Grandi parla al Re

La mattina del 21, scorza disse a Grandi: «il Duce mi ha dato ieri sera l’ordine di convocare il Gran Consiglio per sabato 24 alle 17…». E ne era stupito egli stesso.
«Dici sul serio?» chiese Grandi, incredulo. «E cos’è successo?» Scorza si strinse nelle spalle. «Non lo so» rispose. «E’ tor­nato da Feltre con questa idea.» La grande congiura, della quale poi il Duce si proclamò vittima e per la quale fece fucilare a Verona tanti innocenti, partì da lui e fu sua esclusiva iniziativa.
Grandi era arrivato a Roma la sera del 20, all’indo­mani del bombardamento. C’era venuto unicamente per parlare col Re, che gli sembrava la chiave della si­tuazione.
Fino a quando aveva ricoperto la carica di mi­nistro Guardasigilli, cioè fino al 5 febbraio, lo aveva vi­sto due volte la settimana e gli aveva confidato le sue angosce di fronte all’incalzante disfatta. Mussolini do­vette saperlo o sospettarlo, perché d’improvviso gli tolse quel pericoloso ministero per affidargli soltanto la presi­denza della Camera, che non consentiva quegli incontri.
Grandi rivide il Re ancora due volte.
La prima fu il 25 marzo, per il conferimento del Collare dell’Annunziata. «Scelga» gli disse il Re, offrendogliene due: «il primo è quello di La Marmora, il secondo di Giolitti». Grandi scelse quello di Giolitti. «Lo sapevo» disse il Re.
Grandi profittò ancora una volta di questo incontro col Re per esprimergli con franchezza la situazione: «Maestà», disse «siamo alla vigilia di Novara, bisogna agire subito prima che sia troppo tardi.» «Non esageri» rispose il Re piuttosto stizzito, ma lo lasciò parlare. Poi disse: «Se le cose stanno come dice lei, perché non mi fornite il mezzo costituzionale per agire?».
A dire il vero, Vittorio Emanuele non aveva mostra­to questi scrupoli costituzionali nel ‘15, quando aveva dichiarato guerra all’Austria contro la volontà del Parlamento e nel ‘22, quando aveva accettato la marcia su Roma. Ora esigeva il voto di una Camera che in pratica non esisteva più come organo deliberativo.
Prima di congedarlo il Re disse a Grandi: «La rin­grazio di avermi sempre parlato con franchezza. Si ri­cordi che la considero un devoto servitore del Paese e un fedele della mia Casa. I tempi sono difficili. Cerchi di stare in buona salute, perché presto avrò bisogno di lei».
Grandi uscì dal Quirinale non sapendo quale senso preciso egli dovesse dare alle parole del sovrano. Si recò dal principe ereditario Umberto. Questi fu molto più esplicito: «Ella ha perfettamente ragione. Si è perduto già molto tempo prezioso. Bisogna agire prima che sia troppo tardi. Ma come? Ma in che modo? Che cosa ella ritiene che io debba fare? Sono pronto ad assumere tutti i rischi».
La sera stessa Grandi ricevette a Montecitorio la vi­sita del ministro della real casa, il quale gli disse in modo duro e freddo: «Tu stai montando la testa al principe Umberto. Il Re non gradisce questa tua iniziativa e mi ha incaricato di dirtelo».
Grandi rivide di nuovo il Re il 3 giugno successivo. Questa volta Vittorio Emanuele fu meno ermetico del consueto «Sono d’accordo con lei. Le cose non possono continuare così. Occorrono dei mutamenti sostanziali. Si ricorda quando nel luglio 1939 ella giurò nelle mie mani come ministro Guardasigilli ed io la pregai di fare tutto il possibile per salvare la costituzione e lo statuto? Si avvicina il momento in cui lo statuto dovrà ritornare a funzionare. Sul quando e sul come dovrò pensarci io e soltanto io, perché esclusivamente mia è la responsabili­tà.
Lei, come presidente della Camera, faccia tutto il possibile per facilitarmi il compito ed abbia fiducia nel suo Re».
Poi, prima di congedarlo; quasi pentito di aver par­lato troppo, aggiunse vivacemente: «Non parli e non ac­cenni con anima viva di quanto le ho detto». «Neppure col duca Acquarone?», Grandi domandò.
Rispose il Re:
«Con nessuno, neppure col ministro della real casa».

tornaAlmenuIndro Montanelli. 1963.

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