Generali «traditori»

Poco dopo le 17 di sabato 24 luglio 1943, Mussolini en­trò nella sala dove lo attendevano i ventotto convocati, tutti in sahariana nera, meno De Bono che non rinuncia­va mai alla sua divisa di Maresciallo d’Italia. Anche lui era in uniforme di comandante generale della milizia, e aveva una cartella nera sotto il braccio. Scorza diede il «saluto al Duce», e questi invitò tutti a prendere posto. La disposizione delle precedenze era regolata da un rigi­do protocollo.
Mussolini stava al centro del tavolo di vertice, su un podio rialzato.
Alla sua destra sedevano i due superstiti quadrumviri (De Bono e De Vecchi); alla sua sinistra il segretario del partito e il presidente del Se­nato, Suardo. Poi, tutti gli altri, scaglionati sui lunghi tavoli laterali del ferro di cavallo. Il podio rialzato del Duce era la traduzione in termini scenografici della posi­zione che Mussolini aveva sempre mantenuto e voleva conservare in questi consessi: quella di un arbitro al di sopra di una mischia in cui non si era mai fatto coinvolgere e di cui si riserbava il finale regolamento. Grandi mi ha detto che questo particolare fece sentire il suo peso durante la discussione. Da vent’anni Mussolini non era più allenato ad affrontarne. Faceva discutere gli altri. Li ascoltava. Poi decideva. E così si preparava a fare anche stavolta, dopo avere impostato il dibattito sul tema cui evidentemente intendeva circoscriverlo: la situazione militare. Ne parlò per tre quarti d’ora, con franchezza. Rico­nobbe che le cose andavano male (poche ore prima era caduta Palermo), ma aggiunse che andavano male per­ché sì era disobbedito ai suoi ordini. «Pantelleria» disse «poteva essere la Stalingrado del Mediterraneo. Pur­troppo, solo Stalin e il Mikado dispongono di generali pronti anche a morire». Di qui passò a una severa requi­sitoria contro il comando italiano, lo chiamò «un pugno di traditori», tacciò di viltà anche Graziani. E a mo’ di contrappunto, intonò l’elogio dei tedeschi, capi e grega­ri, di cui esaltò l’eroismo e la lealtà. ­Mentre parlava, Grandi e Federzoni si scambiarono sguardi allarmati. Mussolini si preparava a far approva­re dal Gran Consiglio la decisione di consegnare il no­stro esercito a Kesselring, come Hitler gli aveva suggerì­to a Feltre? Ancora oggi c’è qualche ragione di sospet­tarlo. Dopo il Duce, prese la parola De Bono in difesa dei nostri soldati. Il quasi ottantenne Maresciallo aveva da­to un’adesione di massima a Grandi. Ma forse fu l’indignazione per le parole di Mussolini a dargli il suggeri­rimento decisivo. Disse che i nostri soldati si battevano male perché non avevano armi per farlo, che la colpa delle loro sconfitte andava attribuita soltanto a chi li ave­va scaraventati nella guerra in quelle condizioni (cioè il Duce) e che, quanto ai tedeschi, ci avrebbero aiutati solo finché gli avesse fattocomodo. Dopodiché, si addormentò e si svegliò solo dieci ore dopo, al momento della, vota­zione. Le sue parole però avevano scatenato la reazione di Farinacci che rinnovò ancora più violento l’attacco ai generali italiani e ai sabotatori dell’alleanza con la Ger­mania. «Bisogna» disse «chiarire una volta per sempre questa ambigua situazione». E propose di convocare da­vanti al Gran Consiglio il capo di stato maggiore, gene­rale Ambrosio. La proposta cadde per l’opposizione di Federzoni ma la seduta stava prendendo una piega che Grandi non aveva previsto.
Tutti sentivano che ora toccava parlare a lui, ma egli non voleva farlo, prima che la discussione fosse disincagliata dai problemi militari. Ci fu una pau­sa.
Tutti guardavano Grandi, che guardò Bottai. Questi capì a volo, e chiese la parola. Disse che il Gran Consi­glio non si era adunato per giudicare la condotta dei ge­nerali: ciò non faceva parte delle sue competenze. Que­ste erano soltanto politiche, e sul piano politico il dibatti­to doveva tornare. Questa fu una delle svolte decisive della seduta. Se Mussolini e Farinacci fossero d’accordo nell’ indirizzarla su un’analisi della situazione militare e basta, non si è mai saputo. Comunque, agirono come se lo avessero effettivamente concertato e Farinacci tentò di insistere rinnovando la sua proposta di convocare Ambrosio, ma inutilmente.

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Indro Montanelli. 1963.

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