La famosa «congiura»

Grandi partì per Bologna con l’animo turbato e in fondo, ancora una volta deluso. Da Bologna scrisse al gene­rale Puntoni, aiutante di campo del Re, ricordando l’esempio e il coraggio di Carlo Alberto. Seppe più tardi che il duca Acquarone, ministro della real casa, si era seccato che Grandi non si fosse rivolto a lui e che anche il Re non aveva gradito l’accenno, in realtà un po’ pe­sante.
Ma Grandi seguitava a pensare che solo il Re po­teva far qualcosa.
E, arrivando a Roma, aveva in tasca la bozza di una lettera, che non fu mai recapitata; rinun­ziò a mandarla il 21 mattina, quando Scorza gli diede l’insperata notizia della convocazione del Gran Consi­glio. Di colpo, Grandi intravide la possibilità di fornire al Re il «mezzo costituzionale» che questi richiedeva per agire. Ma subito rifletté che non si poteva compromet­tervi la Corona.
La famosa «congiura» cominciò con questa rinuncia a qualsiasi collusione con la monarchia. Il Gran Consiglio doveva fare da sé. Tanto è vero che giunto di lì a poco a Montecitorio e trovatovi un messag­gio di Acquarone che voleva vederlo, gli fece rispondere che in quel momento preferiva non incontrare nessuno dell’ambiente di corte. Due ore dopo il colloquio con Scorza, Grandi era dal presidente dell’Accademia d’Italia, Federzoni, il più in­timo e fidato dei suoi amici. Sebbene membro anche lui del Gran Consiglio, non sapeva ancora nulla della riu­nione e ne trasecolò. Nella discussione, cui assistette il senatore Rotigliano, furono esaminati tutti gli aspetti della situazione, che si presentava estremamente com­plessa. Nessuno dei tre sapeva nulla di un complotto di militari orchestrato da Acquarone. Sapevano, sì, che tra i generali serpeggiava la fronda e che nei loro conciliabo­li si parlava della necessità di deporre Mussolini e il Fa­scismo. Erano cose che si ripetevano in tutti gli ambienti
italiani, perfino nei salotti. Ma tutti aspettavano il «via» dal Re. Il quale era al corrente di queste macchinazioni, ma finora non si era mai sbilanciato, sempre in attesa del «mezzo costituzionale» che gliene fornisse il pretesto. Ma la prima incognita era appunto questa: se una deci­sione del Gran Consiglio poteva essere considerata «mezzo costituzionale». Per strano che possa sembrare dopo vent’anni di fascismo, ancora non si sapeva con certezza che cosa fossero le mansioni di questo supremo organo del regime, né fino a che punto fossero vincolan­ti.
Secondo la legge che lo aveva istituito nel ‘28, queste mansioni erano «prevalentemente consultive, essendo quelle deliberative limitate a determinata materia di par­ticolare importanza». Non c’era dubbio che la materia su cui Grandi intendeva impiantare la discussione, di «particolare importanza» ne aveva a josa. Ma per far va­lere delle conclusioni che mettessero il Re nella possibili­tà, anzi nella necessità di agire, bisognava che si concre­tassero in un «voto». Ora, sebbene il regolamento gliene desse facoltà, di fatto il Gran Consiglio non aveva mai «votato». Mussolini, che non voleva sentirsi vincolato da nulla e da nessuno, aveva introdotto questa prassi: egli presiedeva la seduta, l’apriva con qualche parola d’occa­sione, dava la parola agli altri, ascoltava più o meno be­nevolmente, poi riassumeva e concludeva il dibattito presentando una deliberazione da lui preparata o fatta preparare in precedenza.
Era accaduto qualche volta che il Gran Consiglio non fosse d’accordo con lui:
non lo fu, per esempio, nel ‘38, sul problema delle leggi razziali, ma non poté esprimere la propria divergenza in un voto e Mussolini non ne tenne nessun conto.
La prima difficoltà da superare era dunque quella di rovesciare la prassi, imponendo al dittatore il rispetto del regolamento. E questo era possibile solo che, a volerlo, ci fosse una maggioranza non solo quantitativamente schiacciante, ma anche agguerrita e decisa. E qui stava la tremenda difficoltà, perché l’idea di Grandi non era di facile digestione per qualsiasi stomaco.
Egli chiedeva nientemeno questo: che i membri del Gran Consiglio, riconosciuto il fallimento del regime, ne assumessero in proprio tutta la responsabilità sgravandone il Paese, in­vitassero il Duce a rimettere tutti i poteri al Re e s’impe­gnassero a uscire dall’agone politico, tenendosi a dispo­sizione solo per il pagamento dei conti nei confronti del vincitore. Gli angloamericani avevano sempre detto, e negli ultimi giorni avevano formalmente ripetuto, ch’es­si facevano la guerra al fascismo, non all’Italia. Ci cre­dessero o no, ormai erano prigionieri di questo slogan. Bisognava approfittarne, sacrificando loro, a pagamento dei guasti, i capi del regime.
Era una nobile idea, ma che richiedeva lo spirito di sacrificio del kamikaze. Dei 28 membri del Gran Consi­glio, su quanti si poteva contare? Grandi e Federzoni fe­cero rapidamente un calcolo preventivo. E conclusero che gli unici sicuri erano, con loro due, Bottai, Bastiani­ni, De Stefani, Albini e De Marsico: sette in tutto. Cer­tamente e irriducibilmente ostili sarebbero stati: Fari­nacci, Polverelli, Scorza, Galbiati, Buffarini-Guidi, Tringali Casanova, Frattari, Marinelli: Otto in tutto.
In­certi, erano gli altri 13, cioè la maggioranza. E sul loro atteggiamento potevano influire molte cose.
Anzitutto, la paura. La guerra, è vero, era persa. Ma Mussolini aveva ancora in mano tutte le leve del po­tere. Era capo del partito e del governo, ministro della difesa e dell’interno, comandante supremo delle forze armate: cioè aveva a disposizione esercito, polizia, cara­binieri e camicie nere. Per di più Roma era stretta nella morsa delle divisioni corazzate del maresciallo Kessel­ring, che aveva il suo quartier generale a Frascati. Nulla e nessuno, neanche il Re, avrebbe potuto impedire a Mussolini, se si fosse visto stretto alle corde, di fare ap­pello ai tedeschi: e in tal caso, per i suoi avversari, sareb­be stata finita.
Poi, c’era la fedeltà, mescolata con la gratitudine. Molti degli uomini che formavano il Gran Consiglio, se non ci fossero stati Mussolini e il Fascismo, non sarebbe­ro stati nulla e nel nulla sarebbero piombati dopo la ca­duta del regime. Grandi e Federzoni si rendevano conto di essere in una situazione abbastanza privilegiata, nei confronti del vincitore e della democrazia ch’esso avreb­be instaurato in Italia. Avevano ricoperto cariche impor­tanti, ma godevano fama di persone moderate e perbe­ne, che non si erano sporcate le mani nei delitti del regi­me e anzi avevano spesso assunto atteggiamento di dis­senso: di fronte a nessun tribunale sarebbero comparsi come criminali di guerra.
Ma per molti altri questa in­certezza sulla propria sorte personale c’era.
Infine, bisognava fare i conti col fascino di Mussoli­ni, che ne aveva, e con la ventennale abitudine dei suoi collaboratori a dargli ragione.
Grandi e Federzoni igno­ravano che cosa il Duce avrebbe detto il 24.
Ma erano si­curi che avrebbe saputo parlare, come al solito, con au­torità e abilità. Non si poteva escludere che anche fra co­loro che avessero dato una preventiva adesione alla pro­posta Grandi, ci potessero essere delle resipiscenze.
Credo che siano stati tutti questi motivi a rendere particolarmente laboriosa la redazione dell’ordine del giorno, di cui Grandi aveva già in tasca la bozza.
Si trat­tava di dirvi non soltanto ciò che bisognava dire, ma di dirlo in modo da smontare i timori per le conseguenze che dovevano scaturirne.
Anche Bottai; subito convoca­to da Federzoni, fu di questo avviso e diede un sostanziale contributo alla compilazione del testo. Suggerì di premettere un saluto alle truppe combattenti e di sottoli­neare che la decisione da prendere era quella di restituire alla monarchia non tanto i suoi poteri, quanto le sue re­sponsabilità, come per coinvolgerla ancora di più nel regime. Ma soprattutto, per prevenire ogni sospetto di congiura, fu deciso di agire alla luce del sole, di non fare nulla di nascosto e di mostrare a tutti, scopertamente, il testo della mozione. Infatti vennero chiamati Albini, sot­tosegretario agli interni, e Bastianini, sottosegretario agli esteri. Il primo si dichiarò subito d’accordo; Il se­condo mostrò qualche perplessità perché frattanto aveva mandato a Lisbona un suo fiduciario a prendere contat­to con gl’inglesi e avrebbe preferito conoscere prima il risultato. Ma poi approvò anche lui. Si divisero i compi­ti: ognuno avrebbe pensato ad avvicinare e a convince­re i propri amici. Grandi si sarebbe incaricato di Bignar­di, De Bono e De Marsico, Bottai di Cianetti eccetera. Ma a questo punto saltò fuori il caso Ciano. Bottai si dis­se certo che anche lui avrebbe dato la sua adesione. Ma Grandi obiettò che non era il caso di chiedergliela: la partecipazione di Ciano non gli piaceva e avrebbe potu­to sembrare a molti un gesto di slealtà familiare e sortire  effetti controproducenti.
Grandi inoltre non si fidava troppo di Ciano perché lo conosceva fatuo, incostante, mutevole. Così fu deciso di non informarlo.

tornaAlmenuIndro Montanelli. 1963.

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