Noi discutiamo e i soldati muoiono

Ma tutti ormai aspettavano la replica di Mussolini.
Questi aveva ascoltato con insolita pazienza e senza dare il minimo segno di dispetto o di disprezzo. Non è vero che aveva voltato le spalle di tre quarti a Grandi.
Al con­trario; gli aveva sempre tenuto gli occhi negli occhi, ma senza intenzioni intimidatorie. Ora però guardò l’orologio, vide che erano le undici e mezzo, vergò qualche pa­rola su un foglio e lo passò a Scorza, che lesse e fece col capo un cenno affermativo. «Data l’ora tarda» disse «il segretario del partito propone che la seduta venga sospe­sa e rinviata a domani.»
Era invece lui a chiederlo e tut­ti avevano visto la manovra.
Grandi intuì il pericolo. In ventiquattr’ore poteva succedere di tutto: anche che il Gran Consiglio venisse sciolto. Si alzò di scatto e disse con violenza: «Mentre noi discutiamo, vi sono soldati italiani che muoiono. Dovessimo restare qui una setti­mana, non ci muoveremo prima di aver preso una deci­sione». Come al solito, Mussolini gli aveva tenuto gli oc­chi negli occhi. Rifletté un poco, poi disse:
«Va bene. La seduta è sospesa per venti minuti, dopodiché la discus­sione
riprenderà e passeremo ai voti».
Si alzò, scompar­ve nel suo ufficio, seguito da Scorza.
Nessuno ha mai capito che cosa pensasse e quali de­cisioni avesse maturato. Aveva subito senza reagire criti­che violente. Ora non aveva insistito per il rinvio rinunziando a contestare il diritto del Gran Consiglio a espri­mere un voto. Solo su questo, se voleva, poteva impian­tare una discussione interminabile e senza costrutto, in cui l’ordine del giorno Grandi si sarebbe fatalmente in­sabbiato.
Quale era dunque il suo piano? Su cosa con­tava?
Qualcuno vedendolo uscire, così, senza lotta, pensò che non sarebbe più rientrato in sala che al suo posto sa­rebbero venuti a sgombrarla i militi di Galbiati.
Doveva pur essersi accorto che le sorti del dibattito erano, a dir poco, incerte.
Ma, forse, dopo Venti anni di dittatura assoluta, non riusciva più nemmeno a immaginare che un’opposizione avrebbe potuto resistergli. Questo aveva detto, del resto, al generale Chierici, capo della polizia, che era Venuto a metterlo sull’avviso contro Grandi: «Non datevi pensiero Chierici. Sono uomini scarsi d’intelligenza e di coraggio, che ricondurrò all’ovile come e quando voglio…». La più grande gioia che il potere ave­va sempre procurato a Mussolini era quella di disprezza­re chi gli obbediva.
E nemmeno in quell’emergenza riusciva a rinunziarci. Eppoi, era sicuro del Re, che tre giorni prima gli aveva detto quello che gli aveva detto.
Quando rientrò, “Grandi aveva raccolto le firme sul suo ordine del giorno.
Erano venti. Nel momento in cui Ciano stava per apporre la sua, Grandi lo aveva ferma­to: «No» gli disse «tu no; non farlo…».
Ma Ciano l’aveva apposta ugualmente, quasi con rabbia.
Aveva sempre avuto il «complesso del genero», il timore che gli uomini della vecchia guardia lo considerassero un parvenu per ra­gioni di famiglia e basta. Una volta che, in sua presenza, Grandi aveva detto scherzando a Balbo: «Noi che siamo due vecchi arnesi del regime…», era insorto: «E io? For­se che io non lo sono?». Ora, ci saranno state anche altre ragioni a ispirargli quel gesto che doveva costargli la vi­ta.
Ma certamente ci fu quella di essere stavolta fra «quelli della prima ora». Un’altra firma che aveva stupi­to Grandi era quella di Marinelli, l’ex-segretario ammi­nistrativo del partito. L’aveva apposta senza esserne nemmeno richiesto.
Venti firme, dunque. Cinque più del necessario. Ma molte erano state vergate da mani esitanti e il Duce doveva ancora parlare.
Egli parlò dopo tre brevi interventi di De Stefani, Bastianini, Albini.
E fu il Mussolini stregone di una vol­ta, suadente, autoritario e patetico insieme. Non è vero che tenne sempre una mano sulla borsa di cuoio come per minacciare tacitamente i convenuti di produrre do­cumenti che provavano loro responsabilità e debolezze. Di documenti, ne produsse uno solo, per dimostrare che il comando supremo non lo aveva voluto lui: glielo aveva offerto, e quasi imposto, il maresciallo Badoglio; con una lettera servile che suscitò il disgusto di tutti.
Messo a segno quel colpo, passò a discutere la que­stione politica, negando che vi fosse frattura fra popolo e regime. Solo le classi alte borghesi, disse, sono ostili al fascismo. Era la sua fissazione, in cui rispuntava la mito­logia del suo vecchio socialismo massimalista.
Nella sua Storia di un anno affermò di aver detto: «So di essere in questo momento l’uomo più odiato d’Italia». Non è ve­ro, Disse anzi il contrario: che il popolo, «il vero popo­lo», era con lui. D’altra parte, disse, i vascelli ormai sono bruciati: Italia, regime, dittatura e Mussolini sono inseparabili e tali li considera anche il nemico.
Per que­sto, disse, devo restare al mio posto. Se fosse per me, po­trei anche andarmene. «Fra pochi giorni compirò ses­sant’anni e potrei chiudere questa “bella avventura” ch’è stata la mia vita. Ma sarebbe una diserzione oltre tutto gratuita, perché noi vinceremo la guerra.» Fece questa affermazione in tono di tranquilla sicurezza. Dis­se che non poteva rivelare i segreti militari che il Fuhrer gli aveva confidato; ma ch’essi non lasciavano adito a dubbi. Dopodiché enunciò le due ipotesi che si potevano verificare, se la mozione Grandi veniva approvata, «Il sovrano» disse (era la prima volta che pronunciava que­sta parola. Lo aveva sempre chiamato «Vittorio Ema­nuele» e, quando ne parlava fra intimi, «Sciaboletta») «il sovrano può accettare anche lui la mozione Grandi: e in tal caso nascerebbe il mio caso personale, perché io non sono affatto disposto a lasciarmi jugulare (e con la mano fece il segno di chi si sgozza). Ma il sovrano non lo farà; proprio tre giorni orsono si è impegnato a restare con me, fino in fondo. E allora nasce il caso vostro. Quale sa­rà la vostra posizione? Fate attenzione, signori!».
Questo fu il punto critico della seduta. Alle parole di Mussolini, seguì uno sgomentato silenzio. Come al soli­to, egli aveva parlato da maestro, dosando alla perfezio­ne lusinghe e minacce e appellandosi con uguale effica­cia ai sentimenti migliori e a quelli peggiori: la lealtà e la paura. Forse non tutti credettero alla promessa della vit­toria.
Ma gli anglo-americani erano ancora in Sicilia; a Roma c’erano Kesselring e il Re.
Se anche il Re era con il Duce, a cosa avrebbe condotto la ribellione?

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Indro Montanelli. 1963.

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