«E’ ora che se ne vada»

Uscendo da quel convegno, Grandi volle, di propria ini­ziativa, tentare il test più impegnativo, anche se più pe­ricoloso. Col suo ordine del giorno in tasca, andò da Scorza e glielo mostrò. Scorza era un «duro», o almeno per tale passava. Da qualche mese, Mussolini gli aveva affidato le redini del partito appunto perché lo conside­rava un «fedelissimo» deciso a tutto, intransigente e co­raggioso.
Letto il testo, Scorza disse: «Ma sì, è ora che se ne vada ». Poi aggiunse:
«Tu aprirai la discussione. Io la chiuderò proclamando, come segretario del partito, decaduta la dittatura».

Grandi uscì da quel colloquio trasecolato e sollevato.
Informò subito Federzoni e Bottai, che si mostrarono non meno trasecolati e sollevati di lui. Ma intanto egli maturava un progetto ancora più audace che, se fosse riuscito; avrebbe risolto tutto: perché non parlarne addi­rittura a Mussolini e convincerlo a prendere egli stesso l’iniziativa?
L’indomani 22, a mezzogiorno, Mussolini sapeva già quello che Grandi aveva in animo di dirgli. Glielo aveva rivelato Scorza, mostrandogli la bozza dell’ordine del giorno, di cui si era fatto lasciare la copia: lo raccon­ta, nella sua Storia di un anno, Mussolini stesso: «Alle ore 12 di mercoledì 22, Scorza presentò a Mussolini l’ordine
del giorno Grandi. Mussolini lesse il documento, lo defi­nì inammissibile e vile e lo pose nella sua cartella. Scor­za parlò di un grave tradimento che si sarebbe verificato, ma Mussolini non vi diede molta importanza». Quale «grave tradimento» avrà mai segnalato Scorza? Quello a cui aveva egli stesso, poche ore prima, aderito?
La tranquillità del Duce aveva i suoi motivi. Il gior­no prima aveva visto il Re che aveva chiuso il colloquio con queste parole: «Se, per ipotesi, tutti dovessero ab­bandonarla, io sarei l’ultimo a farlo. So quanto l’Italia e la dinastia le debbono…».
Accolse quindi con scettici­smo Farinacci, che era venuto subito dopo a palazzo Ve­nezia a metterlo in guardia contro Grandi e la monar­chia. Farinacci era proprio l’unico di cui non si fidava. Lo sapeva al servizio dei tedeschi, di cui il giorno prima aveva detto a Morgagni, presidente dell’agenzia Stefani: «Vogliono il comando effettivo di tutto il fronte italiano, anche di quello interno. E questa è una condizione che né il popolo italiano, né il Re, né il sottoscritto potrebbe­ro mai accettare». Era l’eco dell’incontro di Feltre.
Insomma, Mussolini in quel momento aveva paura solo di Hitler e di Farinacci e col Gran Consiglio voleva pre­munirsi contro di loro.
Quando seppe che Grandi chiedeva un colloquio, glielo fissò per il giorno stesso
alle 16.30.

Quella mattina Grandi era stato al Senato a parlare col presidente Suardo, che, forse senza ben comprender­ne il senso, aderì all’ordine del giorno. Poi, rientrando a Montecitorio, incontrò Farinacci che gli disse: «Sento in giro che state facendo qualcosa». Grandi trasse di tasca una copia della mozione e gliela consegnò. Farinacci la lesse e a sua volta intascandola, disse: «Sarei d’accordo se non ci fosse quella clausola della restituzione dei pote­ri al Re». Pochi minuti dopo, quella copia era sul tavolo dell’ ambasciatore tedesco von Mackensen.
Arrivando a palazzo Venezia, Grandi vide che sta­vano già disponendo i tavoli per la seduta del Gran Con­siglio, nella grande sala contigua a quella «del Mappa­mondo», ufficio personale del Duce. Era la sala del fa­moso balcone.
L’usciere, Navarra aveva in mano un foglio su cui erano segnate le udienze col tempo predisposto per ognuna. C’era scritta «S.E. Grandi, dalle 16,30 alle 16,40. Maresciallo Kesselring, dalle 16,40 alle 18».
Ma, invece di dieci minuti, il colloquio con Grandi durò un’ora e mezzo. Grandi non rivedeva Mussolini dal 26 marzo e sapeva che, comunque fossero andate le cose, quella era probabilmente l’ultima volta in cui sa­rebbero stati a tu per tu. C’erano, tra i due; rapporti complessi. Mussolini vedeva in Grandi il suo collabora­tore più intelligente, ma anche il più pericoloso, che po­teva diventare un rivale. E Grandi vedeva in Mussolini (lo disse a me a Lisbona nel ‘46) «un padrone prepotente e vanitoso, che imponeva l’obbligo dell’adulazione e il dovere della disobbedienza».
Una Volta, appunto a una seduta del Gran Consiglio, Grandi si era divertito a dise­gnare la Torre degli Asinelli di Bologna, altissima cir­condata da piccoli paracarri.
Il Duce aveva voluto vedere il disegno e ne era rimasto molto lusingato.
Ma poi, a quattr’occhi, Grandi gli aveva detto:

«Bada, però: guardandoli dall’alto della torre, vien fatto di credere che i paracarri siano eguali. Ma è un er­rore: ce ne sono di più piccoli e di meno piccoli…».

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Indro Montanelli. 1963.

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