L’illusione dell’arma segreta

Del colloquio Grandi-Mussolini manca il testo e non ci sono testimonianze. Ma il fatto che durò un’ora e mezzo invece dei preventivati dieci minuti, convalida l’asser­zione di Grandi che vi furono pronunziate «cose grosse».
Mussolini lo aveva ricevuto in piedi, fissandolo con sguardo ostile. Gli disse che il partito esigeva severi provvedimenti contro di lui per il suo «atteggiamento oscuro e ambiguo di fronte alla guerra» e citò a riprova il rifiuto dell’ordine di parlare a Bologna e un telegramma precedentemente spedito da Grandi a Scorza, per invi­tarlo a citare; nei proclami al Paese, il Piave e Vittorio Veneto, invece degli stupidi motti del partito. «Il tele­gramma» rispose Grandi «era indirizzato a Scorza, ma diretto a te. Mi fa piacere che sia giunto a destinazione.» Come sempre gli capitava quando mordeva il duro, Mussolini si smontò. Prese sul tavolo un foglio che Grandi riconobbe subito: era il suo ordine del giorno, certamente consegnatogli da Scorza. Questo gli fece na­scere il primo dubbio sulla lealtà del segretario del parti­to.
Ma non ne rimase disorientato perché aveva già deci­so di mostrargli il testo e illustrarglielo. Mussolini lo la­sciò parlare, senza interromperlo nemmeno quando Grandi gli disse: «Non adunare nemmeno il Gran Con­siglio. Va’ dal Re, restituiscigli il potere e suggeriscigli di formare un governo di coalizione nazionale, che dica al popolo di rimandare a dopo i conti coi responsabili perché per il momento bisogna salvare la casa che bru­cia. E tutti alle pompe, compresi noi». «Ho capito: una unione sacra da Orlando a Miglioli», ridacchiò Mussolini. «Esattamente», rispose Grandi; e gli anticipò gli ar­gomenti che avrebbe addotto a difesa della sua mozione.
Mussolini lo ascoltò con attenzione, poi concluse: «Forse avresti anche ragione, se la guerra fosse perduta. Ma non lo è. Tra poco i tedeschi ne rovesceranno le sorti con la loro arma segreta. Ne riparleremo posdomani sera in Gran Consiglio». ­Uscendo, Grandi vide i tavoli ormai sistemati a ferro di cavallo nella grande sala.
Ci stava seduto, con aria seccata, un maresciallo della Wehrmacht che Grandi non conosceva. Era Kesselring, che aspettava da più di un’ ora. Egli era stato il primo ad assidersi al tavolo del Gran Consiglio che doveva proclamare la fine della dit­tatura fascista. Che Grandi abbia detto a Mussolini ciò che ho riferito, lo so dallo stesso Grandi, ma non è attestato da nes­sun documento e quindi si potrebbe dubitarne se non ci fosse, a provarlo, un particolare indubitabile. Poco dopo il colloquio a palazzo Venezia, Grandi incontrò Farinac­ci che gli disse: «Torno ora dal Duce, che mi ha detto della tua visita. Cosa sei andato a raccontargli?». «Esat­tamente quello che gli ripeterò dopodomani». «Non è ve­ro» esclamò Farinacci trionfante. «Mussolini mi ha di­chiarato che non gli hai detto nulla.» «Ah, no?» ribatté Grandi. «Allora dopodomani cornincerò il mio discorso ricordando al Duce di aver gli già detto quello che dirò. Delle due, l’una: o lui mi smentisce, e allora vuol dire che io sono un bugiardo; o non mi smentisce, e in tal ca­so è un bugiardo lui, o sei un bugiardo tu».
Morso dal dubbio, Grandi tornò da Scorza per inda­gare ancora le sue intenzioni. Lo trovò più deciso che mai a firmare il suo ordine del giorno. «Sta’ tranquillo» gli disse «ti appoggerò fino in fondo».
Grandi gli chiese di far mettere alla seduta uno stenografo per fissare il dibattito. Scorza rispose di averlo già proposto al Duce, che si era rifiutato.

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Indro Montanelli. 1963.

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