requisitoria con due bombe in tasca

Si alzò a parlare Grandi, ed erano già trascorse due inu­tili ore.
«Ciò che sto per dire» cominciò «non è rivolto a te, Duce, che già lo sai per avertelo io stesso ampiamente illustrato l’altro ieri…»
E, fissando Farinacci, fece pau­sa, per dare tempo a Mussolini di smentirlo.

Ma Musso­lini non smentì, e Grandi continuò: «e rivolto a voi, camerati…». Parlò un’ ora e mezzo, senza nemmeno con­sultare appunti, tanto aveva maturato quello che doveva dire. Di scritto, aveva solo l’ordine del giorno, che lesse subito.
Poi cominciò a svilupparlo punto per punto. Sa­peva che questa era l’operazione più pericolosa. Più d’u­no forse aveva aderito alla sua mozione senza rendersi esatto conto di cosa significasse e implicasse. Ora che bi­sognava dirlo senza reticenze forse qualche alleato certo sarebbe diventato incerto; e qualche incerto, avversario.
«E’ possibile» gli aveva detto poco prima Bottai «che ri­maniamo in tre soli: tu, io e Federzoni. Ma andremo ugualmente fino in fondo».
Perciò prima di andare a palazzo Venezia, Grandi si era messo in tasca due bom­be Breda. Se fossero rimasti in tre soli, quelle bombe sarebbero state probabilmente l’ultimo argomento. Ma, mettendosi a sedere, ne aveva passata sotto il tavolo una a De Vecchi, che l’aveva presa dicendo:
«Ma sì, damme­la. Mi ricorda il mio passato di ardito».

Grandi fu di una veemenza corretta soltanto dall’a­bilità. Fece una sottile distinzione fra regime e dittatura. Disse che il primo si poteva salvare solo sacrificando la seconda e contrappose Mussolini a Mussolini, invitan­dolo a strapparsi la greca di Maresciallo e a ridiventare solo il primo ministro del Re.
«Che noi vogliamo tradire il nostro Duce» disse, fissando negli occhi Farinacci, «è soltanto l’interpretazione di qualche pretoriano ignoran­te. Noi rivogliamo soltanto il Mussolini che eleggemmo nostro capo nel ‘19, quello che ci disse: “Periscano tutte le fazioni, anche la nostra, purché la Patria sia salva!”. E’ l’ora di tener fede a questo impegno». L’unico modo di farlo, disse, era che il supremo organo del regime, il Gran Consiglio, assumendo tutte le responsabilità della disfatta, proclamasse decaduta la dittatura e restaurasse la costituzione. «È l’ultimo servigio, ma anche il più grande, nobile e disinteressato che possiamo rendere al paese.» Che cosa sarebbe accaduto dopo, concluse, non lo sapeva nemmeno lui. Ma non c’erano alternative e bi­sognava avere fiducia nella saggezza del Re e nel patriot­tismo degli italiani. –

Ci fu un silenzio. Ora le carte erano sul tavolo, ben scoperte. Nessuno poteva più equivocare sul significato dell’ordine del giorno di Grandi. Non poteva più. equi­vocare nemmeno Mussolini, che per la prima volta dopo vent’anni si vedeva direttamente tratto in causa e co­stretto ad affrontare di persona la lotta. Furono in pochi a prendere posizione prima che egli si fosse pronunciato. Lo fece Farinacci, per ribadire il suo punto di vista. Lo fecero Federzoni e De Marsico, per appoggiare Grandi. Lo fece Biggini, per contestare che il Gran Consiglio avesse competenza a decidere in materia costituzionale.
Biggini era ministro della pubblica istruzione e Grandi sperava che si sarebbe schierato dalla sua parte. Invece se lo trovò contro e armato dell’argomento più insidio­so. Chissà quanti altri su cui si faceva assegnamento, lo avrebbero seguito. Gli rispose De Marsico, con molta pertinenza e chiese a tutti di avere il coraggio della pro­pria responsabilità. Poi prese la parola Ciano. Grandi non contava su di lui.
Sebbene avesse dato la sua adesio­ne, era convinto che all’ultimo momento l’avrebbe riti­rata. Invece, con pacatezza e con molta deferenza verso il suocero, ma con altrettanta fermezza, Ciano disse che non c’era ragione di restare fedeli a una alleanza, di cui il vero traditore era sempre stato Hitler.

Ed enumerò, documenti alla mano, gli impegni di­plomatici e militari cui la Germania aveva contravvenu­to. Il suo intervento forse fu decisivo per la sorte di Got­tardi e di Pareschi che, partecipando per la prima volta al Gran Consiglio, dovettero pensare: «Be’, se anche il  genero del Duce è d’accordo…».  ­
Ci furono ancora altri interventi: De Stefani per Grandi, Polverelli contro. Poi prese la parola Galbiati, capo di stato maggiore della Milizia. La sua fu un’orgia di retorica sul popolo italiano «smanioso di combattere e vincere, agli ordini del Duce», ma si concluse con un ri­cattatorio accenno ai militi che bivaccavano nell’anticamera. Parlarono Bignardi in favore di Grandi, Frattari contro.

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Indro Montanelli. 1963.

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