Temeva solo Farinacci

In quei tre giorni accaddero due cose importanti: Mus­solini andò a Feltre per incontrarsi con Hitler, mentre parlava col suo potente e prepotente alleato, gli aerei an­glo-americani bombardavano Roma.
Che cosa si siano detti il Duce e il Fuhrer, lo si sa so­lo in parte: la parte che fu udita da alcuni testimoni, co­me il generale Ambrosio, capo dello stato Maggiore. Questi, durante tutto il viaggio, aveva istigato Mussolini a esporre la situazione italiana con estrema chiarezza e a esigere i necessari aiuti militari sotto minaccia di «sgan­ciamento» dall’alleanza e di capitolazione. Mussolini aveva promesso. Ma Hitler non gli concesse nemmeno la parola.
Recitò, a cateratta, uno dei suoi soliti monolo­ghi, alternando rampogne e minacce: gl’italiani non si battevano, i loro generali erano inetti, il fascismo non sapeva imporre al popolo i necessari sacrifici, ma la Ger­mania avrebbe vinto egualmente la guerra perché aveva in tasca un’arma segreta di micidiale potenza.
Questo miraggio fu l’unico aiuto che il Fuhrer porse al Duce,
il quale tacque sempre. Poi, però, i due si ritirarono a par­lare a quattr’occhi.
Sul contenuto di quel colloquio confidenziale, non ci sono documenti né testimonianze. Ma lo si può desume­re a posteriori da alcuni elementi. Nel suo discorso del 10 settembre sul «tradimento» italiano, Hitler disse: «..: il fatto saliente di tutta la crisi che portò al colpo di Stato fu la domanda del Duce di pieni poteri per condurre la guerra sino in fondo. Si trattava di prendere le misure più dure contro i sabotatori che operavano di nascosto, contro la guerra…». Ora, da un ufficiale di stato Mag­giore italiano, presente all’incontro, Federzoni aveva sa­puto (e Bastianini, presente anche lui ha confermato) che Hitler aveva chiesto e imposto a Mussolini di rinun­ziare al comando militare, che il Duce esercitava come
capo supremo delle forze armate italiane e di rimetterlo ai tedeschi. «Voi» gli aveva detto «non siete circondato che da generali incapaci e da ministri traditori.»
Mussolini non aveva reagito perché Hitler lo domi­nava e intimidiva. Oltretutto, non aveva mai voluto confessare che non conosceva abbastanza il tedesco per potergli rispondere.
Ma comunque era deciso a non in­goiare quel boccone e a dimostrare al suo alleato che an­che lui era un dittatore abbastanza autorevole per tenere a bada i «traditori» e metterli a posto.
Ecco come gli nac­que nella testa l’idea di riunire il Gran Consiglio. Esso gli avrebbe dato il pretesto di mettere alla frusta i suoi indocili gregari e di dimostrare al Fuhrer che il padrone, in Italia, era sempre lui. Oltre tutto, non ignorava che Farinacci si stava dando un gran daffare coi tedeschi per persuaderli che Mussolini era un debole, che la sua dit­tatura era finita, anzi non era mai esistita.
E infine la notte del Gran Consiglio Farinacci disse proprio questo, in sostanza: che in Italia non c’ era più posto per un Du­ce, ma solo per un Gauleiter.
E il Gauleiter era lui.
Ecco il motivo per cui Mussolini si decise a indire la riunione.
Egli solo, in quel momento, congiurava. Con­giurava per riaffermare la propria posizione di fronte a Hitler e difenderla contro Farinacci, ch’èra il suo vero nemico, l’unico che in quel momento temesse. Non cre­deva al complotto di Grandi, Bottai e compagni, che in­fatti non c’era. Ma voleva umiliarli, costringerli a un rinnovo d’illimitata fiducia e dare al Fuhrer la prova della loro docilità.

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Indro Montanelli. 1963.

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