governo e del partito». Ma ben presto dalle istruzioni si passò a una discussione abbastanza vivace. Farinacci fece una carica a fondo contro i sabotatori in generale e contro Grandi in parti­colare, chiamandolo «traditore» e «uomo degli inglesi». Bottai disse che era molto comodo, ma un po’ tardivo, chiedere una assunzione di corresponsabilità ad uomini ch’erano ormai estromessi da ogni effettivo potere e di cui non si era chiesto il parere nemmeno per la dichiara­zione di guerra.
Il Duce rimase interdetto: aveva perso l’abitudine di vedere discussi e contestati i propri ordini da un pezzo, forse da quel lontano 30 dicembre del ‘24, in cui i consoli della Milizia irruppero nel suo ufficio e l’obbligarono ad affrontare l’affare Matteotti con quel discorso del 3 gen­naio che segnò praticamente l’inizio della vera dittatura. Forse quello sgradevole ricordo gli rifrullò nella memo­ria, perché sporse i labbri in fuòri da bambino imbron­ciato com’era solito fare quando qualcosa lo contrariava. E, raccogliendo l’allusione di Bottai, rispose: «Il Gran Consiglio? Riunirlo ora, significa autorizzare amici e nemici a credere che si voglia discutere di capitolazione. Ma, visto che lo volete, lo avrete». Fece una pausa, e poi aggiunse: «Lo avrete, signori, dopo la vittoria». Quindi non è esatto che la riunione del Gran Consiglio fu «strappata» a Mussolini dai «congiurati» il 16 luglio. Es­sa fu decisa, di sua spontanea volontà, da Mussolini tre giorni dopo e di congiura non c’era nemmeno l’ombra.

Indro Montanelli. 1963.tornaAlmenu

Advertisements

Informazioni su team557

storie e contro-storie della seconda guerra mondiale. La Romagna in guerra. Vedi tutti gli articoli di team557

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: